Se il direttore dell’Auditel fosse la regina Elisabetta, per definire il 2004 dovrebbe ripetere quella celebre frase: “ Annus Horribilis”.
Come disse la madre di Carlo dopo gli scandali di Diana, per disegnare lo stato di una monarchia decadente. Non è un paragone tanto fantasioso, perchè anche il principe degli ascolti TV è stato tradito dalla sua Diana. Ma vediamo perché.
A Pancini piace molto, in ogni occasione, citare a sua difesa una frase di Guglielmi
sull’Auditel. Ed ecco cosa dice l’ex-direttore di RAI 3, interrogato sul Corsera nel gennaio 2004, in occasione della celebrazione dei 50 anni della RAI.
«Non puoi fare più una TV culturale. Oggi più di ieri se non vieni premiato dall’Auditel non ottieni pubblicità. E senza pubblicità non puoi mantenere il tuo posto. Stando così le cose, continueremo ad assistere a una tv da reality show degenerato e curioso solo di una certa stanza della casa...»
Così risponde Angelo Guglielmi, interrogato da Paolo Conti del Corriere sui 50 anni di RAI, sul futuro di viale Mazzini come azienda da servizio pubblico capace di divulgare cultura. L’ex- direttore di RAI 3, che gli esegeti dell’Auditel citano spesso a loro difesa, è troppo signore per dirlo, così proviamo a tradurre : quella che si basa sull’Auditel è una TV che vuole spiarci anche nel cesso….
Questa è la televisione che ci riserva l’Auditel, questa continuerà ad essere la RAI che pagheremo con i nostri soldi, se tutto continua così, dice in sostanza Gugliemi.
E via un’altra foglia di fico al monopolio di Pancini.
Poi a luglio, per la prima volta Repubblica, dopo aver pubblicato due pagine di
Roberta Gisotti, in cui veniva intervistata l’ennesima famiglia campione che confessava di taroccare i dati, prendeva posizione ufficialmente con un editoriale di Giovanni Valentini in cui si diceva, dopo dure critiche al sistema : “Nel segno dell’Auditel , un certo fondamentalismo pubblicitario propina così la sua ideologia, attraverso un modello economico e sociale che non sta né in cielo né in terra”. E poi chiudeva : “Non c’è da meravigliarsi se - sotto la dittatura dell’Auditel - abbiamo mandato al governo il lider maximo del regime televisivo e pubblicitario”.
Così, il primo gruppo editoriale italiano si schierava ufficialmente con le posizioni portate avanti due anni prima da Megachip e Articolo 21, nella loro campagna “Basta Auditel”.
Un brutto colpo, per il povero principe ereditario degli ascolti.
Che veniva bissato da quello infertogli dal convegno organizzato alla
Sapienza di Roma dall’Istituto di Studi Legislativi di Giampiero Orsello, dalla fondazione Censis, dove – come scrive Francesco Lener di Punto Com –
“L’esercito degli anti-Auditel ingrossa le fila. Una massiccia adesione di esponenti
istituzionali, politici e del mondo delle associazioni segna l’uscita inattesa
di questo movimento da un piccolo guscio i soliti noti, e un pomposo ingresso
nell’agenda condivisa del nuovo centrosinistra proiettato verso il 2006 ”.
E infatti sfilano sul palco Falomi, Giulietti, Gentiloni, Vita, Pecoraro Scanio,
scrive Giulietto Chiesa, da Bruxelles, e danno man forte la Fieg, il Censis,
la Fnsi, il Consiglio degli Utenti. Interviene perfino Sangiorgi, commissario
di un’Authority che non ha certo brillato per iniziativa sull’argomento.
Tutti pronti a fare della riforma dell’Auditel un punto del programma Tv del centrosinistra.
Ma i problemi più grossi del 2004 di Pancini devono ancora arrivare.
Solo 8 giorni dopo il convegno della Sapienza, su Repubblica, Aldo Fontanarosa
esce con un’anticipazione di un rapporto sull’Auditel chiesto da Cheli a tre tecnici dell’ISTAT. I risultati sono una frustata per Pancini. Confermano quanto scritto nei libri-inchiesta sull’Auditel sostenuti dalla campagna di Megachip e Articolo 21. “ Inusuale” il monopolio delle rilevazioni, nessun dato sulla qualità, e una marea di distorsioni.
L’Istat segnala diversi tipi di errori. Da quelle campionari, in cui si pescano le famiglie dagli elenchi telefonici, ( escludendo a priori alcune tipologie ) a quelli scaturiti
delle mancate risposte, per cui il rifiuto di rispondere alle domande dell’Auditel, tra prima e seconda selezione statistica delle famiglie, arriva al 93,9%. Provocando – dicono i tecnici Istat – “un fenomeno di autoselezione che può avere impatti negativi sulla correttezza delle stime”. Si segnala poi il problema del recupero, cioè del meccanismo tramite il quale l’Auditel assegna ascolti a una trasmissione anche se nessuno dei componenti di una famiglia campione si dichiara presente davanti allo schermo, quello del turn over, con criteri di sostituzione che possono essere “arbitrari”, e quello di una mancata certificazione dei dati.
E infatti Pancini fa subito la contromossa. A Saint Vincent, alla presentazione
delle Grolle d’Oro per la TV , dichiara : “Oscuriamo l'Auditel per i media. O meglio, diamo i dati in differita e non in diretta, tutti i giorni. Lasciamo passare un mese e poi li rendiamo pubblici. A quel punto, in teoria, non importa più niente a nessuno”.
Questo ha detto Pancini. Riprendendo, per inciso, una delle proposte fatte da Megachip e Articolo 21, il 24 maggio 2002, nel convegno alla FNSI che segnò l'inizio della battaglia contro lo strapotere Auditel.
Secondo le cronache, il direttore dell'Auditel si dice “esasperato”. “Non si può stare sotto accusa tutti i giorni. E mai una volta che, da parte di chi contesta, arrivi una seria proposta alternativa. L'Auditel è uno strumento nato per le aziende che investono in pubblicità: e allora che siano solo loro a conoscere i dati in tempo reale, gli altri li conosceranno dopo un mese”. Sulle prime , la mossa ottiene le reazioni che voleva. I direttori di diverse reti dichiarano subito che è impensabile un Auditel in differita.
Ma poi arriva l’intervento di Marco Ferri, opinionista del
Messaggero sui problemi della pubblicità . Che commenta così l’uscita ad effetto di Pancini : “Ha fatto a Auditel peggio di quelli che criticano Auditel.
Eccesso colposo di buona volontà? Comunque il suo accorato intervento sarebbe passato inosservato, se poco prima delle sue parole, durante "Il grande talk" non fosse stato inquadrato un diagramma che mostrava il sorpasso di Rai Uno su Canale 5, la scorsa settimana. Abbiamo visto la curva degli ascolti di "Il cielo è sempre più blu" di Giorgio Panariello surclassare "C'è posta per te" di Maria De Filippi. Peccato che il grafico di questa battaglia di ascolti ha messo davanti agli occhi dei telespettatori una verità molto imbarazzante: il crollo degli ascolti durante il break pubblicitario che precedeva, rispettivamente, l'inizio del programma di Panariello e l'inizio del programma della De Filippi. Stiamo parlando del famoso "prime time", che le aziende pagano fior di quattrini, in quei pochi minuti, che gli sono stati garantiti come il picco più alto di ascolto.
A nulla sono serviti gli ascolti trainati da Bonolis per Rai Uno e da Striscia la notizia per Canale 5: il grafico di Auditel, minuto per minuto, mostrato alle telecamere del "Grande talk" ha detto a tutti che a pochi minuti dalla sfida, gli investitori pubblicitari hanno avuto alcuni minuti di sfiga.
Vogliamo ancora credere che la tv sia il massimo dello sforzo che le aziende sono in grado di fare per comunicare le loro strategie commerciali ?
O c'è una patacca che viene venduta come toccasana della crisi dei consumi?
Una televisione così serve alla pubblicità ? O serve solo a se stessa ?
Se non piace a chi la vede e se non è utile a chi la finanzia, a che serve ?
O meglio, a chi serve ?”. E così proprio dal mondo pubblicitario viene un’altra
frecciata all’Istituto di via Larga.
Che si aggiunge all’uscita di Marco Benatti di qualche tempo prima, il primo attacco frontale di un pubblicitario all’Auditel, accusato di essere un mezzo bluff.
In un’intervista a Prima Comunicazione, il luogotenente italiano della Wpp
diceva: “ La società italiana è cambiata ma l’Auditel non se n’è accorta. Tutti hanno mentito per anni. Prima di tutto l’UPA, l’associazione degli utenti di pubblicità e poi le concessionarie pubblicitarie ”. Benatti fu costretto poi a un parziale dietrofront, ma la sostanza dei suoi dubbi non cambiò. Oggi, per ironia della sorte, Benatti si ritrova in qualche maniera proprietario della società che ieri criticava. Questo grazie all’operazione di fusione Agb-Nielsen che ha avuto il via libera a metà settembre dalla Commissione Europea. Per la quale si potrebbe produrre una novità nell’universo chiuso dell’Auditel , per l’introduzione del metodo di ricerca Nielsen, storicamente diverso da quelli AGB, oggetto di critica dell’Authority. Ma questo capitolo è tutto da scrivere, ed anche questo porta mal di pancia in casa Pancini.
E se tutto questo non bastasse, alla fine dell’anno è arrivata anche la relazione dell’Antitrust di Tesauro. l'Autorità Antitrust, è «auspicabile la ridefinizione dell'assetto proprietario» dell'Auditel, «prevedendo un soggetto privato indipendente che abbia quale funzione-obiettivo la massimizzazione dei profitti derivanti dalla vendita dei dati sugli ascolti televisivi». È uno degli interventi suggeriti dall'Autorità guidata da Giuseppe Tesauro nelle conclusioni dell'indagine conoscitiva sul settore tv e sulla raccolta pubblicitaria. Sull 'assetto proprietario della società di rilevazione degli ascolti, «Fininvest e Rai esercitano un'influenza determinante». Per questo, secondo l'Antitrust, «è auspicabile la ridefinizione dell'assetto proprietario della società che attualmente svolge tale servizio, prevedendo un soggetto privato indipendente che abbia quale funzione-obiettivo la massimizzazione dei profitti derivanti dalla vendita dei dati sugli ascolti televisivi».
Questo, secondo l'Autorità, «assicurerebbe, tra l'altro, l'esistenza di una struttura di incentivi che consenta di cogliere al meglio le opportunità connesse all'evoluzione tecnologica delle modalità di fruizione del prodotto televisivo».
A queste si aggiungono le dichiarazioni dell’altra Authority, tramite il commissario Sangiorgi : “L'autorita' per le Comunicazioni, dopo una approfondita analisi compiuta con l'apporto dei tecnici dell'ISTAT ha rilevato delle criticita' sulla composizione del campione e sulla modalita di estrazione dei componenti del panel ed ha convocato i responsabili dell'Auditel per in incontro che si svolgera' nei prossimi giorni per chiarire gli aspetti delle criticita' individuate e predisporre successivamente una delibera di indirizzo che riguardi le eventuali modifiche da proporre".
Lo ha dichiarato il commissario dell'Autorita' per le Comunicazioni parlando a margine della presentazione del nuovo canale digitale di Mediaset dedicato ai bambini.
"Questa decisione e' stata presa questa mattina - ha aggiunto Sangiorgi - dalla Commissione Servizi e Prodotti e che abbiamo comunicato all'Auditel. Si tratta di richieste di modifiche di carattere tecnico che diventano comunque di sostanza".
"Cambieranno anche - ha spiegato Sangiorgi - le modalita' nella diffusione dei dati di ascolto televisivo che non si limiteranno soltanto alla quantita' ma anche a dati di comportamento a garanzia dei cittadini".
"Queste modifiche che per ora riguarderanno la rilevazione degli ascolti televisivi saranno apportati successivamente anche all'Audiradio, che rileva gli ascolti radiofonici e ad Audipress che rileva la diffusione dei giornali".
" Queste esigenze di modifiche si sono rese necessarie - ha concluso Sangiorgi - dopo una analisi approfondita che l'Autorita' ha compiuto con due tecnici dell'ISTAT che sono entrati a far parte del nostro gruppo di lavoro nel quadro di un accordo con l'istituto di statistica. Dell'apporto dei tecnici dell'ISTAT ci serviremo anche per le proposte di modifica ad Audiradio e Audipress."
Proposte per un’altra Auditel
Dunque, si può dire che l'Auditel è in rotta. Si può anche dire che quest’anno
ci sono stati un segnali evidente che la battaglia cominciata in solitudine, due anni fa, da Megachip e Articolo 21, sta ora ottenendo risultati a tutti i livelli.
E vediamo se così le polemiche si placheranno, dice Pancini. Ma non si placherà un bel niente. Perchè il problema non è quello di “rinviare, raffreddare, sopire”.
Il problema investe il cuore del sistema televisivo italiano. E non è vero nemmeno che non è arrivata una proposta alternativa da noi “contestatori”. Le soluzione ci sono, sono diverse e articolate.
Le ricordiamo a Pancini :
a ) Bisogna applicare la legge 249 e far sì che sia l'Autorità delle Telecomunicazioni in prima persona a fare i rilevamenti degli ascolti.
b) L'Auditel deve consegnare i dati grezzi ( cioè non trattati dai suoi software ) ad esperti indipendenti per consentire elaborazioni alternative.
c ) Bisogna che l'Autorithy avvi ricerche qualitative che integrino e correggano il dato Auditel nell'opinione pubblica. E devono essere diffusi in contemporanea.
In sostanza, chi dice quanti spettatori hanno visto Fede, ci deve anche dire a quanti è piaciuto e a quanti no, di modo che il numero non diventi automaticamente indice di qualità.
d ) Dev'essere reso pubblico l'IQS RAI, ovvero la ricerca sul gradimento dei programmi del servizio pubblico. Ricerca resa pubblica una sola volta, nell'ottobre dello scorso anno, che ha dato risultati “eversivi” per gli attuali vertici RAI e che da allora è stata nuovamente segretata. Nonostante la sua pubblicazione sia prevista , ogni trimestre, dall'accordo tra Stato e RAI.
Solo un uso accorto e integrato di queste misure ci garantirà che la nostra battaglia contro lo strapotere del monopolio dell'Auditel è vinta. Perciò, fino a quel momento, le polemiche continueranno. E ricominciamo subito.
La proposta di Pancini, fatta in questo momento, serve a poco. O meglio serve a creare un diversivo all'assedio dei mezzi di comunicazione di massa che si stanno lentamente accorgendo che quello che abbiamo scritto e sostenuto da anni è vero. Cioè che i dati Auditel sono inattendibili.
Quello che serve è altro.
Una rete pagata dal canone degli utenti. Un bel pezzo di RAI svincolato dall’orrore ruttaiolo dell’ Auditel perché pagato da tutti noi. Ecco, per questo bisogna ringraziare Ciampi. Perché adesso i giochi sono riaperti su questa ipotesi. E tutti sono chiamati a rispondere a questa domanda: la RAI può fare una rete senza Auditel che sia significativa ? La risposta è sì. Qualche esempio: una rete della BBC, la PBS americana, e MTV in Italia . Con logiche differenti, sfuggono tutte alla dittatura dell’Auditel. Eppure, non è che non hanno pubblicità. Ne hanno
( vedi MTV ) una particolare, molto targetizzata e qualificata. Cioè la più ambita dai pubblicitari . La RAI è nata e si è sviluppata senz’Auditel e i suoi programmi più belli( come hanno avuto occasione di vedere tutti quelli che hanno assistito alle maratone baudesche e alle celebrazioni del 50ennio ) li ha fatti in assenza di pressione di marketing, quando chi contava era il gusto del telespettatore , e non i numeri della presunte audiences. Programmi come “Quelli della Notte” si sono affermati e hanno avuto successo in un periodo in cui l’Auditel era sospeso, grazie a una sentenza di un giudice di Firenze. Sarà per questo che non hanno invitato Arbore alla festa in TV, avevano paura che gli ricordasse che si può fare una TV di intrattenimento, seguita e popolare anche senza l’Auditel. Chiediamo alla RAI di creare una rete che lo consenta di nuovo.