Intervista di Salvatore Scaglione a Silvio Lanaro
Silvio Lanaro è professore ordinario di storia contemporanea all'Università di Padova. E' coautore della Storia d'Italia Einaudi ed ha scritto una Storia dell'Italia repubblicana, edita da Marsilio.
Caro professore, la prego di portarci indietro, al biennio 1946-1947, quando nasce la Costituzione repubblicana. Nel '46 l'Italia è uscita da un anno dalla guerra; ha ancora un re; i partiti politici si stanno riorganizzando; il governo di Ferruccio Parri, in cui sono presenti i partiti del Comitato di liberazione nazionale, diretto erede del movimento partigiano, è stato fatto cadere; fuori d'Italia si prepara la lunga guerra fredda; la vita economica è distrutta. Eppure, in questo putiferio, i partiti si accordano per fare una delle poche cose buone che abbiamo prodotto nel nostro paese nel XX secolo, la Costituzione. Come è stato possibile? Dunque, è il 1946…
“Sì, è il 1946, il 2 giugno, e per la prima volta dal 1919 gli italiani vanno a votare in elezioni libere per eleggere i componenti dell'Assemblea Costituente ed insieme per decidere, con il referendum istituzionale, tra monarchia e repubblica, cioè scegliere la forma istituzionale del loro Stato. Per la prima volta votano le donne.
Quell'Italia che va a votare, è un paese stremato e avvilito. Le comunicazioni sono distrutte, la vita economica quasi inesistente. Fra i partiti, risorti dopo il ventennio fascista, le ipotesi politiche sono molte e spesso contraddittorie. Bene, in sei mesi, i costituenti produrranno la nostra Costituzione. Infatti, nonostante i diciotto mesi “ufficiali” dei lavori, occupati dalla lunga elaborazione delle fasi preparatorie, la definizione vera e propria avverrà negli ultimi sei mesi dell'anno successivo, il 1947.
Come è stato possibile, lei mi chiede. A ripensarci a tanta distanza, e pensando alle vicende della vita politica recente, sembra un miracolo. Ma la spiegazione c'è. Intanto quello del 46-47 è un ceto politico di una qualità che questo Paese da allora non ha più conosciuto. Sono politici di altissima preparazione culturale, di assoluta integrità etica e di grande sobrietà esistenziale, consapevoli della delicatezza di quanto stanno per fare. Dossetti, Calamandrei, Basso, Terracini, Nitti … Sanno anche che tutto il paese sta percorrendo uno strettissimo sentiero. L'Italia del fascismo infatti è stata corresponsabile delle rovine d'Europa, oltre che della stessa Italia. E non sempre la lotta di Resistenza appare sufficiente a riscattarci agli occhi degli altri paesi, che ci guardano con sospetto.
Quel ceto politico si era formato nella cospirazione e nell'esilio, nelle carceri, in montagna, nei corridoi dei conventi, dove leggevano, studiavano, dibattevano. I punti di dissenso erano molti e spesso gravi, ma del comune passato antifascista rimanevano alcuni punti, alcune eredità.
E' vero che si mettono d'accordo su un compromesso – e la Carta costituzionale lo dimostra. All'Assemblea costituente si incontrano e si scontrano l'idea cattolica, quella socialcomunista e quella liberale. Lo sapevano bene anche gli uomini e le donne della Costituente. Sapevano anche però che una costruzione comune, in diciotto mesi, era possibile solo con un compromesso. Un compromesso onesto, onorevole e intelligente.
D'altra parte, se si guarda indietro alla storia del paese, a partire dal 1860, si vede che quelle idee erano state fondamentali anche nel passato. Il liberalismo aveva costruito le nervature dello stato unitario, il movimento cattolico aveva garantito le prime forme di assistenza sociale ai ceti diseredati, il movimento socialista aveva promosso le prime lotte sindacali.
Il clima generale, lei dice. Tenga conto del fatto che l'unità dei partiti del Comitato di liberazione, di fatto, non c'è più dalla caduta quasi istantanea del governo Parri alla fine del 1945, e che nel maggio del '47 comunisti e socialisti saranno allontanati dal governo De Gasperi. Sono questi i primi frutti “nazionali” della guerra fredda che è già scoppiata.
Ricordi anche che, a pochi giorni dal referendum, rompendo il patto firmato nell'aprile del '44, il re abdica in favore del figlio Umberto, compiendo così un piccolo colpo di stato, e cercando di influenzare l'esito del referendum. Dopo il risultato elettorale ci sarà una dimostrazione di piazza dei monarchici a Napoli.
C'è poi la questione del Trattato di pace. Uomini come Benedetto Croce si schierano contro la sua accettazione.
Insomma, questioni bollenti ce ne sono tante.
Lei mi chiede quali sono stati i maggiori punti di dissenso all'interno della Costituente. Vediamo intanto quali sono gli schieramenti politici. La Democrazia Cristiana con il 35% dei voti è il partito più forte. I partiti socialista e comunista hanno insieme circa il 40%, ma sono divisi. Infine i partiti di destra raggiungono il 14%. Questa è la geografia politica, moderata, come si vede.
I punti di dissenso erano tanti. Ricordo la battaglia per non inserire il termine “indissolubile” che i cattolici avrebbero voluto a proposito del matrimonio, mentre i laici erano favorevoli al divorzio. O sul decentramento amministrativo, che non tutti vogliono. Sarà complessa anche la redazione degli articoli che tutelano il lavoro e che stabiliscono il diritto di sciopero.
Il testo definitivo però sarà di grande equilibrio fra tutte le richieste contrapposte.
Ciò non toglie che sarà molto lunga la messa in pratica di tutte le norme della Costituzione. Come si sa, la prima parte riguarda i diritti e i doveri ed ha il carattere di un “programma”, più che di una prescrizione. Una sentenza della Corte di Cassazione (organismo composto allora da magistrati conservatori o reazionari e spesso ancora fascisti) defini nel febbraio 1948 appunto “programmatica” quella parte, suggerendo che si sarebbe applicata … nel tempo, forse mai.
Lei mi chiede del “bicameralismo perfetto”, che viene messo in discussione dalla riforma che si voterà nei prossimi giorni. Quel bicameralismo non era “bizantino” o “inutile”, ma figlio dei suoi tempi. Bisogna ricordare che i senatori, prima del '46, non venivano eletti dai cittadini ma era nominati dal re. La soluzione trovata dai costituenti è dunque una reazione a questa istituzione ed alla umiliazione che il fascismo aveva inferto al sistema parlamentare. Era un modo per garantire fino in fondo legittimità alle leggi che venivano approvate. Oggi è possibile ripensare ad un nuovo ruolo del Senato, con una attenta attribuzione di competenze e funzioni. Non però nel modo rozzo e cialtrone proposto da questa riforma. Non creando una nuova “camera dei fasci e delle corporazioni” di mussoliniana memoria.
E giacché è anche di questo che mi chiede, le dirò che non sono un federalista. Oggi in Italia a quanto pare lo sono tutti. Non essere federalisti sembra un oltraggio, una colpa inconfessabile. Ebbene io mi ritengo un unitario intransigente. E ricordo quanto fosse profonda, anche fra i democristiani, nel partito popolare di Luigi Sturzo, la preoccupazione di consentire al mezzogiorno le stesse opportunità di sviluppo del nord. Col federalismo tutto questo va a farsi benedire.
L'ipotesi federalista è stata dibattuta nella fase di formazione dello stato ed è stata accantonata perché avrebbe riportato al potere le vecchie oligarchie locali. Ora, forse, ci sono nuove oligarchie che bussano alla porta e che si comporterebbero allo stesso modo.
Lei mi dice che il pericolo era stato preannunciato dalla sciagurata riforma del Titolo V della Costituzione che fece il centro sinistra nel 2001, ed io sono d'accordo.
Aggiungo che quando leggo in quella riforma, di cui l'onorevole Bassanini porta gran parte della responsabilità, che “la Repubblica è costituita dai Comuni, dalle Regioni, dalle aree metropolitane e … dallo Stato ”, mi chiedo, ma Stato e Repubblica non sono più sinonimi, non coincidono?
In realtà è difficile modificare “a freddo” una Costituzione. Le Costituzioni nascono in circostanze eccezionali, post belliche, rivoluzionarie…
Ecco perché, se il 25 giugno, come è auspicabile, come tutti speriamo, gli Italiani voteranno contro questa ipotesi di “riforma” della Costituzione, non possiamo abbassare la guardia, perché il clima che ci avvolge è quello di una disinvoltura legislativa ed istituzionale molto pericolose”..
Salvatore Scaglione