La Casta dei giornali - lettera della Sig.ra Calvano -13.2.08
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Cara Megachip,
mentre Beppe Grillo si dà da fare per organizzare il V2-day, questa volta
dedicato alla "casta dei giornali", io mi domando, e credo di non essere la
sola, dove siano i privilegi di questa "casta". Parto dalla mia esperienza
di giornalista in terra di Calabria per condividere una riflessione
su com'è realmente strutturato il sistema dell'informazione, almeno in
questa regione. I quotidiani, che per fortuna non mancano, com'è facile
immaginare sono perlopiù contenitori di notizie a carattere locale, che
nessuna agenzia di stampa si sognerebbe di battere e che dunque è possibile
scovare soltanto andando a cercarsele. Chi consuma le suole delle scarpe
sono dunque i cosiddetti "corrispondenti", coloro che rivestono l'importante
compito di raccontare fatti che riguardano piccole comunità e che dunque
sarebbe impossibile recuperare altrove. Si tratta di un esercito di persone,
soprattutto giovani, che scrivono, con tutte le responsabilità civili e
penali del caso, in base a collaborazioni pagate in modo miserabile e a
volte non retribuite affatto, nonostante i loro articoli vadano a riempire
gran parte del menabò e decidano di fatto le vendite dei giornali del
mattino dopo. Inoltre il metodo col quale viene stabilita la retribuzione di
molti di loro è quello del "rigaggio": al collaboratore è riconosciuta per
il suo lavoro una (bassissima) quota per riga pubblicata, della quale spesso
viene in possesso in tempi biblici. Immagini a quanto può ammontare il
guadagno di un editore quando vende decine, se non centinaia di copie di un
quotidiano pagando il suo corrispondente con il profitto della vendita di
una copia soltanto. Provoca quindi una certa amara ilarità sentir parlare di
casta, considerato che questo trattamento economico è riservato non
solamente ai collaboratori di primo pelo in prova presso una testata, ma
anche a chi è iscritto all'Ordine dei giornalisti e ha dietro le spalle anni
d'esperienza. Ma vorrei allargare lo spettro della mia riflessione alle
conseguenze che questo sistema comporta sul piano della professione
giornalistica, per non parlare di quelle a livello culturale e sociale. I
corrispondenti, rimanendo per definizione confinati nelle loro piccole
realtà dalle quali recapitare le notizie, restano divisi dall'ambiente di
redazione e quindi non solo dai colleghi coi quali confrontarsi ma anche e
soprattutto dai professionisti del giornalismo, da chi è in grado di
insegnare loro il mestiere. Ciò, se da una parte segnala un disinteresse
alla formazione di chi pur scrive materialmente il giornale, dall'altra
comporta che i tempi in cui un giovane impara i fondamenti del giornalismo
diventano molto lunghi in assenza di un maestro, ammesso che si abbia la
volontà e la costanza di imparare da sé per altre vie. Questo muro alzato
tra le redazioni e l'enorme esercito dei corrispondenti rappresenta una
grave tara sul futuro delle nuove leve del giornalismo e del giornalismo
stesso, in particolare di quello calabrese, che finisce per zoppicare,
appesantito dalle schiere di "giornalisti ignoranti" e "ignorati",
sottopagati per scrivere senza che sappiano come.
Maria Francesca Calvano
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