Dietro gli esperti in tv, il Pentagono muove i fili - 12/11/08
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David Barstow comparso su «The New York Times» il 20 aprile 2008: Behind TV Analysts, Pentagon's Hidden Hand.
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Traduzione di Pino Cabras- Megachip
Riproponiamo un’inchiesta del NY Times uscita ad aprile e tornata recentemente di attualità dopo che nuove rivelazioni stanno chiarendo al mondo la figura di Donald Rumsfeld e il suo ruolo nell’amministrazione Bush
Nell’estate del 2005 l’amministrazione Bush doveva
far fronte a una nuova ondata di critiche su Guantanamo: il centro di
detenzione era stato appena definito da Amnesty International come "il
gulag dei nostri tempi", c’erano nuove accuse da parte degli
esperti di diritti umani dell’Onu su degli abusi, mentre si
estendevano gli appelli per farlo chiudere.
Gli esperti di comunicazione dell’Amministrazione risposero
prontamente: un venerdì mattina presto caricarono un gruppo
di ufficiali militari in pensione su uno dei jet solitamente usati dal
vicepresidente Dick Cheney e li spedirono a Cuba farsi un giro,
meticolosamente programmato, del campo di Guantanamo.
All’opinione pubblica questi personaggi risultano molto
familiari perché comparsi decine di migliaia di volte in TV
e alla radio in qualità di "analisti militari", il cui lungo
periodo di servizio li ha investiti di capacità di giudizio
autorevoli e attendibili sulle questioni del mondo post-11 settembre.
Tuttavia, come ha scoperto un attento esame di «The New Tork
Times», ben celato dietro questa apparente
imparzialità, esiste un apparato informativo del Pentagono
che ha usato questi analisti per una campagna mirante a generare una
copertura mediatica favorevole alle performance
dell’Amministrazione in tempo di guerra.
La manovra - iniziata nel periodo di preparazione alla guerra in Iraq e
ancora oggi in corso - ha cercato di sfruttare intese ideologiche e
militari, oltre a far conto su una potente carta finanziaria: la
maggior parte di questi analisti ha legami con i contractor militari,
con interessi precisi proprio in quelle strategie di guerra che erano
chiamati a commentare via etere.
Questi rapporti d’affari non sono mai stati divulgati al
pubblico e talvolta nemmeno agli stessi network, ma nell'insieme gli
uomini a bordo di quell’aereo per Guantanamo rappresentano
più di 150 contractor militari, sia come lobbisti, dirigenti
di alto rango, membri dei consigli di amministrazione, sia come
consulenti. Tra le società sono ricomprese le più
importanti del settore della Difesa, ma anche società
più piccole, tutte parti di quel vasto agglomerato di
contractor che si azzuffano tra loro per rastrellare centinaia di
miliardi di dollari in commesse generate dalla guerra al terrorismo
condotta dall’Amministrazione. E’ una concorrenza
accanita, nella quale le informazioni riservate e un facile accesso
agli alti ufficiali sono cose assai apprezzate.
Registrazioni e interviste mostrano in che modo
l’amministrazione Bush abbia fatto uso del suo potere di
controllo sull’accesso a tali informazioni cercando di
trasformare gli analisti in una sorta di cavalli di Troia mediatici:
uno strumento inteso a modellare la copertura dall’interno
delle notizie sul terrorismo dei principali network radiotelevisivi.
I documenti dimostrano che gli analisti sono stati blanditi in
centinaia di incontri riservati con i leader militari di più
alto grado, compresi ufficiali con influenza decisiva in materia di
contratti e bilanci. Sono stati portati in visita in Iraq e hanno avuto
accesso a notizie d’intelligence classificate top-secret.
Sono stati informati da funzionari di Casa Bianca, Dipartimento di
Stato, Dipartimento di Giustizia, inclusi Dick Cheney, Alberto R.
Gonzales e Stephen J. Hadley.
In cambio, i membri di questa compagine hanno fatto da cassa di
risonanza ai punti su cui si imperniava il messaggio
dell’Amministrazione, talvolta anche quando sospettavano che
le informazioni ricevute fossero false o gonfiate. Alcuni analisti
hanno poi ammesso di aver messo a tacere i propri dubbi
perché temevano di mettere in pericolo il loro accesso.
Taluni hanno anche espresso il rimorso per aver partecipato a quello
che essi stessi ritengono uno sforzo volto a ingannare
l’opinione pubblica americana con una propaganda travestita
da "analisi militare indipendente".
«È come se ci avessero detto: "Quel che ci serve
è legarvi le mani dietro la schiena e muovere la vostra
bocca per voi"» racconta Robert S. Bevelacqua, un "berretto
verde" a riposo, ex analista di Fox News.
Kenneth Allard, un ex analista militare della NBC che ha insegnato
informazione di guerra alla National Defense University, ha dichiarato
che la campagna corrispondeva esattamente a una sofisticata operazione
di informazione: «questa era una precisa politica coerente e
attiva».
Al deteriorarsi delle condizioni dell’Iraq, ha ricordato
Allard, vide una distanza abissale fra quanto veniva detto
riservatamente agli analisti e quanto è stato rivelato da
inchieste e libri successivi.
«Notte e giorno», si è lamentato Allard,
«ho avuto la sensazione che fossimo stati
turlupinati».
Il Pentagono, da parte sua, difende i suoi rapporti con gli analisti
militari, e sostiene di aver passato loro soltanto dati oggettivi sulla
guerra.
Un portavoce del Pentagono, Bryan Whitman, ha detto che «lo
scopo di tutto ciò non era altro che un onesto tentativo di
informare il popolo americano».
Whitman ha aggiunto che era “abbastanza
incredibile” pensare che dei militari in pensione potessero
essere allenati e trasformati in «burattini del Dipartimento
della Difesa».
Molti analisti hanno negato con forza di essere stati cooptati o di
aver consentito che i loro interessi economici esterni condizionassero
i loro commenti via etere, e alcuni hanno usato la loro tribuna per
criticare lo svolgimento della guerra. Diversi, come Jeffrey D.
McCausland, un analista militare della CBS nonché lobbista
dell’industria della difesa, hanno detto di aver puntualmente
informato i loro network circa il loro lavoro esterno e si sono
astenuti da trasmissioni che andassero a interferire con i loro
interessi d’affari.
«Non sono qui per rappresentare
l’Amministrazione», ha detto McCausland.
Alcuni funzionari dei network, nel frattempo, hanno ammesso solo una
limitata consapevolezza delle interazioni dei loro analisti con
l’Amministrazione. Hanno dichiarato che sebbene fossero
sensibili rispetto a potenziali conflitti d’interesse, non
applicarono tuttavia ai loro analisti gli stessi parametri etici cui
sottostanno i loro dipendenti in merito agli interessi finanziari
esterni. Hanno sostenuto che l’onere di rivelare i conflitti
spettasse ai loro analisti. E hanno inoltre fatto notare che, qualunque
fosse il contributo degli esperti militari, i molti giornalisti dei
network hanno dato copertura alle notizie di guerra per anni in tutta
la loro complessità.
A cinque anni di distanza dall’inizio della guerra in Iraq,
la maggior parte dei dettagli di questa architettura e organizzazione
della campagna del Pentagono non erano ancora stati rivelati, ma
«The New York Times» ha avuto successo nel far
causa a carico del Dipartimento della Difesa per ottenere
l’accesso a 8.000 pagine di messaggi e-mail, trascrizioni e
documentazioni varie, che descrivono anni di riunioni riservate, viaggi
in Iraq e a Guantanamo e una massiccia operazione del Pentagono sui
temi chiave.
Questi documenti svelano un rapporto simbiotico nel quale le normali
linee di demarcazione tra governo e giornalismo sono state travolte.
I documenti interni del Pentagono si riferiscono spesso agli analisti
militari definendoli come "moltiplicatori della forza del messaggio",
"surrogati" sui quali è possibile contare per dispensare gli
"argomenti e i messaggi" dell’Amministrazione a milioni di
americani "sotto forma di opinioni strettamente personali".
Dai documenti si ricava che nonostante molti analisti siano consulenti
pagati dai network, con gettoni da 500 a 1000 dollari per ogni
comparsata, durante gli incontri del Pentagono parlavano alle volte
come se stessero operando dietro le linee nemiche. Alcuni suggerirono
al Pentagono dei trucchi per aver la meglio sui network [...].
Alcuni avvisarono di storie in programmazione o spedirono al Pentagono
copie della loro corrispondenza con i direttori dei notiziari. Molti
– anche se certamente non tutti – ripeterono in
buona fede i temi chiave tesi a contrastare le critiche.
«Ottimo lavoro»: queste le parole di Thomas G.
McInerey, un generale in pensione dell’Air Force, consulente
e analista di Fox News, scritte al Pentagono dopo aver ricevuto fresche
istruzioni sugli argomenti chiave alla fine del 2006: «Ne
faremo uso.»
In svariate occasioni risulta dai documenti che
l’Amministrazione ha reclutato gli analisti quasi fossero una
forza di intervento rapido volta a smentire colpo su colpo quel che
veniva considerato come una copertura mediatica negativa dei fatti, tra
cui certi servizi degli stessi corrispondenti dei network dal
Pentagono. Ad esempio, quando alcuni articoli rivelarono che i soldati
in Iraq stavano morendo a causa dell’inadeguatezza delle loro
protezioni personali, un alto funzionario del Pentagono scrisse ai
colleghi: «Credo che i nostri analisti, opportunamente
preparati, possano controbattere in questa arena».
I documenti rilasciati dal Pentagono non mostrano alcun do ut des in
tema di commenti e contratti. Ma alcuni analisti hanno detto d'aver
usato l’accesso speciale come
un’opportunità di marketing e di relazioni o per
affacciarsi a future possibilità d’affari.
John C. Garrett è un colonnello dei Marine in pensione e
analista non retribuito per i canali TV e radio di Fox News.
È anche un lobbista alla Patton Boggs, un’impresa
che aiuta le aziende a vincere contratti con il Pentagono, anche in
Iraq. Nei suoi materiali promozionali dichiara di essere
«aggiornato a cadenza settimanale con accessi e incontri con
il segretario della difesa, il presidente dei Joints Chiefs of Staff
(gli stati maggiori riuniti delle varie armi, NdT) nonché di
altre importanti figure decisionali ad alto livello
dell’Amministrazione.» Un cliente ha riferito agli
investitori che gli accessi speciali e i decenni di esperienza di
Garrett lo hanno aiutato «a sapere in anticipo – e
in dettaglio – il modo migliore di soddisfare i
bisogni» del Dipartimento della Difesa e di altre agenzie.
Nelle interviste Garrett ha detto che c’era un inevitabile
sovrapposizione nel suo duplice ruolo. Ha ammesso di aver ottenuto
«informazioni che altrimenti non otterresti» grazie
agli incontri e ai tre viaggi in Iraq sponsorizzati dal Pentagono. Ha
altresì riconosciuto di aver usato il suo accesso e le sue
informazioni per identificare opportunità per i clienti
[...].
Allo stesso tempo, in una e-mail al Pentagono, Garrett esibì
un grande zelo nel voler essere d’aiuto con i suoi commenti
per TV e radio. «Per favore fatemi sapere se avete qualsiasi
punto specifico che intendete affrontare o che preferite
minimizzare», scrisse nel gennaio 2007, prima che il
presidente Bush andasse in TV a descrivere la strategia di ripresa
(surge) in Iraq.
Per contro, molti analisti hanno detto che l’Amministrazione
ha dimostrato che c’è un prezzo da pagare nel
sostenere le critiche. «Perderete ogni accesso» ha
detto uno di loro, McCausland. [...]
Già all’inizio del 2002 era in corso una
pianificazione dettagliata per una possibile invasione
dell’Iraq, ma si evidenziava ancora un ostacolo. Molti
americani, come risultava dai sondaggi, erano poco inclini a invadere
un Paese senza alcuna chiara connessione con gli attentati
dell’11 settembre. I funzionari del Pentagono e della Casa
Bianca ritennero che gli analisti militari avrebbero potuto avere un
ruolo cruciale per aiutare a prendere il sopravvento su tale resistenza.
Torie Clarke, l’ex sottosegretaria alla Difesa per gli affari
pubblici che sovrintendeva alle pubbliche relazioni e ai rapporti del
Pentagono con gli analisti, giunse al suo incarico con idee precise sul
modo in cui si doveva ottenere quel che lei chiamava
“dominanza informativa”. In una cultura mediatica
satura di persuasioni occulte, l’opinione viene influenzata
per lo più dalla voce di chi sia percepito come figura
autorevole e del tutto indipendente.
Così, ancora prima dell’11 settembre, aveva
costruito all’interno del Pentagono un sistema volto a
reclutare "persone con influenza cruciale", in procinto di congedarsi o
di cambiare attività, che con un’assistenza
adeguata avrebbero potuto divenire elementi su cui far conto per far
sorgere un sostegno popolare alle priorità dettate da
Rumsfeld.
Nei mesi che seguirono l’11 settembre, quando ogni network si
precipitava per accaparrarsi la propria squadra all-star di ufficiali
militari in pensione, la signora Clarke e i suoi collaboratori
intuirono una nuova opportunità. Per la squadra della
Clarke, gli analisti militari erano il massimo quanto a "persone con
influenza cruciale": autorevoli, e in maggioranza decorati come eroi di
guerra, tutti in grado di raggiungere una vasta audience.
Gli analisti, notavano, spesso catturavano per più tempo gli
spettatori rispetto ai corrispondenti dei network, e non stavano
semplicemente spiegando le capacità degli elicotteri Apache.
Stavano strutturando il modo in cui gli spettatori dovevano
interpretare gli eventi. Inoltre, mentre gli analisti erano dentro i
media delle notizie, non ne facevano parte. Erano uomini militari,
molti dei quali sintonizzati ideologicamente con la squadra di cervelli
neoconservatori dell’Amministrazione, dei quali molti avevano
un ruolo chiave presso un’industria militare che si attendeva
grandi incrementi nel bilancio in vista di una guerra in Iraq. [...]
Perfino analisti senza alcun legame con l’industria della
difesa e nessuna simpatia per l’Amministrazione, erano restii
a essere critici nei confronti dei leader militari, con molti dei quali
erano amici.
« È davvero difficile per me criticare
l’esercito statunitense», ha detto William Nash, un
generale a riposo dell’esercito, analista alla ABC.
«È la mia vita...»
Altre amministrazioni presidenziali fecero in passato dei tentativi
sporadici e su scala ridotta volti a costruire dei rapporti con gli
analisti militari occasionali. Ma si trattava di casi irrisori, se
comparati con quanto aveva in mente il team di Torie Clarke.
Don Meyer, un aiutante della Clarke, ha affermato che nel 2002 fu presa
una decisione strategica che puntava a fare degli analisti il fulcro
della spinta impressa alle pubbliche relazioni per costruire le
giustificazioni per la guerra. I giornalisti venivano dopo:
«Non volevamo dipendere da loro tanto da farne il nostro
principale veicolo di diffusione delle informazioni».
Il normale ufficio stampa del Pentagono sarebbe stato tenuto separato
dagli analisti militari. Agli analisti sarebbe invece venuto incontro
un piccolo gruppo di funzionari di nomina politica, imperniato su Brent
T. Krueger, un altro assistente di alto rango della Clarke. La
decisione richiamava altre tattiche dell’Amministrazione che
mandavano sottosopra il giornalismo tradizionale. Delle agenzie
federali, per esempio, hanno pagato degli editorialisti
affinché scrivessero in favore
dell’Amministrazione. Avevano distribuito alle stazioni
televisive locali centinaia di pseudo-notizie grondanti di resoconti
melliflui sulle magnifiche sorti e progressive
dell’Amministrazione. Lo stesso Pentagono ha pagato
segretamente i quotidiani iracheni per pubblicare la propaganda della
Coalizione.
Anziché perdersi nelle lamentele sul “filtro dei
media”, ciascuna di queste tecniche semplicemente
riconvertiva il filtro in un amplificatore. Stavolta, ha detto Krueger,
gli analisti militari starebbero «scrivendo la pagina delle
opinioni» per la guerra.
L’assemblaggio
della squadra
Sin dall’inizio, rivelano i colloqui, la Casa Bianca si
è molto interessata a quali analisti erano stati
identificati dal Pentagono, richiedendo liste di potenziali aderenti e
suggerendo dei nomi. L’équipe di Torie Clarke ha
redatto delle schede riassuntive che descrivevano il loro background,
le loro affiliazioni d’affari e le posizioni da essi assunte
sulla guerra.[...]
Un po’ alla volta il Pentagono è arrivato a
reclutare più di 75 ufficiali in pensione, sebbene alcuni
abbiano partecipato solo brevemente e occasionalmente.
Il contingente più numeroso è stato affiliato a
Fox News, seguito dalla NBC e dalla CNN. Ma furono inclusi anche gli
analisti della CBS e dell’ABC. Alcuni di loro, anche se non
erano sul libro paga di alcun network, riuscivano a essere influenti in
altri modi, sia perché ospiti di trasmissioni radiofoniche,
sia perché spesso scrivevano editoriali o perché
venivano citati da riviste, siti web e giornali.
Almeno nove di loro hanno scritto articoli di commento per il
«New York Times.»
Il gruppo era rappresentato in modo preponderante da uomini impegnati
ad aiutare le società a vincere contratti militari. Diversi
di loro ricoprivano posizioni di alto grado presso i contractor che
davano loro una responsabilità diretta per conquistare nuovi
affari presso il Pentagono. James Marks, un generale a riposo
dell’esercito e analista della CNN dal 2004 al 2007, si
batteva per ottenere contratti nei settori dell’intelligence
e della difesa in qualità di manager di alto rango della
McNeill Technologies. Ancora, altri erano consiglieri di
amministrazione di aziende militari che affidavano loro la
responsabilità degli affari con il governo.
Il generale McInerey, analista della Fox, per esempio, siede nei
consigli di amministrazione di vari contractor militari, compresa la
Nortel Government solutions, un fornitore di reti di comunicazione.
Diversi erano lobbisti dell’industria della difesa, come
McCausland, che lavora per la Buchanan Ingersoll & Rooney, un
peso massimo fra gli studi di lobbisti, presso cui svolge le funzioni
di direttore di un team sulla sicurezza nazionale che rappresenta
svariati contractor militari. «Ai clienti offriamo
l’accesso alle persone in grado di prendere le decisioni
chiave», recitava allettante il team di McCausland sul sito
web aziendale.
McCausland non era il solo analista a fare questa promessa. Un altro
era Joseph W. Ralston, un generale dell’Air Force a riposo.
Subito dopo aver firmato con la CBS, il generale Ralston fu nominato
vice presidente del Cohen Group, una società di consulenza
capeggiata da un ex segretario della difesa, William Cohen, ora a sua
volta analista sulla politica mondiale per la CNN. «Il Cohen
Group sa che arrivare al “sì” nel
mercato dell’industria aerospaziale e della difesa, sia negli
Stati Uniti sia all’estero, richiede che le
società abbiano una comprensione sistematica e aggiornata
del pensiero di chi prende decisioni a livello di governo»,
sostiene la società al cospetto dei clienti sul proprio sito
web.
C’erano anche
legami ideologici
Due dei più eminenti analisti della NBC, Barry R. Mc Caffrey
e Wayne A. Downing, erano nel commissione consultiva del Comitato per
la Liberazione dell’Iraq, un gruppo di supporto creato con
l’incoraggiamento della Casa Bianca nel 2002 per sostenere la
causa del rovesciamento di Saddām Husayn. Entrambi avevano anche le
loro imprese di consulenza e sedevano nei consigli di amministrazione
dei più importanti contractor militari.
Molti avevano inoltre in comune con il team sulla sicurezza nazionale
di Bush la convinzione che una copertura mediatica pessimistica sulla
guerra aveva a suo tempo compromesso la volontà della
nazione di vincere in Vietnam, tanto che c’era una
determinazione condivisa per impedire che ciò accadesse
ancora con questa guerra.
Questo era un tema importante, ad esempio, nel caso di Paul E. Vallely,
un analista di Fox News dal 2001 al 2007. Generale a riposo
dell’esercito, specializzaro in guerra psicologica, Vallely
fu uno degli autori di un manoscritto che nel 1980 accusava le
organizzazioni mediatiche americane di essere state incapaci di
difendere la nazione dalla propaganda “nemica”
durante il Vietnam. «Abbiamo perso la guerra, ma non
perché abbiamo combattuto peggio, bensì
perché fummo sovrastati da operazioni
psicologiche», aveva scritto Vallely.
Premé per un approccio radicalmente innovativo alle
operazioni psicologiche nelle guerre future, con l’intento di
adoperarle non solo contro nemici stranieri, ma anche nei confronti
dell’opinione pubblica interna. Definì il suo
approccio “MindWar” (guerra mentale), ossia usare
le reti TV e radio per «rafforzare la nostra
volontà di vittoria».
La vendita della Guerra
Sin dalle prime sessioni con gli analisti militari, Rumsfeld e i suoi
assistenti parlavano come se fossro tutti parte della stessa squadra.
Nelle interviste, i partecipanti hanno descritto
un’ambientazione potentemente seduttiva: gli accompagnatori
in uniforme sino alla sala conferenze personale di Rumsfeld,
l’esibizione delle migliori porcellane di
proprietà del governo, le cartelline personalizzate con i
nomi stampati, la tempesta di presentazioni in PowerPoint, le richieste
di suggerimenti e consigli, gli appelli al dovere e alla patria, i
caldi ringraziamenti ricevuti dal segretario in persona.
«Uno non ha idea» ha esordito Allard nel descrivere
l’effetto. «Sei dietro, ti ascoltano, sentono quel
che dici in TV». E ha aggiunto: «erano operazioni
psicologiche con gli steroidi»: uno sfumato esercizio di
influenza per mezzo di adulazione e vicinanza. Allard sintetizza
così: «Non è come se ti dicessero
“ti diamo 500 dollari per raccontare la nostra
storia”. È una cosa più
sottile».
L’accesso giungeva a una condizione. Ai partecipanti si
richiedeva di non citare i loro istruttori direttamente, né
di descrivere altrimenti i loro contatti con il Pentagono.
Nell’autunno e nell’inverno che prepararono
l’invasione, il Pentagono munì i suoi analisti di
argomenti chiave che dipingevano l’Iraq come una minaccia
immediata. La causa fondamentale divenne un mantra routinario:
l’Iraq possedeva armi chimiche e biologiche, e un giorno
qualcuna di esse poteva finire ad al-Qā‘ida;
un’invasione sarebbe stata una “guerra di
liberazione” relativamente veloce e poco costosa.
Al Pentagono, i membri dello staff della Clarke si stupirono di fronte
al modo in cui gli analisti assimilavano senza sbavature i materiali
provenienti dalle direttive e dalle riunioni come se fosse farina del
loro sacco.
«Si poteva notare che stavano trasmettendo il
messaggio», ha detto Krueger. «Si poteva vedere che
riprendevano parola per parola quel che stava dicendo il segretario
alla difesa o quello che esponevano i tecnici specializzati».
In alcuni giorni, aggiunse, «riuscivamo a sintonizzarci su
ogni singolo canale e ognuno dei nostri uomini era là a
trasmettere il nostro messaggio. Si poteva osservarli e dire
“questa cosa funziona”».
Il 12 aprile 2003, ormai concluso il grosso dei combattimenti, Rumsfeld
redasse un memorandum per Torie Clarke, dove scrisse fra
l’altro: «Pensiamo all’idea di usare
alcune delle persone che hanno fatto un così buon lavoro
come mezzibusti dopo che questa fase sarà finita».
D’estate, tuttavia, emersero i primi segnali della
resistenza. I servizi dei giornalisti di stanza a Baghdad erano sempre
più impregnati dalle immagini dei disordini. Il Pentagono
non aveva da cercare lontano per trovare un contrappeso.
Era tempo - raccomandava energicamente un memorandum interno sulla
strategia del Pentagono - di «riattivare i
‘surrogati’ e i 'moltiplicatori della forza del
messaggio'», a partire dagli analisti militari.
Il memorandum portò alla proposta di prendere gli analisti a
fare un tour dell'Iraq nel settembre 2003, in tempo per aiutare a
superare lo 'shock da stangata' derivante dalla richiesta di un
finanziamento di emergenza alla guerra da parte di Bush per 87 miliardi
di dollari.
Il gruppo comprendeva quattro analisti di Fox News, uno ciascuno di CNN
e ABC, e vari luminari di gruppi di ricerca i cui editoriali apparivano
regolarmente sulle pagine delle opinioni di tutta la nazione.
L'invito al viaggio prometteva uno sguardo alla «situazione
reale sul terreno in Iraq».
La situazione, così come descritta in una miriade di libri,
si stava deteriorando. Paul Bremer III, l'allora viceré in
Iraq, ha scritto nelle sue memorie My Year in Iraq (Il mio anno in
Iraq) che aveva riservatamente messo inguardia la Casa Bianca sul fatto
che gli Stati Uniti avevano «circa la metà del
numero di soldati di cui avremmo bisogno qui».
Bremer ha ricordato che durante un pranzo riservato alla Casa Bianca
disse al presidente che «stiamo fronteggiando una minaccia
crescente e sofisticata».
Questo pranzo si tenne il 24 settembre, proprio mentre gli analisti
giravano l'Iraq.
Eppure, come si ricava dai documenti, queste scabrose realtà
vennero eluse, o categoricamente contraddette nel corso delle
presentazioni ufficiali per gli analisti. L'itinerario, prefigurato in
ogni dettaglio, prevedeva brevi visite a una scuola modello, a pochi
edifici governativi ristrutturati, un centro per i diritti delle donne,
una fossa comune e perfino i giardini di Babilonia.
Perlopiù gli analisti presenziarono a dei briefing. I
documenti dimostrano che queste sessioni estrapolavano una narrazione
alternativa dei fatti, la quale dipingeva un Iraq che ardeva di energia
politica ed economica e vedeva fiorire le sue forze dell'ordine. Sulla
questione cruciale del livello delle truppe, i briefing riecheggiavano
la linea della Casa Bianca: non erano affatto necessari rinforzi. La
«minaccia crescente e sofisticata» descritta da
Bremer fu invece dipinta come degradata, isolata e in rotta.
«Stiamo vincendo», andava a proclamare un documento
di un briefing. [...]
Uno dei partecipanti al viaggio, il generale Nash della ABC, ha detto
che alcuni dei briefing erano così
“artificiali” che ci scherzò su con un
altro membro del gruppo dicendogli che stavano partecipando al
«viaggio in Iraq in memoria di George Romney»,
riferendosi con questo alla famigerata dichiarazione di Romney secondo
cui gli ufficiali americani gli avevano fatto il “lavaggio
del cervello” per fargli sostenere la guerra del Vietnam
durante un tour in quel paese nel 1965, quando era governatore del
Michigan.
Mentre il viaggio inculcava il messaggio di un avanzamento, esso
rappresentava anche un'opportunità di business: l'accesso
diretto alla maggior parte dei principali leader civili e militari in
Iraq e in Kuwait, compresi molti che avevano voce in capitolo su come
sarebbero stati spesi gli 87 miliardi di dollari del presidente. Era
anche una chance per raccogliere informazioni circa i bisogni
più urgenti che doveva affrontare la missione americana:
l'estrema carenza di veicoli Humvee sufficientemente blindati; i
miliardi da spendere per costruire le basi militari; l'impellente
bisogno d'interpreti; infine gli ambiziosi piani di addestramento per
le forze dell'ordine irachene.
Informazioni e accesso di questa natura avevano un innegabile valore
per coloro che partecipavano al viaggio, come William V. Cowan e
Carlton A. Sherwood.
Cowan, un analista della Fox e colonnello a riposo dei Marines, era
l'amministratore delegato di una nuova società militare, il
wvc3 Group. Sherwood era il suo vice presidente esecutivo. In quel
tempo la società stava puntando a contratti dal valore di
decine di milioni per la fornitura di protezioni del corpo e per
servizi di controspionaggio in Iraq. Inoltre il wvc3 Group aveva un
accordo scritto per usare la sua influenza e le sue connessioni al fine
di aiutare i leader tribali della provincia di Al Anbar a ottenere
dalla coalizione dei contratti per la ricostruzione.
«Quegli sceicchi volevano l'accesso alla CPA» ha
ricordato Cowan in un'intervista, riferendosi con quella sigla alla
Coalition Provisional Authority (l'Autorità Provvisioria
della Coalizione, ossia il governo di transizione instaurato a ridosso
dell'invasione, NdT).
Cowan ha sostenuto di essersi battuto per la loro causa durante il
viaggio: «Ho cercato di spingere fortemente su alcuni uomini
di Bremer per ingaggiare queste persone di Al Anbar»
Una volta tornati a Washington, i funzionari del Pentagono diedero
occhiate nervose verso il modo i cui il viaggio sarebbe stato tradotto
sull'etere. Durante il viaggio erano emersi dei fatti spiacevoli. Uno
degli istruttori dei briefing, per esempio, fece cenno al fatto che
l'esercito si arrangiava ad assemblare inadeguatamente i veicoli
corazzati Humvee con sacchi di sabbia e strati in Kevlar. Le
descrizioni delle forze di sicurezza irachene erano imbarazzanti:
«non possono sparare e pertanto non lo fanno» disse
loro un ufficiale, stando alle note di uno dei partecipanti.
«Ho visto immediatamente nel 2003 che le cose non andavano
per il verso giusto» ha dichiarato il generale Vallely, uno
degli analisti della Fox che partecipavano a quel viaggio, in
un'intervista a «The Times».
Il Pentagono, tuttavia, non aveva bisogno di preoccuparsi.
«Non immaginate quali progressi»,
raccontò il generale Vallely ad Alan Colmes di Fox News al
suo ritorno. Aggiunse la previsione che la resistenza sarebbe stata
«ridotta a pochi numeri» entro pochi mesi.
«Non potremmo essere più felici e
contenti» disse Cowan a Greta Van Susteren di Fox News. Ci fu
a malapena un cenno circa la carenza di protezioni o le forze di
sicurezza irachene corrotte, mentre sulle questioni strategiche chiave
del momento – ossia se mandare più soldati
– gli analisti erano unanimi.
«Sono assai contrario all'idea di aumentare il numero dei
soldati» affermò il generale Shepperd alla CNN.
Accesso e influenza
All’interno del Pentagono e della Casa Bianca, il viaggio fu
visto come un capolavoro nella gestione delle percezioni, non da ultimo
perché alimentò le lamentele sul fatto che i
giornalisti “mainstream” stavano ignorando le buone
notizie dall’Iraq.
«Stiamo segnando un punto fuoricampo», scrisse con
linguaggio da baseball un alto funzionario del Pentagono in una e-mail
a Richard B. Myers e Peter Pace, rispettivamente il presidente e il
vice degli Stati maggiori riuniti.
Il suo successo non fece che intensificare la campagna del Pentagono.
Il passo dei briefings si accelerò. Furono organizzati
ancora più viaggi. Alla fine lo sforzo coinvolgeva
funzionari da Washington a Baghdad, da Kabul a Guantanamo, e indietro
fino a Tampa, in Florida, presso la sede dello US Central Command.
La scala dell’impegno rifletteva un forte sostegno
dall’alto. Quando i funzionari in Iraq erano lenti a
organizzare un altro viaggio per gli analisti, un funzionario del
Pentagono spediva loro in fretta e furia una e-mail per notificare che
i viaggi «hanno i più alti livelli di
visibilità» presso la Casa Bianca e pressarli
affinché si muovessero prima che Lawrence Di Rita, uno degli
assistenti più vicini a Rumsfeld, iniziasse a
«sollevare la cornetta e chiamare i generali a 4
stelle».
Di Rita, ora non più al Dipartimento della Difesa, ha
dichiarato in un’intervista che fu presa una
“decisione consapevole” nell’affidarsi
agli analisti militari per controbattere alle «crescenti
visioni negative sulla guerra» provenienti dai giornalisti in
Iraq. Gli analisti, secondo Di Rita, in genere avevano «una
visione più accomodante»
dell’amministrazione e della guerra, e la combinazione delle
loro cattedre televisive e dei compensi militari li rendeva ideali per
confutare i resoconti critici su temi quali il morale delle truppe, il
trattamento dei prigionieri, l’equipaggiamento inadeguato o
la scarsa preparazione delle forze dell’ordine irachene.
«Su questi temi essi erano più credibilmente visti
come portavoce attendibili », ha commentato Di Rita.
Per gli analisti che avevano legami con l’industria militare,
l’attenzione comportò l’accesso a una
cerchia via via più ampia di funzionari influenti in
aggiunta ai contatti che avevano accumulato nel corso delle loro
carriere.
Charles T. Nash, analista militare della Fox oltre che capitano a
riposo della US Navy, è un consulente che aiuta le piccole
società a entrare nel mercato militare. Di colpo ha ricevuto
il benvenuto da un gran numero di importanti leader militari, molti dei
quali mai incontrati in precedenza.
Ha raccontato che per lui fu come essere stato inquadrato a ridosso
della leadership del Pentagono. «Inizi a comprendere che cosa
è più importante per loro», ha detto, e
ha aggiunto: «Non c’è nulla come vedere
le cose di prima mano».
Alcuni funzionari del Pentagono hanno detto che essi erano ben
consapevoli del fatto che alcuni analisti vedevano il loro speciale
accesso come un vantaggio competitivo negli affari. «Certo
che lo capivamo», ha detto Krueger, «non eravamo
mica ingenui rispetto a ciò».
Essi compresero inoltre la relazione finanziaria tra i network e i loro
analisti. Molti analisti venivano pagati in base alle
“hit”, ossia il numero di volte in cui apparivano
in TV. Quanto più un analista poteva far sfoggio di notizie
fresche in esclusiva provenienti da “fonti” di alto
rango del Pentagono, tanto più poteva sperare di battere
più “hit”. Quante più
“hit”, tanto maggiore sarebbe stata la sua
potenziale influenza nel mercato militare, dove vari analisti
pubblicizzavano vistosamente il loro ruolo televisivo.
«Hanno portato le azioni lobbistiche e la ricerca di nuovi
contratti a un livello molto più elevato», ha
affermato Krueger. «Tutto ciò è stato
notevolmente affinato».
Di Rita, tuttavia, ha dichiarato che non gli è mai capitato
che gli analisti usassero il loro accesso per accattivarsi dei favori.
E ha detto che neanche il Pentagono cercò di approfittare di
questa dinamica. «E’ qualcosa che non mi
è passata nemmeno per l’anticamera del
cervello», ha rimarcato. In ogni caso, ha puntualizzato, gli
analisti e i network erano gli unici responsabili per qualsiasi
complicazione etica: «diamo per scontato che essi sappiano
dove stanno i limiti».
Gli analisti si incontrarono personalmente con Rumsfeld almeno 18
volte, ci dicono i documenti, ma questo non fu che l’inizio.
Essi parteciparono a decine di altre sessioni con la maggior parte dei
membri più importanti del suo ‘brain
trust’ ed ebbero accesso ai funzionari responsabili della
gestione dei miliardi da spendere in Iraq. Altri gruppi di
“persone con influenza cruciale” parteciparono a
delle riunioni, ma non altrettanto spesso quanto gli analisti.
Un memorandum interno nel 2005 ha contribuito a spiegare il
perché. Il memorandum, scritto da una funzionaria del
Pentagono che aveva accompagnato gli analisti in Iraq, diceva che in
base alle sue osservazioni durante il viaggio, gli analisti
«stavano avendo un impatto più grande»
nei confronti della copertura mediatica dei network sui temi militari.
«Ora non solo hanno iniziato a diventare le persone
determinanti nel definire l’attualità, ma ormai
influenzano i punti di vista sulle tematiche», ha scritto la
funzionaria.
Anche altre branche dell’amministrazione iniziarono a far uso
degli analisti.
Sappiamo ora dai documenti del Pentagono che l’allora
attorney general (figura che svolge un ruolo paragonabile al
“ministro della giustizia”, NdT), Alberto Gonzales,
li incontrò subito dopo che trapelarono delle notizie sul
fatto che il governo stava intercettando i sospetti di terrorismo sul
suolo USA senza garanzie.
Quando David H. Petraeus fu nominato comandante generale in Iraq nel
gennaio 2007, uno dei suoi primi atti fu d’incontrarsi con
gli analisti.
«Sapevamo che avevamo un accesso straordinario», ha
ammesso Timur J. Eads, un tenente colonnello a riposo dell'esercito e
analista della Fox nonché vice presidente incaricato delle
relazioni con il governo per la Blackbird Technologies, un contractor
militare dalla crescita impetuosa.
Come vari altri analisti, Eads ha detto che certe volte in televisione
si mordeva la lingua per paura che «qualche generale a
quattro stelle potesse fare richiamo e dire “estinguete quel
contratto”». Per esempio, riteneva che i funzionari
del Pentagono fuorviassero gli analisti in merito ai progressi delle
forze dell'ordine irachene. «So riconoscere un trucco verbale
quando ne vedo uno», ha proclamato. Ma non ha comunicato
tutto ciò sugli schermi.
«Natura umana», ha spiegato, sebbene abbia
segnalato altre circostanze in cui fu critico.
Alcuni analisti hanno detto perfino che prima che iniziasse la guerra
in via riservata ebbero delle titubanze rispetto alle giustificazioni
per l'invasione, ma furono attenti a non esprimerle in trasmissione.
Bevelacqua, a quel tempo analista della Fox, era fra gli invitati a un
briefing all'inizio del 2003 sulle supposte scorte irachene di armi
illecite. Ha ricordato di aver chiesto all'istruttore del briefing se
gli Stati Uniti avessero una prova decisiva, una “pistola
fumante”.
«Non abbiamo alcuna prova pesante» fu la risposta
dell'istruttore richiamata da Bevelacqua, il quale ha riferito anche
che sia lui sia gli altri analisti furono allarmati da questa
concessione. «Ci guardiamo a vicenda come a dirci
“che cosa stiamo combinando?”»
Un altro analista, Robert L. Maginnis, un tenente colonnello in
pensione che lavora al Pentagono per un contractor militare,
partecipò allo stesso briefing e ha ricordato di essersi
sentito «molto deluso» dopo che furono mostrate
fotografie satellitari che pretendevano di mostrare dei bunker
associati a un programma di armi nascoste. Maginnis ha detto che giunse
a concludere che gli analisti venivano “manipolati”
per trasmettere un falso senso di certezza in merito alle prove sulle
armi. Eppure anche lui, Bevelacqua e gli altri analisti che
parteciparono al briefing non comunicarono alcuna diffidenza al
pubblico americano.
Bevelacqua e un altro analista della Fox, Cowan, avevano fondato il
wvc3 Group, e insieme speravano di vincere contratti nei settori
militare e della sicurezza.
«Non c’erano alternative, stavo per scendere lungo
quel cammino e finire del tutto lacerato», ha detto
Bevelacqua. «Stiamo parlando di contrastare
un’enorme meccanismo».
Alcune e-mail tra il Pentagono e gli analisti rivelano un baratto
implicito: accessi privilegiati in cambio di copertura mediatica
favorevole. Robert H. Scales Jr., un generale a riposo
dell’esercito nonché analista per Fox News e
National Public Radio, la cui società di consulenza fa da
guida a diverse aziende militari in merito alle armi e alle tattiche
usate in Iraq, esigeva che il Pentagono approvasse dei briefing ad alto
livello per se all’interno dell’Iraq nel 2006.
«Ricordatevi le cose che ho fatto dopo la mia ultima
visita», scriveva. «Farò lo stesso
questa volta».
Il Pentagono sorveglia
Quando si verificavano, le apparizioni degli analisti sui notiziari
venivano monitorate da vicino. Il Pentagono pagava un contractor
privato, la Omnitec Solutions, per setacciare le banche dati alla
ricerca di qualsiasi traccia degli analisti, fosse un pezzo alla
trasmissione “The O’Reilly Factor” o
fosse anche una remota intervista con «The Daily Inter
Lake» in Montana vista da appena 20mila persone.
La Omnitec valutava le loro apparizioni usando gli stessi strumenti
degli esperti delle grandi marche. Una relazione, nel valutare
l’impatto di vari viaggi in Iraq nel corso del 2005,
snocciolava un esempio dopo l’altro degli analisti che
ripetevano paro paro i temi del Pentagono presso tutte le emittenti.
Il rapporto concludeva che «i commenti derivanti da tutti e
tre i viaggi in Iraq erano nel complesso estremamente
positivi».
Nelle interviste vari analisti hanno reagito con fastidio quando hanno
appreso di essere descritti come affidabili
“surrogati” da parte dei documenti del Pentagono. E
alcuni, come l’analista della CNN David L. Grange (un
generale a riposo dell’esercito), hanno asserito che le loro
sessioni al Pentagono erano «solo informazioni in
anticipo», mentre altri hanno rimarcato con cura che non sono
sempre stati d’accordo con l’Amministrazione
né fra di loro. Il generale Scales ha ironizzato:
«nessuno di noi era un boccalone».
Allo stesso modo, molti hanno anche negato di aver usato il loro
accesso speciale per approfittarne negli affari. «Non
c’entra niente», ha rimarcato il generale Shepperd,
facendo anche notare che molti al Pentagono avevano la più
bassa considerazione della CNN.
Nondimeno, anche la più moderata delle critiche
rappresentava una sfida. Vari analisti hanno raccontato di aver
fronteggiato appena pochi minuti dopo le trasmissioni certe telefonate
di funzionari della difesa insoddisfatti.
Il 3 agosto 2005, 14 marines morirono in Iraq. Quel giorno Cowan
– che ha dichiarato di essere stato sempre più a
disagio rispetto alla «versione distorta della
realtà» spacciata agli analisti durante i briefing
- chiamò il Pentagono per metterlo sull'avviso sul fatto che
alcuni dei suoi commenti alla Fox «avrebbero potuto non
essere tutti benevoli», così come mostrano i
documenti del Pentagono. I principali assistenti di Rumsfeld
organizzarono in gran fretta un briefing per lui, eppure quando disse a
Bill O’Reilly che agli Stati Uniti in quel momento
«non andava proprio tutto liscio» in Iraq, le
ripercussioni furono fulminee.
Cowan ha riferito di essere stato «precipitosamente mandato
via dal gruppo degli analisti» per via di questa apparizione.
Al Pentagono, ha scritto in una e-mail, «semplicemente non
piaceva il fatto che non portava l’acqua al loro
mulino». Il giorno successivo James T. Conway, a quel tempo
direttore delle operazioni per gli stati maggiori, presiedette ancora
un’altra conferenza via telefono con gli analisti. Li
esortò, secondo i verbali, a non lasciare che le morti dei
marines erodessero ulteriormente il sostegno alla guerra.
«L’obiettivo strategico rimane la nostra
popolazione», ha ribadito il generale Conway.
«Possiamo perdere l’appoggio popolare un giorno
sì e un giorno no, ma non andranno mai a battere i nostri
militari. Quel che potranno e faranno se possono è di
strapparci via il nostro sostegno. E voi potete aiutarci
affinché questo non accada».
«Generale, ho appena battuto su questo tasto in
trasmissione», replicò un analista.
«Lavoriamo su questo tutti insieme», fu
l’incitamento del generale Conway.
La Rivolta dei generali
La piena dimensione di questo abbraccio reciproco non fu forse mai
così chiara quanto nell’aprile 2006, dopo che
molti degli ex generali di Rumsfeld – nessuno dei quali era
analista militare alla TV – dichiararono pubblicamente le
loro critiche devastanti a carico delle sue performance in tempo di
guerra. Alcuni lo invitarono caldamente a dimettersi.
Era venerdì 14 aprile, e le notizie di apertura erano
dominate da quella che fu poi chiamata la “Rivolta dei
generali”. Secondo i verbali, Rumsfeld istruì gli
assistenti affinché convocassero gli analisti militari a una
riunione con lui ai primi della settimana successiva. Quando un
assistente raccomandò un piccolo ritardo per
«consentire ai nostri pezzi grossi sulla West Coast un
po’ più di tempo per fare il biglietto e
raggiungerci», l’ufficio di Rumsfeld
insisté sul fatto che «il capo» voleva
la riunione subito «per avere un impatto sulla vicenda
all’ordine del giorno».
Lo stesso giorno, i funzionari del Pentagono aiutarono due analisti
della Fox, i generali McInerney e Vallely, a scrivere un articolo di
opinione per il «Wall Street Journal» a difesa di
Rumsfeld.
«Inizio a buttarlo giù ora», scrisse di
pomeriggio il generale Vallely al Pentagono. «Qualsiasi
spunto per l’articolo», aggiunse poco dopo,
«sarà assai gradito».
L’ufficio di Rumsfeld immediatamente gli inoltrò
argomenti chiave e statistiche per confutare l’idea che ci
fosse una rivolta in via di diffusione. «Vallely sta per
usare i numeri», riportò quel pomeriggio un
funzionario del Pentagono.
Nonostante le misure di segretezza, i piani per questa riunione
trapelarono, tanto da produrre una articolo in prima pagina sul
«Times» della domenica. Nell’ottica del
controllo dei danni, i funzionari del Pentagono si fecero in quattro
per presentare la riunione come una cosa di routine e stabilirono che
le comunicazioni con gli analisti sarebbero state tenute a livelli
«molto formali», come vediamo nei verbali.
«Questo è un aspetto delicatissimo»
ammonì un funzionario del Pentagono rivolgendosi ai suoi
subordinati.
Martedì 18 aprile, ben 17 analisti convergevano al Pentagono
assieme a Rumsfeld e al generale Pace, l’allora presidente
degli stati maggiori riuniti.
Una trascrizione di tale sessione, mai divulgata prima, mostra una
determinazione condivisa a marginalizzare le critiche alla guerra e a
rivitalizzarne il pubblico sostegno.«Sono un vecchio uomo
dell’intelligence», disse un analista (la
trascrizione omette i nomi di chi prendeva la parola) «e so
giudicare tutto ciò, purtroppo, con una sola parola,
cioè Psyops.» (Psychological operations,
operazioni psicologiche, NdT) «Ora la maggior parte della
gente magari sente ciò e pensa “mio Dio, stanno
tentando di fare il lavaggio del cervello”».
«Che cosa c'è, razza di un cretino»
tagliò Rumsfeld, suscitando risate. «Non credi
nella Costituzione?»
Ci fu un po’ di discussione circa le effettive critiche che
grandinavano dagli ex generali di Rumsfeld. Gli analisti ribattevano
che l’opposizione alla guerra era radicata nelle percezioni
alimentate dai mezzi d’informazione, non nella
realtà. Davano manforte alla strategia di guerra complessiva
dell’Amministrazione, vista come
“brillante” e “molto riuscita”.
«Francamente», disse uno dei partecipanti,
«da un punto di vista militare, il prezzo di 2.400 coraggiosi
americani che abbiamo perduto, rispetto ai 3.000 persi in
un’ora e un quarto, è relativo».
Un analista proferì a un altro punto della discussione:
«Questa è una guerra più ampia, e il
fatto che abbiamo oppure no una democrazia in Iraq non importa un fico
secco, se arriviamo al risultato che vogliamo, cioè un
regime che non comporti più una minaccia per noi».
«Yeah!» assentiva Rumsfeld mentre prendeva appunti.
Che vincesse oppure no, ammonirono candidamente,
l’Amministrazione era di fronte a un grave pericolo politico
finché la maggior parte degli americani avesse visto
nell’Iraq una causa persa. «L’America
odia i perdenti», fece un analista.
Buona parte della sessione fu dedicata alle maniere in cui Rumsfeld
avrebbe potuto rovesciare il flusso politico degli eventi. Un analista
raccomandò a Rumsfeld «semplicemente di
schiacciare questa gente» assicurandogli nel contempo che
«la maggior parte dei gentiluomini di questo
tavolo» lo avrebbe appoggiato con entusiasmo se lo avesse
fatto.
«Lei è il leader», confidò
l’analista a Rumsfeld. «Lei è il nostro
uomo».
In un altro punto, un analista suggeriva: «In uno dei vostri
discorsi dovreste dire: “ognuno si fermi un attimo a
immaginare un Iraq controllato da al-Zarqāwī”. E poi non
aveste che da scorrere la lista e dire: “Va bene, abbiamo
petrolio, denaro, sovranità, accesso al centro geografico di
gravità del Medio Oriente, bla bla bla”. Se
potete, fate semplicemente un quadro mentale per l’americano
medio in modo che dica: “Mio Dio! Non posso immaginare un
mondo simile!”»
Perfino quando assicurarono a Rumsfeld che si approntavano ad essere
d’aiuto in questa offensiva di pubbliche relazioni, gli
analisti chiesero istruzioni su cosa avrebbero dovuto citare come la
prossima “tappa” che, come disse uno degli
analisti, avrebbe «mantenuto il popolo americano concentrato
sull'idea che andiamo avanti verso una conclusione positiva».
Posero un'enfasi particolare sulla crescente ostilità con
l'Iran.
«Quando avete parlato di una 'guerra lunga', avete volto la
psiche del popolo americano ad attendersi che questo sia un evento
generazionale», disse un analista. «Comunque, non
è che stia cercando di dirvi come fare il vostro
lavoro...»
«Stia a posto», lo interruppe Rumsfeld.
La riunione finì e Rumsfeld, visibilmente soddisfatto e
rilassato, trascinò tutto il gruppo fino a un piccolo studio
dove esibì i cimeli della sua vita, a quanto hanno
raccontato vari analisti.
Subito dopo, gli analisti imperversarono su tutti i canali. I rapporti
di monitoraggio della Omnitec, che passavano fra le mani di oltre 80
ufficiali, confermavano che gli analisti ripetevano molti degli
argomenti guida del Pentagono: che Rumsfeld si consultava «di
frequente e a sufficienza» con i suoi generali, che non era
affatto «oltremisura preoccupato» delle critiche,
che la riunione si era incentrata «sui temi più
importanti del momento», compresa la prossima tappa in Iraq,
ossia la formazione di un nuovo governo.
Giorni dopo, Rumsfeld scrisse un promemoria che distillava le direttive
collettive in punti su cui martellare. Ne vennero sottolineati due:
«Mettere a fuoco l'obiettivo della Guerra Globale al Terrore,
non semplicemente l'Iraq. La guerra più ampia: la guerra
lunga».
«Legare l'Iraq all'Iran. L'Iran è causa di
allarme. Se andiamo male in Iraq o in Afghanistan, sarà di
aiuto l'Iran»
Ma se Rumsfeld trovò istruttiva la sessione, almeno uno dei
partecipanti, il generale Nash, analista della ABC, ne fu respinto.
«Mi allontanai da quella seduta provando un disprezzo totale
nei confronti dei miei colleghi commentatori, forse con una o due
eccezioni», ha svelato il generale .
La visuale dai Network
Agli inizi di aprile 2008 il generale Petraeus si prese una pausa dalla
testimonianza davanti al Congresso sull'Iraq per una conferenza
telefonica con degli analisti militari.
John C. Garrett (l'analista della Fox e lobbista per Patton Boggs) ha
rivelato che durante la telefonata disse al generale Petraeus di
«continuare l'ottimo lavoro».
«Ebbene», disse Garrett in un'intervista,
«qualsiasi cosa possiamo fare per aiutare...».
Al momento, tuttavia, a causa della forte copertura mediatica delle
elezioni e della generale stanchezza rispetto alla guerra, gli analisti
militari non stanno ottenendo altrettanto tempo in TV, e i network
hanno tagliato il loro giro di analisti. La conferenza via cavo con il
generale Petraeus, per esempio, ha prodotto poco in termini di
immediata copertura.
Ciononostante, a cadenza quasi settimanale, il Pentagono continua a
condurre dei briefing con degli analisti militari selezionati. Molti
analisti hanno detto che i funzionari dei network avevano solo una vaga
cognizione di queste interazioni. Le emittenti, hanno detto, avevano
scarsa percezione dell'assiduità con cui essi si
incontravano con alti funzionari e di cosa discutevano.
«Non penso che la NBC fosse nemmeno consapevole che stavamo
partecipando», ha detto Rick Francona, un analista militare
di lunga data per il network.
Alcuni network pubblicano biografie sui loro siti web per descrivere i
background dei loro analisti militari e, in alcuni casi, per dare
almeno delle informazioni limitate sui loro rapporti d'affari. Ma molti
analisti hanno anche detto che i network facevano poche domande sui
loro interessi economici esterni, sulla natura del loro lavoro o sulla
possibilità che esso determinasse dei conflitti d'interesse.
«Niente di tutto ciò capitò
mai», ha precisato Allard, un analista della NBC sino al 2006.
«Il peggior conflitto d'interesse era nessun
interesse».
Allard e altri analisti hanno detto che i loro manager dei network non
sollevarono obiezioni nemmeno quando il Dipartimento della difesa
iniziò a pagare li loro biglietti aerei commerciali per i
viaggi in Iraq sponsorizzati dal Pentagono, una chiara violazione etica
per la maggior parte delle organizzazioni giornalistiche.
La CBS News ha rifiutato di fare commenti su quanto sapesse sulle
affiliazioni economiche dei suoi analisti militari né su
quali misure abbia adottato per tutelarsi da potenziali conflitti.
Anche la NBC News ha rifiutato di discutere le sue procedure di
reclutamento e monitoraggio degli analisti militari. Il network ha
emesso un breve comunicato: «Dispieghiamo delle chiare
direttive al fine di assicurare che le persone che compaiono sui nostri
schermi siano state adeguatamente scrutinate e che nulla nel loro
profilo possa portare alla minima percezione di un conflitto
d'interesse».
Jeffrey W. Schneider, un portavoce della ABC, ha detto che quantunque i
consulenti militari del network non fossero tenuti alle stesse regole
etiche dei suoi giornalisti a tempo pieno, ci si aspettava che essi
tenessero il network informato in merito ai loro intrecci economici
esterni.
«Abbiamo loro chiarito che esigevamo che ci tenessero
puntualmente al corrente», ha spiegato Schneider.
Un portavoce di Fox News ha riferito che i top manager
«rifiutavano di partecipare» al presente articolo.
La CNN pretende dai suoi analisti militari che rendano note per
iscritto tutte le loro fonti di reddito esterne. Ma, come gli altri
network, non fornisce per iscritto ai suoi analisti militari il tipo di
specifiche linee guida etiche che invece somministra ai suoi dipendenti
a tempo pieno per evitare conflitti d'interesse reali o apparenti.
Finora, anche quando ci sono stati i controlli, si sono talvolta
dimostrati permeabili.
La CNN, per esempio, ha dichiarato di essere stata inconsapevole per
quasi tre anni sul fatto che uno dei suoi principali analisti militari,
il generale Marks, fosse profondamente coinvolto
nell'attività di ricerca di contratti governativi, compresi
contratti relativi all'Iraq.
Il generale Marks venne ingaggiato dalla CNN nel 2004, più o
meno nel periodo in cui assunse un ruolo manageriale alla McNeil
Technologies, presso cui lavorava per procacciare contratti militari e
d'intelligence. Su richiesta, il generale Marks rese noto il fatto che
aveva ricevuto emolumenti dalla McNeil Technologies. Ma il modulo di
divulgazione non gli richiese di descrivere cosa ricomprendesse il suo
lavoro, e la CNN riconosce di non essere riuscita a fare ulteriori
investigazioni.
«Non abbiamo fatto a Marks le domande successive che avremmo
dovuto fare», ha ammesso la CNN in una dichiarazione scritta.
In un'intervista, il generale Marks ha detto che per la CNN non era un
segreto che il suo lavoro alla McNeil Technologies consistesse nel
vincere contratti. «Voglio dire, è proprio quello
che fa la McNeil», ha spiegato.
La CNN, tuttavia, ha sostenuto di non conoscere la natura del business
militare della McNeil né cosa facesse per quella
società il generale McNeil. Se egli si stesse dando da fare
per i contratti del Pentagono, ha dichiarato la CNN, questo lo avrebbe
squalificato dall'essere un analista militare per il network. Ma
nell'estate e nell'autunno 2006, perfino quando gli veniva chiesto
regolarmente di far commenti sulla situazione in Iraq, il generale
Marks stava lavorando intensamente per aggiudicarsi un contratto da 4,6
miliardi di dollari sulla fornitura di migliaia di interpreti per le
forze statunitensi in Iraq. Invero, il generale Marks fu nominato
presidente di uno spin-off della McNeil che vinse l'enorme contratto
nel dicembre 2006.
Il generale Marks ha detto che il suo lavoro sul contratto non
influì sui suoi commenti alla CNN. «Non ho fatto
fatica alcuna a separare me stesso da un interesse
economico», ha detto.
Ma la CNN ha detto di non avere avuto alcuna idea del suo ruolo nel
contratto fino a luglio 2007, quando riesaminò i suoi
più recenti moduli di divulgazione, somministrati nei mesi
precedenti, e finalmente fece indagini sul suo nuovo lavoro.
«Abbiamo visto l'estensione di queste transazioni e abbiamo
determinato a quel punto che avremmo dovuto chiudere i nostri rapporti
con lui», ha annunciato la CNN.
da
New York Times
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