Charles L. Overby, chief executive del Freedom Forum, l'organizzazione no profit che ha sostenuto il progetto, ha dichiarato che “il Newseum non intende essere un monumento alla stampa ma alla sua libertà”, alla luce di quanto espresso dal Primo Emendamento della Costituzione Americana, e in un momento di forte crisi del settore. Anche l'architettura fa la sua parte: l'edificio, sei anni per costruirlo e costato 435 milioni di dollari, sembra una grande scatola di vetro, perché l'idea dei suoi architetti era quella di inneggiare all'idea di una stampa trasparente e di una società aperta. Un gigantesco rettangolo incornicia la facciata principale, e anche qui l'allusione ad un monitor della tv o del computer vuole enfatizzare il concetto del museo come di una finestra sul mondo. Entrando, i visitatori si trovano immediatamente nella Great Hall of News, in cui possono vedere su un grande schermo le storie più famose o inedite che hanno a che fare col giornalismo, prima di inoltrarsi per un lunghissimo sentiero disseminato di video e di angoli interattivi. Perché lo scopo del museo non è solo quello di mostrare, ma soprattutto di coinvolgere l'utenza in un'esperienza diretta, facendo capire quanto sia complessa, vista dall'interno, la macchina produci-notizia. Di fronte ai dati scoraggianti di una ricerca condotta quest'anno dal Freedom Forum secondo la quale per il 40% degli americani la stampa gode di troppa libertà, il Museo della Notizia vuole insegnare che significa davvero produrre informazione e quali pressioni ci sono dietro ogni singola notizia: i visitatori, attraverso una serie di simulazioni, possono imparare come funziona una redazione, come viene deciso l'ordine delle notizie, come si lavora in deadline. Possono inoltre autoriprendersi come se stessero facendo uno stand-up dalla Casa Bianca, oppure imparare a decodificare le previsioni del tempo. Un'apposita galleria è dedicata al giornalismo etico, nel quale i visitatori si trovano a dover rispondere ad una serie di questioni serie, come ad esempio “un fotografo deve scattare la foto ad un bambino che sta morendo di fame in Sudan per denunciare quanto vede o deve provare prima di tutto a salvargli la vita?” Il museo della notizia, che vorrebbe denunciare tra le altre cose un certo modo morboso di fare giornalismo, tuttavia non riesce però a esentarsi dalle stesse logiche. Qui dentro, è possibile trovare una serie di oggetti appartenuti a giornalisti nell'esercizio delle proprie mansioni e spesso morti proprio mentre mettevano la propria professione al servizio dell'utenza. Il computer usato da Daniel Pearl, il reporter de the Wall Street Journal ucciso in Pakistan nel 2002; il vestito che Bob Woodruff della ABC indossava l'anno scorso quando fu ferito da una bomba in strada in Iraq; il furgone blindato con cui il Times ha seguito la guerra nei Balcani perforato dai proiettili, persino il videofonino con cui una ragazza ha ripreso la strage avvenuta nel college in Virginia lo scorso 16 aprile (www.newseum.org).
|