Giornalista in zona di guerra di camorra
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"Io la velocità della luce la so,
ma la velocità del buoi non ce l’hanno ancora insegnata…"
(Dino di Zenica, 12 anni, provvisoriamente scolaro a Zagabria)
Qualche
giorno fa tre uomini sono stati ammanettati e uccisi a Casavatore da finiti
agenti di polizia. In pieno centro. Un’esecuzione. Ecco perché all’inizio
della nuova guerra di camorra quattro carabinieri, scambiati per killer, sono
stati feriti a Scampia. Giorni prima, un uomo è stato decapitato e bruciato
nella sua macchina. Una giovane donna di venti anni è stata torturata
e bruciata nella sua macchina. Ancora esecuzioni. Un’altra donna è stata
sparata in faccia. Questa è la guerra di camorra. Litri di sangue e ferocia
che scorrono a fiumi. Niente giri di parole. Peccato che nel telegiornale non
facciano vedere il vero volto della morte che equivarrebbe a vedere il vero
volto del problema. Nel calderone della guerra del golfo nostrano la globalizzazione
avanza e i killer appartengono alla mafia albanese. Gente che per punire le
sue stesse donne, sfruttate come puttane, taglia un pezzo di gamba e poi gira
e rigira fino a staccarla completamente, alla stessa maniera si uccidono gli
animali. Forse con un più pietà e rispetto. Immaginateli ingaggiati
in una guerra di camorra: speranza di sopravvivenza del bersaglio pari a zero.
Morire velocemente è già salvezza.
La sera guardo il telegiornale, l’uccisione dei tre uomini è
la quinta notizia, meno di due minuti per spiegarla. Dopo di che il blocco dei
pendolari sulla Milano Torino.
Giornalismo in terra di camorra: se minacciano uno dei nostri
inviati super pagati in Iraq via al putiferio mediatico. Se sei minacciato a
Napoli perché scrivi di camorra, è il momento buono per fare le
valigie o cominciare a scrivere di sport. Giornalisti che con le forze dell’ordine
scavano nell’abisso umano per comprendere, capire. Ma in un omicidio normale
il colpevole, scoperto, non potrà farti del male. Quando si tratta di
camorra, beh chiedetelo a Giancarlo Siani, mai assunto dal Mattino che ora lo
sventola come suo eroe. Ma si in fin dei conti siamo tanti Enzo Baldoni, accusati
di giornalismo domenicale, mentre i figli dei potenti scrivono senza averne
nessun diritto. Anche io come Enzo lavoro nel mondo del fumetto, anche se poi
rilascio interviste alla Radio Nazionale Ungherese sulle questioni di criminalità
organizzata e collaboro con altre testate in maniera diretta e soprattutto indiretta.
I giornalisti di terra di camorra hanno però molti vantaggi personali:
non c’è scuola di giornalismo che insegna a fiutare l’aria come sappiamo
fare noi. Per andare in zona di guerra deve essere inviato di guerra ed essere
pagato, dopo molte raccomandazioni e amicizie potenti. Noi viviamo in zona di
guerra, è la nostra terra e quindi conosciamo tutti i dettagli che qualsiasi
giornalista al di sopra della linea del Garigliano non può assolutamente
conoscere.
Abbiamo
il vantaggio di non conoscere gente importante, se non del mondo criminale.
Non andiamo a convegni inutili e cocktail party morbosi. Difficilmente qualcuno
ci può rubare la piazza se vuole dire cose sensate. Anche se poi succede
sempre, e si scrivono cose assurde. Giornalisti in zona di guerra di camorra.
Sostanzialmente si è gente senza amor proprio, animati da una rabbia
assurda e suicida, si vive in totale solitudine, disperatamente. Forse siamo
semplicemente carenti di affetti e diventiamo kamikaze al contrario. I giudici
hanno uno stipendio, cosi anche i carabinieri e i poliziotti, anche chi raccoglie
i pezzi di morti dopo gli omicidi ha uno stipendio, ma non il giornalista che
il famoso articolo 1 se lo può scordare anche se svolge egregiamente
il suo lavoro. Un articolo viene pagato 20 o 30 euro, a fronte di beccarsi una
pallottola nelle gambe, prima però di essere stato terrorizzato per bene,
lui e i suoi familiari. Avete mai ricevuto una telefonata di minacce da parte
della criminalità organizzata? Sapete che cosa è il terrore vero?
Conoscete l’ansia che anche se andate al primo commissariato a denunciare il
tutto siete coscienti che se vogliono ammazzarvi per davvero niente e nessuno
li può fermare? Eppure il giornalista in zona di guerra ha un grande
rispetto per i boss della camorra. Menti lucide che conoscendo il bene hanno
scelto la via del male e la perseguono con una genialità al di fuori
del comune. Si, i camorristi veri, i capi, sono personaggi affascinanti. Ma
se vogliono cancellarvi, nessun posto sarà mai un rifugio sicuro. Falcone,
Borsellino, Chinnici, Imposimato, Federico Del Prete, don Peppino Diana e molto
molti altri nomi ancora. Persone più importanti e coraggiose del misero
giornalista che racconta la camorra o la mafia. Siete mai andati ad un convegno
contro la camorra in zona di camorra? Tutti arrivano con le macchine blu a sirene
spiegate, voi no. Solitamente con un treno o un autobus. Finito il convegno
tutti ripartono a razzo, protetti e sicuri. Voi no, rimanete con i familiari
della vittima, vi sentite lo sguardo addosso di tutti e c’è sempre il
treno da prendere per tornare a casa. Tutte le macchine e i motorini e le persone
che camminano vicino a voi possono essere una minaccia reale e concreta alla
vostra incolumità. I nervi semplicemente si spezzano e prima di scrivere
un articolo che leggeranno in pochi, dovete calmarvi, perché le dita
che tremano non vanno d’accordo con la tastiera del computer. Macchine che esplodono
sotto casa vostra, avete mai provato questa sensazione? Quattro volte in meno
di due mesi? Bombe che esplodono in lontananza nella notte e mentre tutti si
nascondono voi vi chiedete cosa ci fate lì con le forze dell’ordine.
Conoscete queste sensazioni? Altrimenti il discorso che stiamo facendo è
vano. Caserme dei carabinieri prima di Natale per l’ennesima minaccia, estorsione,
telefonata che vi toglierà il sonno per settimane. Il nostro posto di
lavoro non è ambito, non si guadagna si rischia gratuitamente e se un
giorno arriva il colpo definitivo, beh entreremo di prepotenza in quegli stessi
giornali che non ci hanno mai fatto firmare un contratto, e avremo la nostra
foto appesa sui loro muri, ma ancora nessuno stipendio.
Giancarlo
Siani lo abbiamo eletto guida spirituale per tutti questi motivi. Ma abbiamo
una paura maledetta di finire come lui: ammazzati. Ed è per questo che
a volte si tirano i remi in barca e non si scrive più niente. Paura,
tensione, stress arrivano a limiti insostenibili. Viviamo in zona di guerra
e conosciamo persone che in una maniera o nell’altra hanno visto morti ammazzati,
sparatorie, roghi di macchine o case. Queste persone sono tutte le cittadinanze
delle province di Caserta e Napoli. Ci si fa l’abitudine. Qui non vedremo mai
nessuno uscito dalle scuole di giornalismo. Qui devi avere la vista lunga, molte
amicizie da tutte le parti dello schieramento, perché una cosa è
essere limpidi nella propria professione e coerenti con i propri ideali, un’altra
fessi e farsi sparare per niente. Qui si fa un corso quotidiano di sopravvivenza.
Come decidi se scrivere un articolo? A volte sono le tue fonti che quando pronunci
determinati nomi ti guardano male, non ti rispondono e ti mettono alla porta.
O se vi dicono che puzzate di morto e sembra una battuta, lasciate stare quel
maledetto articolo che avete in mente di scrivere, assolutamente. L’istinto
di sopravvivenza ti fa comprendere e reagire come se appartenessi ad una squadra
speciale. Riflessi rapidi, niente accade per coincidenza, tutto ha un significato.
Essere sprovveduti porta alla morte. Ma in Italia non c’è più
vero giornalismo d’inchiesta sulle diverse criminalità organizzate. Un
immenso fiume di denaro che sostiene interi pezzi di Stato, come e in quale
maniera ciò è possibile è la materia di studio del vero
giornalista in zona di camorra. Non la semplice notizia sul numero dei morti.
Però siamo fortunati nessuno ci legge, qualche amico che poi comincia
a non salutarvi più, e soprattutto gli uffici stampa della camorra, gli
avvocati che si leggono tutto e riferiscono. Da lì partono le minacce
e, prima che un disgraziato di giornale, dopo tante insistenze ha deciso di
pubblicarvi.
Il giornalista in zona di guerra di camorra guarda i telegiornali
e piange, perché il presidente della commissione giustizia del parlamento
è anche l’avvocato difensore di grandi capi clan qui al sud. Non c’è
speranza di vincere la guerra, ma una speranza c’è, quella di salvare
la propria dignità e scrivere. Ed infine volete sapere come è
nato questo pezzo? Ecco la storia.
"Come stai? Sono giorni che ti cerco!"
"Ti ho scritto: mi hanno minacciato di nuovo. Ho perso anche
la fidanzata per questo, hanno aspettato che rispondesse lei per minacciare,
si così fa più effetto"
"Ma la vuoi finire, non ti pagano neanche per tutti i rischi"
"Ma non devono averla vinta, anzi ti va di scrivere un pezzo
su cosa significa il nostro lavoro qui giù?"
"Un pezzo, mi chiedi un maledetto articolo, chi se ne frega,
fammi sapere dove stai, se devi andartene via ho degli appoggi in giro. Scrivi
di teatro, di reality show, ma lascia stare queste storie, siamo in piena guerra"
"Mi occorre entro un paio di giorni, riesci a farmelo? Sei
uno di cui mi fido e ne abbiamo vista qualcuna insieme, soltanto chi rischia
insieme sa cosa significa questo maledetto lavoro e questa maledetta terra,
ci stai?"
"A patto che ci diamo un segnale ogni giorno, ho già
troppi pensieri. Uno squillo, una riga di email per sapere che va tutto bene,
altrimenti non ti scrivo niente"
"Ci sto"
Sappiamo bene in fin dei conti che le nostre precauzioni non valgono
a niente. Se qualcosa deve succedere, accadrà. Siamo in guerra e lo ricordiamo
ogni mattina che ci svegliamo. Ogni volta che gli elicotteri volano basso, che
i Cacciatori di Sardegna ti fermano ad un posto di blocco, ogni volta che vedi
del fumo nero in lontananza, ogni volta che alle 7 del mattino decine di carabinieri
fanno un posto di blocco su una via secondaria. Ogni volta che vivi come un
arco teso sotto un apparente serenità, pronto a scattare al minimo pericolo.
Così viviamo noi e tutti gli altri residenti in zona di guerra. E ti
sovviene alla mente quella redazione che ti chiede conferma su alcune questioni
di camorra di cui hai scritto perché altrimenti non ti pubblica. Come
dire: scienza esatta della disinformazione. O faccio un colpo di testa e chiedo
un colloquio a chi sta al 41 bis e gli chiedo: senti mi confermi che tutto quello
che suppongo sulla camorra e dintorni è vero?
Sergio Nazzaro
( Foto di Luciano Ferrara )
22 febbriao 2005
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Secondigliano. Così accade solo in Iraq
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