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Tratto da:
Umberto Eco, "Il fascismo eterno"
(Cinque scritti morali, Bompiani, Milano 1997)
[...]Il fascismo fu certamente una dittatura, ma non era compiutamente
totalitario, non tanto per la sua mitezza, quanto per la debolezza filosofica
della sua ideologia. Al contrario di ciò che si pensa comunemente, il
fascismo italiano non aveva una sua filosofia [...] Il fascismo non era
un’ideologia monolitica, ma piuttosto un collage di diverse idee
politiche e filosofiche, un alveare di contraddizioni. [...];immagine
incoerente che ho descritto non era dovuta a tolleranza: era un esempio
di sgangheratezza politica e ideologica. Ma era una “sgangheratezza
ordinata”, una confusione strutturata. Il fascismo era filosoficamente
scardinato, ma dal punto di vista emotivo era fermamente incernierato
ad alcuni archetipi.Siamo ora giunti al secondo punto della mia tesi.
Ci fu un solo nazismo, e non possiamo chiamare “nazismo” il
falangismo ipercattolico di Franco, dal momento che il nazismo è fondamentalmente
pagano, politeistico e anticristiano, o non è nazismo. Al contrario, si
può giocare al fascismo in molti modi, e il nome del gioco non cambia.
Succede alla nozione di “fascismo”quel che, secondo Wittgenstein,
accade alla nozione di “gioco”. Un gioco può essere o non essere
competitivo, può interessare una o più persone, può richiedere qualche
particolare abilità o nessuna, può mettere in palio del danaro, o no.
I giochi sono una serie di attività diverse che mostrano solo una qualche
“somiglianza di famiglia”.
Supponiamo che esista una serie di gruppi politici. Il gruppo
1 è caratterizzato dagli aspetti abc,
il gruppo 2 da quelli bcd, e così via. 2 è simile a 1 in quanto
hanno due aspetti in comune. 3 è simile a 2 e 4 è simile a 3 per la stessa
ragione. Si noti che 3 è anche simile a 1 (hanno in comune l’aspetto
c). Il caso più curioso è dato da 4, ovviamente
simile a 3 e a 2, ma senza nessuna caratteristica in comune con 1. Tuttavia,
a ragione della ininterrotta serie di decrescenti similarità tra 1 e 4,
rimane, per una sorta di transitività illusoria, un’aria di famiglia
tra 4 e 1.
Il termine “fascismo” si adatta
a tutto perché è possibile eliminare da un regime fascista uno o più aspetti,
e lo si potrà sempre riconoscere per fascista. Togliete al fascismo l’imperialismo
e avrete Franco o Salazar; togliete il colonialismo e avrete il fascismo
balcanico. Aggiungete al fascismo italiano un anticapitalismo radicale
(che non affascinò mai Mussolini) e avrete Ezra Pound. Aggiungete il culto
della mitologia celtica e il misticismo del Graal (completamente estraneo
al fascismo ufficiale) e avrete uno dei più rispettati guru fascisti,
Julius Evola.
A dispetto di questa confusione, ritengo
sia possibile indicare una lista di caratteristiche tipiche di quello
che vorrei chiamare l’”Ur-Fascismo”, o il “fascismo
eterno”. Tali caratteristiche non possono venire irreggimentate in
un sistema: molte si contraddicono reciprocamente, e sono tipiche di altre
forme di dispotismo o di fanatismo. Ma è sufficiente che una di loro sia
presente per far coagulare una nebulosa fascista.
1. La prima caratteristica di un Ur-Fascismo
è il culto della tradizione. Il tradizionalismo
è più vecchio del fascismo. Non fu solo tipico del pensiero controrivoluzionario
cattolico dopo la Rivoluzione Francese, ma nacque nella tarda età ellenistica
come una reazione al razionalismo greco classico.
Nel bacino del Mediterraneo, i popoli
di religioni diverse (tutte accettate con indulgenza dal Pantheon romano)
cominciarono a sognare una rivelazione ricevuta all’alba della storia
umana. Questa rivelazione era rimasta a lungo nascosta sotto il velo di
lingue ormai dimenticate. Era affidata ai geroglifici egiziani, alle rune
dei celti, ai testi sacri, ancora sconosciuti, delle religioni asiatiche.
Questa nuova cultura doveva essere sincretistica. “Sincretismo” non è solo, come indicano i
dizionari, la combinazione di forme diverse di credenze o pratiche. Una
simile combinazione deve tollerare
le contraddizioni. Tutti i messaggi originali contengono un germe
di saggezza e quando sembrano dire cose diverse o incompatibili è solo
perché tutti alludono, allegoricamente, a qualche verità primitiva.
Come conseguenza, non
ci può essere avanzamento del sapere. La verità è stata già annunciata
una volta per tutte, e noi possiamo solo continuare a interpretare il
suo oscuro messaggio. È sufficiente guardare il sillabo di ogni movimento
fascista per trovare i principali pensatori tradizionalisti. La gnosi
nazista si nutriva di elementi tradizionalisti, sincretistici, occulti.
La più importante fonte teoretica della nuova destra italiana, Julius
Evola, mescolava il Graal con i Protocolli dei Savi di Sion, l’alchimia
con il Sacro Romano Impero. Il fatto stesso che per mostrare la sua apertura
mentale una parte della destra italiana abbia recentemente ampliato il
suo sillabo mettendo insieme De ;aistre, Guenon e Gramsci è una prova
lampante di sincretismo.
Se curiosate tra gli scaffali che nelle
librerie americane portano l’indicazione “New Age”, troverete
persino Sant’Agostino, il quale, per quanto ne sappia, non era fascista.
Ma il fatto stesso di mettere insieme Sant’Agostino e Stonehenge,
questo è un sintomo di Ur-Fascismo.
2. Il tradizionalismo implica il rifiuto del modernismo. Sia i fascisti che i nazisti adoravano
la tecnologia, mentre i pensatori tradizionalisti di solito rifiutano
la tecnologia come negazione dei valori spirituali tradizionali. Tuttavia,
sebbene il nazismo fosse fiero dei suoi successi industriali, la sua lode
della modernità era solo l’aspetto superficiale di una ideologia
basata sul “sangue” e la “terra” (Blut und Boden). Il rifiuto del mondo moderno
era camuffato come condanna del modo di vita capitalistico, ma riguardava
principalmente il rigetto dello spirito del 1789 (o del 1776, ovviamente).
L’illuminismo, l’età della Ragione vengono visti come l’inizio
della depravazione moderna. In questo senso, l’Ur-Fascismo può venire
definito come “irrazionalismo”.
3. L’irrazionalismo dipende anche
dal culto dell’azione per l’azione. L’azione
è bella di per sé, e dunque deve essere attuata primadi e senza una qualunque
riflessione. Pensare è una forma di evirazione. Perciò la cultura è sospetta nella misura in cui viene identificata con atteggiamenti
critici. Dalla dichiarazione attribuita a Goebbels (“Quando sento
parlare di cultura estraggo la mia pistola”) all’uso frequente
di espressioni quali “Porci intellettuali”, “Teste d’uovo”,
“Snob radicali”, “Le università sono un covo di comunisti”,
il sospetto verso il mondo intellettuale è sempre stato un sintomo di
Ur-Fascismo. Gli intellettuali fascisti ufficiali erano principalmente
impegnati nell’accusare la cultura moderna e l’intellighenzia
liberale di aver abbandonato i valori tradizionali.
4. Nessuna forma di sincretismo può accettare
la critica. Lo spirito critico opera distinzioni, e distinguere è un segno
di modernità. Nella cultura moderna, la comunità scientifica intende il
disaccordo come strumento di avanzamento delle conoscenze. Per l’Ur-Fascismo,
il disaccordo è tradimento.
5. Il disaccordo è inoltre un segno di
diversità. L’Ur-Fascismo cresce e cerca il consenso sfruttando ed
esacerbando la naturale paura della diffidenza. Il primo appello
di un movimento fascista o prematuramente fascista è contro gli intrusi.
L’Ur-Fascismo è dunque razzista per definizione.
6. L’Ur-Fascismo scaturisce dalla
frustrazione individuale o sociale. Il che spiega perché una delle caratteristiche
tipiche dei fascismi storici è stato l’appello
alle classi medie frustrate, a disagio per qualche crisi economica
o umiliazione politica, spaventate dalla pressione dei gruppi sociali
subalterni. Nel nostro tempo, in cui i vecchi “proletari” stanno
diventando piccola borghesia (e i Lumen si autoescludono dalla scena politica),
il fascismo troverà in questa nuova maggioranza il suo uditorio.
7. A coloro che sono privi di una qualunque
identità sociale, l’Ur-Fascismo dice che il loro unico privilegio
è il più comune di tutti, quello di essere nati nello stesso paese. È
questa l’origine del “nazionalismo”. Inoltre, gli unici
che possono fornire una identità alla nazione sono i nemici. Così, alla
radice della psicologia Ur-Fascista vi è l’ossessione
del complotto, possibilmente internazionale. I seguaci debbono sentirsi
assediati. Il modo più facile per far emergere un complotto è quello di
fare appello alla xenofobia. Ma il complotto deve venire
anche dall’interno: gli ebrei sono di solito l’obiettivo migliore,
in quanto presentano il vantaggio di essere al tempo stesso dentro e fuori.
In America, l’ultimo esempio dell’ossessione del complotto è
rappresentato dal libro The New World di Pat Robertson.
8. I seguaci debbono sentirsi umiliati
dalla ricchezza ostentata e dalla forza dei nemici. Quando ero bambino
mi insegnavano che gli inglesi erano il “popolo dei cinque pasti”:
mangiavano più spesso degli italiani, poveri ma sobri. Gli ebrei sono
ricchi e si aiutano l’un l’altro grazie a una rete segreta di
mutua assistenza. I seguaci debbono tuttavia essere convinti di poter
sconfiggere i nemici. Così, grazie a un continuo spostamento di registro
retorico, i nemici sono al tempo stesso troppo forti
e troppo deboli. I fascismi sono condannati a perdere le loro guerre,
perché sono costituzionalmente incapaci di valutare con obiettività la
forza del nemico.
9. Per l’Ur-Fascismo non c’è
lotta per la vita, ma piuttosto “vita per la lotta”. Il
pacifismo è allora collusione col nemico; il pacifismo è cattivo perché
la vita è una guerra permanente. Questa
tuttavia porta con sé un complesso di Armageddon: dal momento che i nemici
debbono e possono essere sconfitti, ci dovrà essere una battaglia finale,
a seguito della quale il movimento avrà il controllo del mondo. Una simile
soluzione finale implica una
successiva era di pace, un’età dell’Oro che contraddice il principio
della guerra permanente. Nessun leader fascista è mai riuscito a risolvere
questa contraddizione.
10. L’elitismo è un aspetto tipico
di ogni ideologia reazionaria, in quanto fondamentalmente aristocratico.
Nel corso della storia, tutti gli elitismi aristocratici e militaristici
hanno implicato il disprezzo per i deboli. L’Ur-Fascismo
non può fare a meno di predicare un “elitismo popolare”. Ogni
cittadino appartiene al popolo migliore del mondo, i membri del partito
sono i cittadini migliori, ogni cittadino può (o dovrebbe) diventare un
membro del partito. Ma non possono esserci patrizi senza plebei. Il leader,
che sa bene come il suo potere non sia stato ottenuto per delega, ma conquistato
con la forza, sa anche che la sua forza si basa sulla debolezza delle
masse, così deboli da aver bisogno e da meritare un “dominatore”.
Dal momento che il gruppo è organizzato gerarchicamente (secondo un modello
militare), ogni leader subordinato disprezza i suoi subalterni, e ognuno
di loro disprezza i suoi sottoposti. Tutto ciò rinforza il senso di un
elitismo di massa.
11. In questa prospettiva, ciascuno è educato per diventare un eroe. In ogni mitologia l’“eroe”
è un essere eccezionale, ma nell’ideologia Ur-Fascista l’eroismo
è la norma. Questo culto dell’eroismo è strettamente legato al culto della morte: non a caso il motto dei falangisti era: “Viva la muerte!”. Alla gente
normale si dice che la morte è spiacevole ma bisogna affrontarla con dignità;
ai credenti si dice che è un modo doloroso per raggiungere una felicità
soprannaturale. L’eroe Ur-Fascista, invece, aspira alla morte, annunciata
come la migliore ricompensa per una via eroica. L’eroe Ur-Fascista
è impaziente di morire. Nella sua impazienza, va detto in nota, gli riesce
più di frequente far morire gli altri.
12. Dal momento che sia la guerra permanente
sia l’eroismo sono giochi difficili da giocare, l’ur-Fascista
trasferisce la sua volontà di potenza su questioni sessuali. È questa
l’origine del masochismo (che implica disdegno per le donne e una
condanna intollerante per abitudini sessuali non conformiste, dalla castità
all’omosessualità). Dal momento che anche il sesso è un gioco difficile
da giocare, l’eroe Ur-Fascista gioca con le armi, che sono il suo
Ersatz fallico: i suoi giochi di guerra
sono dovuti a una invidia penis
permanente.
13. L’Ur-fascismo si basa su un “populismo
qualitativo”. In una democrazia i cittadini godono di diritti individuali,
ma l’insieme dei cittadini è dotato di un impatto politico solo dal
punto di vista quantitativo (si seguono le decisioni della maggioranza).
Per l’Ur-Fascismo gli individui in quanto individui non hanno diritti,
e il “popolo” è concepito come una qualità, un’entità monolitica
che esprime la “volontà comune”. Dal momento che nessuna quantità
di esseri umani può possedere una volontà comune, il leader pretende di
essere il loro interprete. Avendo perduto il loro potere di delega, i
cittadini non agiscono, sono solo chiamati pars
pro toto, a giocare il ruolo del popolo. Il popolo è così solo una
finzione teatrale. Per avere un buon esempio di populismo qualitativo,
non abbiamo più bisogno di Piazza Venezia o dello stadio di Norimberga.
Nel nostro futuro si profila un populismo qualitativo Tv o Internet, in
cui la risposta emotiva di un gruppo selezionato di cittadini può venire
presentata e accettata come la “voce del popolo”. A ragione
del suo populismo qualitativo, l’Ur-Fascismo deve
opporsi ai “putridi” governi parlamentari. Una delle prime
frasi pronunciate da Mussolini nel parlamento italiano fu: “Avrei
potuto trasformare quest’aula sorda e grigia in un bivacco per i
miei manipoli.” Di fatto, trovò immediatamente un alloggio migliore
per i suoi manipoli, ma poco dopo liquidò il parlamento. Ogni qual volta
un politico getta dubbi sulla legittimità del parlamento perché non rappresenta
più la “voce del popolo”, possiamo sentire l’odore di Ur-Fascismo.
14. L’Ur-Fascismo
parla la “neolingua”. La “neolingua” venne inventata
da Orwell in 1984, come la lingua ufficiale dell’Ingsoc,
il Socialismo Inglese, ma elementi di Ur-Fascismo sono comuni a forme
diverse di dittatura. Tutti i testi scolastici nazisti o fascisti si basavano
su una sintassi elementare, al fine di di limitare gli strumenti per il
ragionamento complesso e critico. Ma dobbiamo essere pronti a identificare
altre forme di neolingua, anche quando prendono la forma innocente di
un popolare talk-show.
Dopo aver indicato i possibili archetipi
dell’Ur-Fascismo, mi sia concesso di concludere. Il mattino del 27
luglio del 1943 mi fu detto che, secondo delle informazioni lette alla
radio, il fascismo era crollato e che Mussolini era stato arrestato. Mia
madre mi mandò a comperare il giornale. Andai al chiosco più vicino e
vidi che i giornali c’erano, ma i nomi erano diversi. Inoltre, dopo
una breve occhiata ai titoli, mi resi conto che ogni giornale diceva cose
diverse. Ne comprai uno, a caso, e lessi un messaggio stampato in prima
pagina, firmato da cinque o sei partiti politici, come Democrazia cristiana,
Partito Comunista, Partito Socialista, Partito d’Azione, Partito
Liberale. Fino a quel momento avevo creduto che vi fosse un solo partito
in ogni paese, e che in Italia ci fosse solo il Partito Nazionale Fascista.
Stavo scoprendo che nel mio paese ci potevano essere diversi partiti allo
stesso tempo. Non solo: dal momento che ero un ragazzo sveglio, mi resi
subito conto che era impossibile che tanti partiti fossero sorti da un
giorno all’altro. Capii così che esistevano già come organizzazioni
clandestine.
Il messaggio celebrava la fine della dittatura
e il ritorno della libertà: libertà di parola, di stampa, di associazione
politica. Queste parole, “libertà”, “dittatura” –
Dio mio – era la prima volta in vita mia che le leggevo. In virtù
di queste nuove parole ero rinato uomo libero occidentale.
Dobbiamo stare attenti che il senso di
queste parole non si dimentichi ancora. L’Ur-Fascismo è ancora intorno
a noi, talvolta in abiti civili. Sarebbe così confortevole, per noi, se
qualcuno si affacciasse sulla scena del mondo e dicesse: “Voglio
riaprire Auschwitz, voglio che le camicie nere sfilino ancora in parata
sulle piazze italiane!” Ahimè, la vita non è così facile. L’Ur-Fascismo
può ancora tornare sotto le spoglie più innocenti. Il nostro dovere è
di smascherarlo e di puntare l’indice su ognuna delle sue nuove forme
– ogni giorno, in ogni parte del mondo.
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