“Non sarà poi così misterioso da non risolversi questo mistero” - prima puntata - agosto 2006
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Romanzo a puntate di Vittorio Pergola
Prima puntata
Sette. Sette birre mi dovetti bere mentre la mia piccola amante si cimentava con lo scompiglio di una fedina turca in argento. Due generi, il maschile e il femminile a poltrire allegramente in una domenica d'agosto. Più d'un rumore distolse il possibile prolungarsi infinito del sonno, i felini al mattino dovevano essere alle prese con un addio al celibato o cose così.
Ci rimettemmo a dormire, passarono due ore prima che uno di noi due trovasse la forza di affrontare la luce del sole. Lo fece lei per prima io la seguii a ruota. Quando entrai in cucina era alle prese con la macchinetta per il caffè, le diedi un bacio sulla fronte e corsi in bagno, deve esser stata la pisciata più lunga della mia vita. Appena fuori dal bagno mi resi conto che qualcosa poteva esser successo. Lei era vestita e anche con una certa eleganza, non mi rivolse la parola, mi passò davanti così senza particolari attenzioni.
In camera da letto un ragazzo con un'accentuata calvizie mi guardò attentamente, io non so il perché, non ci pensai troppo su, era come se il fatto di trovarlo lì fosse scontato. Mi diede un milione e ottocentomila in contanti, disse: “guarda sotto il cuscino” e lì vi trovai il malloppone. Mi chiesi il perché ma prima ancora di aver aperto bocca quello mi fa: “hai dormito nove ore, sono duecento all'ora, se avessi avuto la forza di altri sessanta minuti avremmo fatto cifra tonda ma il signor Couza è contento così non ti dar pena. Siamo tutti soddisfatti del tuo lavoro.”
Non ci pensai su due volte, mi infilai un paio di pantaloni e misi in tasca il denaro, ragazzi pelati, Couza, non mi importava più di tanto, il concetto di quel guadagno mi stava più che bene. Il caffè si era freddato ma lo buttai giù ugualmente, la mia giovane amante era tornata a darmi attenzione, bastava mettersi i pantaloni, pensai. Data l'ora ormai tarda per produrre decidemmo di vederci un film in videocassetta, ma in salone fummo travolti da un immagine che non vedevo dai tempi del liceo. Dovevano esserci almeno trenta persone, accovacciate l'una accanto all'altra, sui divani, per terra, con delle sedie, tutti a guardare cartoni animati alla televisione. Il ragazzo calvo della storia del sonno ci raggiunse e mi tranquillizzò: “Niente panico amico mio sono tutti tuoi colleghi, brave persone, il signor Couza li paga per quello che fanno. Solo, il tuo film dovrai vederlo in camera da letto.” Ancora una volta e non so il perché non mi venne la curiosità di andare oltre. Andammo nella stanza da letto, ci abbracciammo e cominciammo la visione del nostro film. Una storia di quotidiani malesseri, un giovane che cercava lavoro e si imbatteva in una serie di situazioni poco piacevoli per arrivare poi all'amore il successo e la felicità, insomma vedemmo una gran porcata. Finita la visione lei mi chiese di uscire, io data la riscossione mattutina, avevo una gran voglia di rimettermi a dormire, ma acconsentii.
Rientrammo che saranno state non so le cinque, cinque e mezza del pomeriggio, avevamo comprato della birra, ne stappai subito una e misi le altre nel congelatore. Faceva un gran caldo.
In casa non c'era più nessuno, “è finita la tv dei ragazzi”, pensai.
Il tipetto calvo ci aveva lasciati soli, cercammo in ogni angolo della casa, sembrava non avesse lasciato traccia. Verificai immediatamente se anche i soldi nelle mie tasche non si fossero polverizzati, il calvo era a posto, le mie banconote resistettero all'esodo dei pazzi.
L'esodo comunque lasciò una sua traccia in entrambi, un silenzio che portava con se la nostra curiosa attesa dell'insolito. Decisi di metter su una camomilla, ne avevo quattro bustine di quelle in polvere che si danno ai bambini. Feci scaldare un po' d'acqua e versai il contenuto di due bustine in una bella tazza marrone. Mandai giù la mia camomilla sintetica e accesi la televisione. Diedi l'ennesima controllatina alle mie tasche. Stavo lì, sdraiato su di un divano arancione con i piedi sul bracciolo e la testa su tanti piccoli cuscini che non ne volevano sapere di adattarsi, stavo lì con la mia bella sigaretta tra le labbra, il telecomando, ero più vuoto che mai. La mia metà entrò in salone gridando come una pazza e non era un comportamento a lei familiare:
”corri! Corri! Corri! Corri! corri! Vieni a vedere!”
Indicava la cucina.
Pensai: ”Gesù! Quale strana entità abiterà la mia cucina? Spero solo che valga il disturbo.”
Mi alzai con molta calma incalzato dalle grida di quel verbo di moto a luogo ripetuto ossessivamente.
Sulla porta della cucina la abbracciai per rassicurarla poi guardai dentro e la riabbracciai per rassicurarmi. Due vecchietti ed un uomo di mezza età se ne stavano seduti al tavolo della mia cucina fumando e bevendo vino, birra e vari liquori. Sembrava di esser finiti in un caffè d'altri tempi. L'abbracciai ancora e le dissi di andare in salone.
Entrai in cucina con molto rispetto come se quei signori avessero pieno diritto d'ospitalità, anzi, avevo quasi timore di disturbarli. La mia cucina non era più mia, l'avevo persa dopo una camomilla, se l'erano presa tre uomini all'apparenza molto in gamba. Inutile dire che i tre non mi degnavano di uno sguardo, così mi sedetti per ascoltare e capire il tono della loro conversazione. Non mi riusciva di seguirli, come se parlassero ad un'altra velocità. Liquidai la cosa pensando che fossero più ubriachi di me o che lo fossi io più di loro o che comunque non eravamo in una dimensione sincronica. Chiusi la porta scorrevole con il vetro opaco che garantiva agli ospiti più privacy e me ne tornai in salotto. Sul divano la mia anima di compagnia tremava. Con una sigaretta in bocca, le braccia attorno alle ginocchia, se ne stava seduta a fumare e tremare. Era terrorizzata. Mi feci vicino, non resistetti, mi attaccai ad una bottiglia di brandy del mobile bar alla sinistra del divano, diedi una bella sorsata e dissi:
“Amore di che ti preoccupi? Sono innocui e poi magari tra mezz'ora arriva il pelato e ci paga il disturbo!”
Lei mi guardò con l'occhio di chi sta meditando di cambiare vita. E con un misto di presunzione e di terrore mi bisbigliò:
“Cristo! Non te ne sei ancora accorto? Sono… Sono morti tutti e tre!”
Al che ebbi un sussulto di orgogliosa lucidità:
“non prendermi per il culo, ci vedo benissimo, sono lì che se la spassano nella mia cucina, sono l'immagine della salute!”
Cominciò a mangiarsi le unghie, spense la sigaretta, si passò una mano tra i capelli, sospirò e continuò: “Cristo non ora! Non li hai riconosciuti?”
Chinai la testa all'indietro in un gesto di impazienza, pensai che prima o poi doveva arrivare in queste strane vicende un po' di sano e costruttivo spiritismo e che la mia metà stesse cascando in questa piccola e riduttiva chiave di lettura degli eventi.
Non ce la feci più, mi alzai corsi in cucina e aprii la porta scorrevole con uno scatto brusco. I tre si girarono di scatto verso di me e mi fissarono con un aria di investigazione severa. Quello di mezza età era in piedi con un libricino, forse un taccuino, nella mano destra, ed un bicchiere di vino bianco nella sinistra, gli altri due, seduti, sfogliavano un catalogo d'arte. Rimasi impietrito di fronte a quelle facce. Adesso sì, anche io, come avevo potuto...Cazzo! Mi voltai di scatto dopo aver richiuso la porta e tornai da lei.
“Cristo! Dio re! Madonna! Gesù! Ma hai capito chi s'è preso la mia cucina?”
Lei annuì tremando. Sperai in una sua qualche reazione che non ottenni, non faceva altro che fumare e tremare. Mi feci coraggio tornai in cucina e con un imbarazzo che non avevo mai provato nella mia vita sbiascicai due parole:
“Scusate, non voglio disturbarvi, siete tre grandi, ma devo prendere la boccetta dell'ansiolin, me l'avete terrorizzata. Continuate pure, non è colpa vostra.”
Chiusi la porta quasi inchinandomi. Mi attaccai alla boccetta versando le gocce direttamente sulla lingua con un po' di esercizio chiunque può riuscirci. Ne contai venticinque. Poi mi animai di spirito terapeutico e avvicinandomi al divano esclamai, con un fare da grande esperto del timore:
“ecco amore, questo è quello che fa per te, dai retta a me con qualche goccia ti addormenti e passa tutto.” Lei, e non me lo aspettavo, mi strappò la boccetta dalle mani e se ne bevve, letteralmente, una buona metà. “Per fortuna è un sedativo blando!” pensai. Mi sedetti accanto a lei con i piedi sul tavolo e cercai di guardare la televisione, avevo il piede destro in perenne movimento. Mi addormentai.
La posizione scomoda, il caldo e una asta televisiva contribuirono in qualche modo ad un mio graduale risveglio. Misi la mano accanto a me e non trovai colei, la donna con la quale avevo condiviso terrore e narcosi. Mi alzai, la chiamai, mi ricordai degli ospiti in cucina e andai a vedere. Era in piedi vicino al fornello e preparava un caffè. Degli ospiti neanche una bottiglia vuota a provarne il passaggio. Mentre me ne stavo lì con il caffè in mano, perso tra le mie riflessioni sulle strategie di rimozione da mettere in atto per recuperare una parvenza d'equilibrio, bussarono alla porta.
Aprii lentamente senza guardare lo spioncino nonostante l'ora. Saranno state le cinque del mattino. Sorpresa! Il pelato! Con uno stupendo gilet di lino bianco ed una busta in mano.
Cercai subito di incastrarlo con tutti i miei interrogativi ma la voce mi si inceppò e quello, più pronto e spigliato, più pratico, mi disse:
“Lascia stare. Non ho tempo. Ho un sacco d'altri giri da fare. Ti devo dei soldi, facciamo un forfait di sette ore perché non ti ho seguito bene, perdonami è stata una giornataccia. Tieni sono un milione e quattro. Il Signor Couza ti rinnova tutta la sua stima e ammirazione. Devo scappare.”
Nemmeno il tempo di salutarlo, sparito, svanito nella tromba delle scale.
Come Charles B. William B. e Piero C. apparsi e scomparsi nella mia cucina e vivi solo per lei.
Ma la storia, è evidente, era solo agli inizi.
Fine prima puntata. Continua.
* "Non sarà poi così misterioso da non risolversi questo mistero" è la riduzione in cinque puntate curata dallo stesso autore per Megachip. Tutti i diritti di riproduzione e utilizzazione commerciale sono dell'autore.
Vittorio Pergola è nato e vive a Roma. E' funzionario dell'amministrazione didattica in una libera università. Ha una laurea in Sociologia della conoscenza e non ha alcun talento per i rapporti umani. Ha pubblicato il libercolo di poesie e racconti: Apocalissi Quotidiane , Michele Pascale Editore 2003. I suoi versi e alcuni racconti si trovano in diverse antologie di editori ancora poco noti; sul web ha collaborato con Nonluoghi libertari, scrivendo oltre a diversi racconti per la sezione "letteratura civile", un'analisi sul poeta e cantautore Piero Ciampi ed una ricognizione sull'"Uomo come animale sovversivo". Come molti ha un blog http://fuipoeta.splinder.com , lo si può contattare scrivendo a vittorio.pergola@gmail.com .
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