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Rapimento Carroll: etica o omertà? - 12-1-06

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Il lettore ricorderà che avevamo avanzato dubbi di grave censura a proposito del rapimento in Iraq della giornalista americana Jill Carroll (www.megachip.info/modules.php?name=Sections&op=viewarticle&artid=1337 ).
È sorprendente come questa guerra infinita in Iraq continui a porci di fronte a nuovi interrogativi sull'etica del giornalismo a cui non sembra vi siano ancora risposte certe né tantomeno un dibattito allargato che tenti di mettere a fuoco i labili confini tra il diritto all'informazione e il dovere di silenzio stampa in circostanze “delicate”. E' il caso del rapimento dell'inviata di Christian Science Monitor Jill Carroll ad alzare l'inaspettato, ennesimo polverone e a gettare le nostre certezze nel caos.

Noi critici dei media eravamo già pronti a denunciare il misterioso velo di oscuramento calato su questo caso, quando ecco che scopriamo che… forse non è così. Nessuna censura da parte dei media. Almeno non con le modalità a cui siamo abituati. Dopo alcuni giorni in cui sul rapimento Carroll ha dominato il silenzio, notizia data per giunta con ben due giorni di ritardo da Associated Press , veniamo a sapere che tale “oscuramento” era stato espressamente richiesto dalla redazione di Christian Science Monitor, mediante un appello lanciato a tutte le redazioni del mondo, per proteggere la vita della reporter, un'iniziativa che ieri il Time (www.time.com/time/world/article/0,8599,1147652,00.html) , spezzando il velo di omertà , ha definito “senza precedenti”. Il direttore di CSMonitor ha dichiarato di essere riconoscente nonché sorpreso del fatto che quasi tutte le testate abbiano accolto prontamente l'appello, oscurando le già vaghe notizie trapelate nei primi giorni – (www.mediainfo.com/eandp/search/article_display.jsp?vnu_content_id=1001808721).

Quello che colpisce, tuttavia, è che nel frattempo pochissimi tra i siti indipendenti e i blogger statunitensi si siano interrogati su questo silenzio generale dei media, e che non ne sia nato alcun dibattito nemmeno nei circoli più alternativi. Una ricerca su Internet eseguita tra lunedì e martedì scorso tra i siti “alternativi” solitamente più attenti e critici su queste questioni mi ha provocato un certo senso di disagio, poiché tranne l'appello dello stesso CSMonitor ripreso da Committee to Project Journalists (www.cpj.org/news/2006/mideast/iraq09jan06na.html), di Jill Carroll su Internet non si è vista neanche l'ombra. Quando oggi sono finalmente saltati fuori i primi indizi su come era andata tutta la faccenda, il mio senso di disagio non si è affatto placato.

Jack Shafer è il primo a tentare di aprire un timido dibattito sulla questione, ponendo alcune “semplici” domande sulla rivista online Slate.com : “È giusto oscurare le notizie sul rapimento di un inviato di guerra? E fino a quando?” ( www.slate.com/id/2134093/ ). Greg Mitchell di Editor&Publisher sembra uno dei pochi a non darsi pace sulla mancanza di un dibattito su questo tema. Ci dice che sono i lettori a scrivere alla testata e a porre le uniche domande in circolazione: “È giusto organizzare un blackout mediatico anche se per una buona causa?”, “Come può esserci un tale blackout di notizie su un fatto così grave nell'era di Internet?” (www.mediainfo.com/eandp/search/article_display.jsp?vnu_content_id=1001841819) ..

Se pensiamo alla mobilitazione del Manifesto durante il rapimento Sgrena, non possiamo non sospettare che una decisione come quella del CSMonitor sia dovuta a motivi “ambientali”. Non è la prima volta che negli Stati Uniti si “oscurano” notizie sui rapimenti di cittadini statunitensi in Iraq. Certamente negli Usa mobilitazioni della società civile come quelle avvenute in Italia per i nostri ostaggi non si sono viste. Anche in Italia, durante i rapimenti di italiani, la stampa e i critici si sono interrogati su cosa era più giusto fare per la sicurezza degli ostaggi. Ma il completo silenzio stampa su un rapimento di un giornalista in Iraq e in queste modalità, come afferma il Time, sembra una novità che non può sfuggire a un'attenta riflessione, altrimenti ci toccherà fare ancora una volta i cinici e non credere alla storia della semplice richiesta accolta dai media per motivi puramente etici .


di Eva Milan
mediattivista (www.zabrinskypoint.org), traduttrice specializzata in politica internazionale, musicista.

  

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