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L'internet italiana sotto controllo con la scusa del gioco d'azzardo? - 21-4-06

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Il blocco degli indirizzi Ip relativi ai siti di giochi e scommesse on line sancisce il principio che lo Stato possa decidere a priori cosa si debba vedere o no sul web.

Dopo averci provato senza risultato per oltre dieci anni, le lobby dei censori hanno fatto sì che il Parlamento italiano ordinasse il filtraggio di Internet. Lo scorso 23 gennaio 2006 è stata approvata definitivamente la legge Prestigiacomo che — dopo la firma del Presidente della Repubblica — imporrà agli Isp il filtraggio dei siti a contenuto pedopornografico (che invece potrebbero essere filtrati lato client e comunque oscurati dalla magistratura).

Dalla mezzanotte del 24 febbraio 2006 l'Azienda autonoma monopoli di Stato (AAMS) ha applicato l'art. 536 della legge finanziaria che inibisce gli accessi ai siti degli operatori di giochi e scommesse, compresi quelli che esercitano legalmente la propria attività negli altri Paesi dell'Unione europea.

Al di là dell'odiosità dei reati contro i minori e della liceità o meno del gioco on line, i provvedimenti sanciscono per la prima volta il principio che lo Stato possa decidere a priori cosa si può vedere e cosa no sul web, invece di limitarsi a punire chi si assume la responsabilità di violare la legge, conformemente ai principi di civiltà del diritto occidentale.

Questa azione di repressione delle libertà civili è condotta in modo estremamente subdolo. Usa fenomeni criminali come lo sfruttamento sessuale dei minori — ai quali tutti siamo estremamente sensibili — come “cavallo di Troia” per far passare delle restrizioni (i filtri on line) che altrimenti sarebbero state impossibili, per poi estenderle anche a altri fatti meno gravi (le scommesse clandestine) o addirittura leciti ma sgraditi (le scommesse gestite legalmente da aziende inglesi).

Senza entrare troppo nel merito legale di una questione molto complessa, basta dire che la Corte di giustizia dell'Unione europea e moltissimi tribunali penali italiani hanno riconosciuto fin dal 2004 che le società di giochi e scommesse legittimamente autorizzate in un Paese dell'Unione hanno il diritto di esercitare la propria attività anche in Italia senza necessità di licenze o concessioni. Ciò nonostante, il Parlamento italiano continua a emanare norme — come quelle citate all'inizio di questo articolo — che vanno esattamente nella direzione opposta e impongono ai provider multe salate (fino a 180.000 euro) se non “inibiscono” l'accesso anche ai siti legali di scommesse.

Non potendosela prendere con società di altri Paesi perché operano secondo la legge di un'altra giurisdizione, e nemmeno — direttamente — con gli utenti (che senza questa norma non erano identificabili) il legislatore e AAMS hanno pensato bene di mettere sotto scacco le compagnie telefoniche e i provider. Costoro diventano, in pratica, dei veri e propri “poliziotti coatti” perché sono obbligati a svolgere azioni di prevenzione, indagine e segnalazione che spetterebbero alle istituzioni pubbliche e non a imprenditori privati. Applicando questa logica, mi aspetto una legge che imponga alle società che gestiscono le autostrade di indagare se le automobili che accedono tramite i caselli siano occupate da persone che stanno per compiere (o lo hanno appena fatto) una rapina o altro fatto illecito, denunciandoli immediatamente alla polizia.

Ora è evidente che — a prescindere dalla gravità del reato di cui si discute — nessuno accetterebbe una norma di questo tipo perché è chiaro che non spetta a chi gestisce la rete stradale controllare chi e perché la attraversa.

Curiosamente, quando si parla di reti di comunicazione l'approccio cambia radicalmente e tutto sembra lecito e giusto. Anche schedare indiscriminatamente gli utenti.

Su imposizione di AAMS, infatti, il blocco degli accessi ai siti di scommesse deve avvenire intervenendo sui Dns. Per cui quando un utente cerca di collegarsi a uno dei siti “incriminati” viene reindirizzato automaticamente verso una pagina residente sui server di AAMS che lo “informa” di avere cercato di raggiungere un contenuto illecito. Fin qui nulla di male, si potrebbe dire. Peccato — però — che così facendo AAMS può loggare le sessioni di chi accede e inviare la Guardia di finanza a “fare accertamenti” presso gli Isp e poi a casa degli utenti. E poco importa se l'utente volesse soltanto curiosare o —trattandosi di un giornalista — verificare di prima mano informazioni e contenuti.

Ora non ci vuole molto a capire che questo modo di agire diventerà lo standard per controllare le attività on line di qualsiasi tipo. Grazie a questi precedenti — tra l'altro — sarà più facile per le lobby dell'audiovisivo ottenere l'estensione degli obblighi di filtraggio anche alle violazioni — o supposte tali — del diritto d'autore (obiettivo per il cui raggiungimento stanno lavorando alacremente già in sede comunitaria). Tutto questo avrà la probabile conseguenza — oltre alle gravissime limitazioni per la privacy dei cittadini — di frenare ulteriormente il mercato Internet e Ict senza offrire alcuna reale protezione dai delinquenti veri che sentitamente ringraziano l'Italia per avere emanato leggi che spingono le forze di polizia a lasciarli tranquilli e a occuparsi di “pericolosi” cittadini.


di Andrea Monti
da "Pc professionale"

  

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