Chi crede che la diaspora delle carovane sia sinonimo di assenza di radici, resterà sorpreso. Chi sono i Rom? Da dove vengono? Hanno mai provato ad integrarsi? A differenza di quanto si possa pensare il popolo dei Rom non nasce come un popolo nomade. Il lungo cammino delle carovane proviene da terre e tempi lontani. È circa attorno all'anno mille che gli antenati degli attuali Rom, Sinti, Kalè, Manush e Romnichals, vengono costretti ad abbandonare le loro regioni natie nell'India settentrionale. I Rom discendono infatti da un'antichissima popolazione indo-ariana e non da Balcanici o Rumeni come confusamente si crede, fatto che dipende dalla loro lunga permanenza in quei luoghi. A testimonianza di questo passato remoto, la loro lingua che deriverebbe da alcuni idiomi del Pakistan, a cui i Rom hanno affidato la loro memoria nel corso dei secoli fino alla metà del XIX, quando la tradizione da orale diventa scritta, e non solo: molte sono le testimonianze nella letteratura classica indiana di un popolo chiamato Domba legato agli attuali Rom. Ammaestratori di cavalli, musicisti, giocolieri, saltimbanchi e allevatori, queste le attività che accomunano i due popoli. Inizialmente, quindi la scelta di spostarsi fu dettata dall'organizzazione, dalla necessità di trovare mercati in cui vendere gli animali e pubblico sempre nuovo per gli spettacoli; sarà dall'anno mille che i Rom inizieranno a muoversi per costrizione, in piccoli gruppi. Tra il 1001 e il 1027, sotto la dominazione di Mahmud Al Gazni inizia la vera diaspora del popolo Romanò. Dal nome di questo violento conquistatore deriva il termine “gagè” col quale i Rom definiscono tutti coloro che non appartengono alla loro comunità. A Bisanzio giungono nel XVI sec., associati alla setta eretica Athsingani “intoccabili”, vengono creduti stregoni e perciò perseguitati e isolati. Da qui nasce il pregiudizio che ha accompagnato per secoli il popolo Rom, retaggio di antiche proibizioni vigenti nelle caste indiane. La loro presenza nei Balcani e in Romania sarà segnata da secoli di schiavitù, così come nel resto d'Europa. In Italia trovano un potente protettore: il Pontefice. Dalle ricostruzioni storiche sembrerebbe che sia stato Martino V a rilasciare loro una sorta di lasciapassare che li dichiara “pellegrini penitenti alla ricerca di protezione”. Purtroppo il continente europeo è stato anche luogo di scellerati massacri e violenze. Le comunità migranti hanno sperimentato le peggiori persecuzioni con l'Olocausto della seconda guerra mondiale. È del 1938 la prima legge del Reich contro i Rom, dal nome “Lotta alla piaga zingara”, editto dal tragico epilogo: anche per loro si prospetta la soluzione finale. Il mondo Romanò è oggi vastamente diffuso su tutti i continenti. “Tanti secoli di repressioni, lutti, paure e dolori hanno portati le vari gruppi di Romanò, meglio conosciuti come Rom a sviluppare uno spiccato senso di individualismo e di autoprotezione” scrive il professore di origine Rom Santino Spinelli. Dopo secoli di permanenza nella nostra penisola i Rom sono passati negli ultimi 50 anni dal nomadismo alla sedentarietà e in alcune regioni dell'Italia centro-meridionale come l'Abruzzo, ad un grado di integrazione notevole in seguito al loro riconoscimento dall'opinione pubblica della loro identità di giostrai e circensi. Altro discorso è per gli ultimi gruppi arrivati assieme ai profughi dopo le persecuzioni recenti subite nei Balcani. La loro condizione è ancora disagevole e causa di luoghi comuni che li vogliono relegati nei campi, in condizioni disumane, lontani dalla società civile di cui temono la “contaminazione”. A fare spesa dell'emarginazione soprattutto i bambini che cadono vittime di autentiche rappresaglie razziali, a scuola e per strada. Secondo Spinelli, i Rom “auspicherebbero la creazione di strutture flessibili adattabili alla situazione e che evitino l'emarginazione”. Una notevole componente della comunità romanò, è oggi fornita di cittadinanza tanto da non essere distinguibile dalla popolazione gagè. Dato importante se si pensa che il futuro dei Rom è legato a doppio filo al loro riconoscimento in quanto popolo senza territorio.
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