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Televisione e violenza

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TELEVISIONE E VIOLENZA

I risultati di una ricerca svolta in alcune scuole elementari e medie sono lo sfondo di un saggio curato da Giovannella Greco, adatto per capire i rischi dell'impatto del piccolo schermo sui più giovani. Monica Florio ce ne segnala aspetti salienti e proposte innovative.

Nella società odierna la centralità dei mezzi di comunicazione è sempre più spesso oggetto di numerosi studi sociologici tesi a valutare gli effetti dell'esposizione alla violenza mediale sulle nuove generazioni.
Frutto di una ricerca collettiva su un campione di studenti calabresi di ventidue scuole elementari e medie della provincia di Cosenza, Crotone e Vibo Valentia, il saggio, curato da Giovannella Greco, «Televisione vita quotidiana e violenza. Una ricerca sulle nuove generazioni in Calabria» (saggi di W. Belmonte, A. Costabile, E. De Santo, G. Esposito, G. Greco, S. Perfetti, Rubbettino, pp. 180), affronta la questione, tuttora aperta, del rapporto fra Tv e violenza, anche alla luce del preoccupante aumento della devianza tra i minori e di fenomeni ad essa correlati quali il “bullismo”.

Un'offerta allargata: Tv e “new media”
Parallelamente, nel libro vengono analizzate le metodologie utilizzate nel corso della ricerca. In particolar modo, ci si sofferma sulla tecnica del “focus group”, la discussione con un gruppo, omogeneo per età e per condizione sociale, sugli elementi oscuri emersi dalla raccolta dei dati effettuata in precedenza.
Ne scaturisce una visione del contesto attuale meno ovvia di quanto sia lecito attendersi. In primo luogo, la Tv è ormai solo una delle tanti fonti di intrattenimento nel quadro di un'offerta allargata che comprende Internet, i videogiochi, il cinema e le attività sportive. I bambini e gli adolescenti ne usufruiscono in modo critico, selezionando i programmi nella piena consapevolezza della separazione esistente fra finzione e realtà.
Se lo spauracchio della teledipendenza risulta decisamente abbattuto, permane il rischio dell'esposizione alla violenza mediale che colpisce, soprattutto, i bambini, per i quali la Tv è ancora la forma di divertimento più accessibile nonché largamente consentita da genitori permissivi e poco attenti. Su di loro la violenza di “cartoons” quali «Dragonball» o di “fictions” trasmesse in “prime-time” (le varie «Distretto di polizia» e «Il maresciallo Rocca») ha lasciato tracce più profonde dei brutali servizi di cronaca trasmessi dai telegiornali che, almeno, grazie alla mediazione di scuola e famiglia, divengono oggetto di riflessione e di dibattito.

Reazioni psicologiche alla violenza televisiva
L'azione esercitata dal mezzo televisivo è particolarmente incisiva per il suo duplice ruolo di agente di socializzazione e di costruzione di una realtà distorta ed esasperata.
La violenza televisiva e quella reale (le esperienze di “bullismo” di cui i giovani sono spesso testimoni impotenti) generano un'identificazione immediata o con l'aggressore o con la vittima. Nel primo caso, viene raccolto il messaggio che con la forza si vince; nell'altro, si insinua la visione del mondo esterno come cattivo, con il conseguente rifiuto di crescere da parte del bambino. Per questa ragione la presenza dei genitori accanto ai figli appare più che mai necessaria proprio per l'incapacità dei più piccoli di elaborare quelle immagini da cui sono costantemente bombardati.
A volte, però, si riscontra proprio negli adulti una difficoltà a dialogare in famiglia su questioni scottanti e drammatiche. Prigionieri del rimpianto per la tv del passato, genitori ed insegnanti hanno un atteggiamento ambivalente verso questo mezzo, sfruttato non tanto a livello personale quanto per colmare il vuoto di solitudine dei bambini.

La proposta di nuove figure professionali scaturita dal Me
In questo frangente una nota positiva viene dalla proposta del movimento internazionale del Me (“Media education”) di formare degli operatori specializzati nel linguaggio massmediale. Da questa avveniristica figura professionale dipenderà il futuro della comunicazione in termini di comprensione e di interazione con i media.
L'impiego di tali professionisti nella scuola e nella società favorirà, indubbiamente, una differente concezione dei media quali fonti di esperienze cognitive, affettive e socio-relazionali per il soggetto. L'educazione al linguaggio dei media avverrà in senso alfabetico, nonché critico, perché l'acquisizione delle basilari competenze tecniche non può essere disgiunta da una consapevolezza di tipo culturale. Solo così le persone potranno rapportarsi al nuovo scenario della comunicazione in modo riflessivo e responsabile.

Monica Florio

  

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