E il dollaro volò sul nido dei falchi.
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Il dollaro è risalito, di poco, ma se dovessi darvi un
consiglio continuerei a puntare sull’euro, perché sospetto che dopo la
salita ci sarà una discesa ancora più ripida. Sapete perché?
Perché ho letto quello che scrive un noto rivoluzionario, di nome Robert
Reich, già ministro del lavoro dell’Amministrazione Clinton e oggi professore
di politica economica e sociale alla Brandeis University. E, a costo di venire
nuovamente redarguito dai soloni del Foglio dell’ex informatore della
Cia Giuliano Ferrara, tornerò a "copiare" qualche nota offertaci
da Reich, che farà il paio con quelle a suo tempo citate di John kenneth
Galbraith.
Dice Reich, sicuramente in preda a un raptus antiamericano, che
il deficit degli Stati Uniti, stando alle previsioni di quel covo ci provocatori
comunisti dell’Ufficio del Congresso per il bilancio, aumenterà di 2000
miliardi di dollari nei prossimi dieci anni.
Ovviamente nel caso che l’attuale presidente degli Stati Uniti
d’America riesca a rendere permanente la sua attuale filo-pluto-antropica politica
di tagli fiscali (dove il termine filo-pluto-antropico si può tradurre
con "amante degli uomini ricchi").
Infatti questa è – scrive sempre Reich – una politica che
ha consentito "agli americani più ricchi- che hanno beneficiato
della maggior parte dei tagli fiscali – di continuare a essere sempre più
ricchi". Si aggiunga poi che "la maggior parte degli analisti"
è convinta che il costo della privatizzazione della Social Security sarà
di oltre 2000 miliardi di dollari, di nuovo nel corso dei prossimi dieci anni.
E che le spese belliche, presenti e future, dovranno aggiungersi a questi deficit
stellari. L’Irak è già costato oltre 200 miliardi di dollari e
non è finito. Se si mette nel conto un possibile attacco contro l’Iran,
si dovrà arrivare a 800-1000 miliardi di dollari all’anno.
Ora noi siamo perfettamente consapevoli che questo è il
migliore dei mondi possibili e che l’economia statunitense è la migliore
del pianeta. Cionondimeno ci riesce difficile, insieme a Robert Reich, non cogliere
che gli Stati Uniti stanno spendendo, con la loro carta di credito universale,
qualche cosa come un quarto dell’intera economia americana.
Insomma gli Usa spendono troppo e si affidano ai soldi altrui
per tirare avanti. Vivono di credito e si indebitano ulteriormente per pagare
gl’interessi del credito. Il che, a sua volta, comporta che i loro titoli (inclusi
i biglietti di banca verdi – perdono valore in quanto il rischio di possederli
aumenta per gl’investitori. Per attirare i quali, conseguentemente, si deve
aumentare il tasso d’interesse, cioè il costo del denaro.
Ma questo, ahinoi, costringe gli americani, tutti gli americani,
a pagare di più per i beni e i servizi che comprano. E anche di più
sui mutui con cui comprano le seconde case e le terze automobili. Insomma su
tutto quello che si compra a credito. Nello stesso tempo gl’investimenti diverranno
più difficili perché più costosi e anche perché
più aleatori, non essendoci risparmio disponibile (gli americani non
risparmiano quasi più niente) e dipendendo esso dall’afflusso estero,
a sua volta sempre più precario. Un bel pasticcio, anzi un bel vicolo
cieco.
Ma il cui effetto prevedibile e prncipale è che, in queste
condizioni, l’economia rallenta, il deficit pubblico sprofonda in cime abissali
e gli americani diventano, molto semplicemente, più poveri. Tutti salvo
i più ricchi, che diventano ancora più ricchi.
Reich è preoccupato, perché tutto ciò gli
sembra una follia, appunto filo-pluto-antropica. Dove ci porterà tutto
questo? Ma – che domanda! – alla guerra, naturalmente. Perché gli Stati
Uniti non pagheranno questi debiti. Non li pagheranno mai più. I loro
amici (anche europei) paiono disposti a transigere, a fare finta di niente,
ad accollarsi il peso. Il fatto è, però, che gli altri creditori
erano disarmati e e non potevano esigere nulla, proprio per questa ragione.
Ma per domani già si delineano creditori armati. E allora bisognerà
sparare per tenerli a bada.
Dunque, riassumendo, chi ha euro se li tenga ben stretti, anche
se l’economia europea cresce più lentamente di quella americana.
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