L'ultima verità è in una lettera. Un documento scagionerebbe il numero uno del Sismi, Nicolò Pollari, e dimostrerebbe che anche il governo Berlusconi sapeva del piano degli americani. Dell'accordo tra la Cia e la nostra intelligence militare per la rendition di Abu Omar. Per la seconda volta in pochi giorni l'inchiesta della procura di Milano sul sequestro dell'imam fa un balzo in avanti.
Dopo l'arresto lo scorso 5 luglio di Marco Mancini (ex capo del controspionaggio e, all'epoca del sequestro, responsabile dei centri Sismi del nord Italia) e Gustavo Pignero (predecessore di Mancini al Controspionaggio e suo superiore gerarchico nel febbraio 2003), giovedì scorso il generale Nicolò Pollari è stato indagato.
Sabato, l'interrogatorio. Davanti ai procuratori aggiunti Ferdinando Pomarici e Armando Spataro, il generale, assistito dagli avvocati Franco Coppi e Titta Madia, sceglie la linea del silenzio. Si avvale della facoltà di non rispondere. Le contestazioni che gli rivolgono i pubblici ministeri sono puntuali, precise. Sono fonti di prova fornite da altri indagati. A chiamare in causa Pollari sarebbe stato per primo Marco Mancini, indicando come riscontro Gustavo Pignero, che avrebbe confermato nel corso di due interrogatori fiume.
Il generale non ha molti margini di manovra. Per dimostrare la sua estraneità deve documentare, come ha ipotizzato il gip Enrico Manzi, che l'"avallo gerarchico" che ha offerto all'operazione illegale ha "una copertura politica". Per farlo, spiegano i suoi legali, chiede alla procura di acquisire un "documento" che non è più nella sua disponibilità ma è nelle mani del governo.
Pollari non può appellarsi al segreto di stato, ma lascia intendere che sul documento che ha indicato ci sia il segreto di Stato. Questa circostanza ha fatto credere che il direttore del Sismi abbia opposto alla procura il segreto di Stato. Non è così. Per legge (articolo 202 del codice penale) infatti è soltanto il testimone che può opporre il segreto. Non un indagato come è Pollari, accusato di concorso in sequestro di persona aggravato.
La difesa di Pollari chiede dunque l'acquisizione di quel documento in nome soltanto del diritto alla difesa. È un'interpretazione che i pubblici ministeri, anche se sono già in possesso di significative fonti di prova, hanno accettato. Vogliono verificare se davvero quel documento indirizzato al governo libera il numero uno dei Servizi segreti. Se davvero in quella carta, il generale dà conto dell'operazione congiunta con la Cia sulla rendition di Abu Omar (17 febbraio 2003), esprimendo il suo "dissenso".
Non è una difesa di grande respiro. Perché se il direttore del Servizio ha sempre l'obbligo di riferire all'autorità giudiziaria una notizia di reato, l'autorità politica può solo autorizzare che questa comunicazione avvenga in ritardo.
I due magistrati che coordinano l'indagine, Spataro e Pomarici, hanno comunque avviato la richiesta a Palazzo Chigi "per rendere il più ampio possibile l'accertamento dei fatti".
La lettera potrebbe essere determinante per definire non tanto il ruolo di Pollari, che l'indagine ha ormai ben disegnato, ma la responsabilità di "terzi" nella vicenda. Di nuovi protagonisti nel rapimento e nell'inchiesta, parla il gip nel provvedimento di sabato scorso, con cui è stata revocata la misura degli arresti domiciliari per Mancini e Pignero. La lettera che da oggi Prodi è chiamato a liberare da ogni discrezione potrebbe far fare un ennesimo salto all'inchiesta, conducendola in un territorio politico.
A chi infatti Pollari può aver dato notizia dell'operazione congiunta Cia-Sismi esprimendo il suo dissenso? Soltanto al governo. Ma a chi nel governo? A Berlusconi, presidente del Consiglio? A Gianni Letta, sottosegretario con delega ai Servizi? Ad Antonio Martino ministro della Difesa? Quale che sia il nome del destinatario della missiva di Pollari, il documento e la confessione del direttore del Sismi smentiscono quanto in questi anni ha sempre ripetuto l'esecutivo Berlusconi: "Non sapevamo". A quanto pare, è questa l'ultima verità di comodo che l'indagine deve eliminare.
Cristina Zagaria
da www.repubblica.it