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Prima che sia troppo tardi (prima parte) - 26/5/08

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di Marino Badiale e Massimo Bontempelli

1. I conti tornano.
Le elezioni politiche dell'aprile 2008 segnano un momento importante nella storia del nostro paese. Si tratta della fine della sinistra in Italia. Nel Parlamento italiano uscito da quelle elezioni non è presente nessun partito che si definisca, o possa essere definito, come “sinistra”. Non si tratta di un fatto congiunturale.

Naturalmente continueranno ad esistere realtà politiche, sociali, culturali che si definiranno “sinistra”, e può anche darsi che tornino ad essere presenti in Parlamento. Ma si tratterà di realtà sempre più secondarie e residuali. La fine della sinistra ha infatti una radice profonda, strettamente legata ai caratteri della fase attuale e alla natura essenziale della sinistra stessa. Come abbiamo cercato di mostrare ne “La sinistra rivelata” 1 , la sinistra è stata caratterizzata, nei due secoli della sua esistenza, dal binomio “sviluppo ed emancipazione”: è stata cioè la parte politica, sociale e culturale che ha lottato per l'emancipazione dei ceti subalterni promuovendo lo sviluppo economico e tecnologico. Questa congiunzione è stata possibile perché, fino a tempi recenti, sviluppo ed emancipazione erano compatibili. Ma la situazione è completamente cambiata negli ultimi decenni. La fase storica che, utilizzando termini imprecisi ma ormai di uso comune, viene chiamata “globalizzazione” o “neoliberismo” rappresenta, fra le altre cose, il momento in cui sviluppo ed emancipazione si separano e si contrappongono.

Mentre fino a pochi decenni or sono lo sviluppo economico e tecnologico poteva davvero portare al miglioramento delle condizioni di vita dei ceti subalterni, oggi sviluppo significa attacco ai redditi e ai diritti conquistati dai ceti subalterni nella fase precedente, significa attacco ai territori per le grandi opere necessarie allo sviluppo stesso, significa degrado ambientale e sociale. In questa situazione la posizione che definisce la sinistra, quella cioè di volere l'emancipazione dei ceti subalterni attraverso lo sviluppo, non è più possibile e appare come una contraddizione in termini. O si sceglie lo sviluppo, e allora, anche se ci si illude di essere progressisti o magari addirittura anticapitalisti, nella realtà si sceglie la de-emancipazione dei ceti subalterni e il degrado ambientale e sociale, oppure si sceglie l'emancipazione dei ceti subalterni, e in tal caso occorre combattere lo sviluppo fine a se stesso e porsi nell'ottica delle decrescita.

Questo carattere contraddittorio della nozione stessa di sinistra, nella fase attuale, ha potuto essere rimosso per qualche tempo. Lo strumento della rimozione è stato, per lunghi anni, l'antiberlusconismo ossessivo. Incapaci di dare un senso all'esistenza delle proprie organizzazioni, che non fosse l'attaccamento personale al potere e ai suoi vantaggi, i ceti dirigenti della sinistra italiana hanno posto il rifiuto di Berlusconi come unico contenuto e collante della propria parte politica.

Ma nel momento in cui il Partito Democratico di Veltroni ha scelto di presentarsi da solo alle elezioni, l'antiberlusconismo ha funzionato contro la sinistra (cioè la sinistra arcobaleno). Se per anni si ripete che la cosa fondamentale, alla quale tutto il resto va subordinato, è impedire l'accesso al potere di Berlusconi, se in nome di questo si sacrifica ogni contenuto reale della propria politica, è chiaro che i partiti di sinistra finiscono per perdere il proprio elettorato: nella situazione in cui ci si è trovati alle politiche del 2008, chi era legato ai contenuti reali di una politica di sinistra si è astenuto (o ha espresso un ininfluente voto per piccole formazioni di estrema sinistra) perché ha capito che tali contenuti verranno sempre e comunque sacrificati alla necessità delle alleanze antiberlusconiane, mentre chi ha davvero introiettato la necessità di combattere Berlusconi come fine principale della politica ha votato PD.

Questa scomparsa della sinistra non ci addolora. Essa sgombra il campo dagli equivoci, fa chiarezza, e la chiarezza è sempre benvenuta. La realtà ha fatto tornare i conti, cancellando dalla storia ciò che era ormai un'impossibilità logica. Non si tratta ora di ricostruire una nuova sinistra (o un nuovo partito comunista), che sarà finalmente quella buona, quella giusta, quella vera. Si tratta invece di capire come sia possibile far vivere gli ideali di emancipazione, giustizia, solidarietà, in una situazione in cui non è più possibile la sinistra.

2. La Casta, arma del nemico.

L'attuale sistema sociale ed economico rappresenta la negazione degli ideali di emancipazione, giustizia, solidarietà. Ben più di questo, esso mostra in profondità tratti distruttivi e mortiferi, che ne fanno il nemico dell'umanità. La difesa degli ideali di emancipazione, giustizia, solidarietà, può essere pensata solo come contrasto e opposizione radicale all'attuale organizzazione sociale ed economica. Ma questa opposizione non può essere fatta in nome di un progetto di società alternativa. Non abbiamo un tale progetto, e non è pensabile che esso possa essere elaborato in una situazione in cui le forze antagoniste sono ultraminoritarie e ininfluenti. L'unica politica realistica è una politica di opposizione guidata da principi alternativi a quelli oggi dominanti, una politica che porti a spezzare, dove è possibile, la logica che regge l'attuale sistema socioeconomico, e affronti le situazioni inedite che così si creeranno seguendo i propri principi alternativi, indirizzando la società lungo vie che oggi non è possibile prevedere. Ma per iniziare anche solo a pensare ad una tale politica, occorre riflettere sulle caratteristiche più significative della realtà attuale. E occorre, come diceva Fortini, scrivere i nomi dei nemici. Fra questi vi sono, oggi in Italia, i componenti della Casta.

Nel nostro sistema sociale ed economico non c'è più nessuno spazio per la politica intesa come sfera in cui si confrontano idee diverse sulla direzione da imprimere allo sviluppo sociale. Lo sviluppo sociale è comandato, in ogni ambito, dall'economia e dalle sue esigenze di profitto. A cosa si riduce allora la politica, se si accettano gli assiomi dell'attuale sistema sociale ed economico? A pura e semplice amministrazione dell'esistente, a competizione fra cordate di amministratori, il cui unico ruolo, ben pagato, è quello di gestire il consenso sociale alle politiche economiche neoliberiste. Ma tali politiche comportano la distruzione di tutte le conquiste (crescita effettiva dei salari, Welfare State) ottenute dai ceti popolari nella fase riformisticosocialdemocratica della storia del mondo occidentale, la fase del secondo dopoguerra. La perdita di diritti e redditi, il peggioramento lento e costante della qualità della vita nei paesi occidentali prosegue a ritmo costante qualunque sia il colore della parte politica al governo. Far accettare questa situazione di lento depauperamento, rendere impossibile la protesta o incanalarla in direzioni che non mettano in questione i dati fondamentali dell'attuale sistema economico e sociale: è questo il ruolo del ceto politico, indifferentemente di destra, di sinistra o di centro.

Poiché le contrapposizioni interne al ceto politico non hanno più nessuno spessore politico o ideologico, e sono semplici scontri sulla distribuzione di posti e prebende fra gang contrapposte, è corretta la caratterizzazione del ceto politico come Casta.

La Casta è al servizio della dinamica distruttiva del mondo attuale, e va combattuta come nemica della civiltà e della società. Il fatto che essa non decida nulla (perché tutto è deciso dall'economia) non significa che essa sia irrilevante: è un'articolazione fondamentale dell'attuale sistema sociale ed economico, è l'ingranaggio che deve conquistare il consenso di masse sempre più impoverite sia sul piano materiale sia su quello culturale.

E' chiaro, lo diciamo per sgombrare il campo da possibili equivoci, che la lotta contro la Casta non è di per sé lotta contro i fondamenti dell'attuale sistema socioeconomico, non è di per sé lotta rivoluzionaria. Ma in ogni situazione di lotta contro un potere dominante, si può lottare solo contro quelle articolazioni del potere che il potere stesso ci contrappone. La lotta dei vietnamiti contro l'esercito USA non andava a colpire il cuore del capitalismo USA (e infatti i vietnamiti hanno vinto ma il capitalismo USA è vivo e vegeto), ma questo non era certo un buon motivo per non farla. Oggi in Italia occorre lottare contro la Casta perché è la Casta l'arma delle oligarchie per l'attacco ad ogni possibilità di emancipazione della classi subalterne.

Esiste uno spazio sociale nel quale agire questa lotta contro la Casta? Esso esiste, a nostro avviso, e si manifesta oggi come rifiuto generalizzato della Casta, che la Casta stessa denomina “antipolitica” (denominazione ovviamente menzognera come tutto quanto proviene dalla Casta: è la Casta a negare la politica, a rappresentare la vera antipolitica). Ma su quali punti si può tentare di mobilitare questo diffuso rifiuto della Casta politica, per far sì che esso esca dalla fase della rabbia silenziosa ed impotente?

(continua)

  

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