Quanto può fare un presidente - 17/11/08
(5402 _READS) 
di Giulietto
Chiesa - Megachip
Il nuovo presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, è
sicuramente di altra stoffa rispetto al suo predecessore. Una cosa,
prima di ogni altra, lo differenzia da George Bush: quella di essere
stato eletto. Infatti, nell'euforia della appena terminata campagna
elettorale e, nell'evidente esagerazione delle sue fantasmagoriche
qualità democratiche, tutti hanno dimenticato che nel 2000
si verificò negli Stati Uniti qualcosa di molto simile a un
colpo di stato. Nel quale un presidente legittimo — Al Gore,
che stava vincendo, perfino in quella Florida dove la campagna
elettorale era stata distorta da chiarissime irregolarità
— venne detronizzato dalla decisione a maggioranza della
Corte Suprema degli Stati Uniti, che interruppe la riconta dei voti e
assegnò la vittoria al perdente.
Poi il silenzio cadde sull'intera vicenda e il mondo intero
andò nella direzione in cui volevano che andasse gli
organizzatori di quel colpo di stato, cioè in guerra.
Tutti, ora, abbiamo misurato il disastro che quel gruppo di
avventurieri provocò. E Obama eredita un paese in piena
crisi, politica, prima ancora che economica e finanziaria. Una crisi
che non ha precedenti, per gravità, nell'intera storia degli
Stati Uniti d'America, a partire dalla sanguionosa, ma lontana, guerra
civile.
Ma chi è Barack Obama, e cosa potrà fare per
uscirne, ancora nessuno è in grado di dirlo. Possiamo solo
giudicare dagli aspetti esteriori, che sono tutti, in primo luogo
mediaticamente, positivi. Ma, lasciando da parte la giovinezza,
l'aspetto estetico, il colore della pelle, la voce, la moglie
— cosa di cui tutti hanno parlato fin troppo, e andando al
sodo del suo programma, si può solo dire che il nuovo
presidente e la sua squadra s'inseriscono perfettamente nella
tradizione dei presidenti democratici americani.
Un uomo dalla breve carriera, che emerge da un piccolo passato di
esperto per conto di istituzioni legate alla grande finanza americana e
internazionale, come la Gamaliel Foundation, la Woods Fund, la Joyce
Foundation, l'Annenberg Foundation, e altre che fanno riferimento a un
centro assai più noto e influente come la Fondazione Ford.
La classe finanziaria dominate lo conosce e lo apprezza, e non gli ha
lesinato aiuti. Ai quali egli dovrà corrispondere in qualche
modo non certo marginale.
Obama è stato un candidato popolare, indubbiamente, ma
è anche stato il candidato scelto dalle elites americane
più intelligenti e da quei settori dell'establishment che
sono stati in grado di misurare il guasto prodotto da George Bush
Junior. Sono questi gruppi, in cerca di un'alternativa al disasro
americano, che hanno «inventato» Obama.
Invenzione, per la verità, di notevole efficacia,
perchè ha consentito di incassare un immediato ritorno
d'immagine per gli Stati Uniti: come paese capace di reagire, di
reinventarsi, di riprendere la leadership mondiale, di ricominciare a
dialogare almeno con gli alleati più vicini. Qualcosa di
simile a una «nuova frontiera» kennediana,
sicuramente qualcosa che ha molto a che fare con la retorica del
«sogno americano» che non finisce mai.
Produrrà cambiamenti questo nuovo protagonista, uscito dal
cappello a cilindro della crisi della globalizzazione mondiale?
Qualcosa cambierà, sicuramente. Il mondo sa ormai che la
radice della crisi sta in America. Non si potrà fingere
oltre. Gli Stati Uniti , le loro corporations, sanno che senza l'Europa
l'America non potrà uscirne. L'Impero, da solo, non
può farcela e questo significa già che non
è più l'Impero. Quindi cambierà la
politica americana verso l'alleato europeo.
Su questo aspetto Obama procederà dunque indisturbato. Non
avrà ostacoli «interni». Al contrario.
Alcune scelte saranno dolorose, per l'industria degli armamenti in
particolare, come quella della rinuncia al sistema missilistico da
installare in Polonia e con il radar annesso in Repubblica Ceca. Ma
credo che Obama le farà entrambe, perchè sono
invise alla maggioranza dei gruppi dirigenti europei: proprio quelli
che Washington deve riportare sotto l'ala della sua fraterna amicizia.
L'altra scelta europea che Obama farà sarà quella
di frenare, dilazionandola a tempi migliori, l'idea dell'ingresso di
Ucraina e Georgia nella Nato.
Non credo che questo significhi la rinuncia all'obiettivo strategico di
indebolire e accerchiare la Russia, fino a soffocarla —
obiettivo che resta fondamentale per le èlites americane. Ma
significa prendere atto che l'Europa non può permettersi di
andare a rompersi le ossa in una contrapposizione frontale con la
Russia di Putin-Medvedev, dalla quale ha tutto, proprio tutto da
perdere. Se Washington insistesse ancora in quella direzione non
c'è alcun dubbio che le crepe dell'Alleanza Atlantica si
farebbero molto vistose e tremendamente, per gli Stati Uniti,
pericolose. Quindi qui ci sarà un netto rallentamento. Anche
a costo di deludere tutti gli alleati est-europei che in questi anni
bushiani erano stati incoraggiati a andare a testa bassa contro la
Russia.
Tuttavia non è ancora affatto chiaro se Barack Obama e i
suoi consiglieri si siano resi conto che la guerra scatenata da
Saakashvili contro l'Ossetia del Sud ha provocato a Mosca un secco e
radicale irrigidimento. Il Cremlino ha fatto capire che altre ritirate,
del tipo di quelle che hanno caratterizzato l'ultimo quindicennio, non
ve ne saranno. Quindi il nuovo presidente americano dovrà
far capire se vuole correggere almeno la sua tattica verso la Russia, e
in che modo, oppure se intende mantenere alta la pressione. Da questo
molte cose dipenderanno.
C'è un altro bastione sul quale Obama non può far
naufragare le sue promesse: è sulle politiche sociali.
Cercherà probabilmente di attuarle. Ma questo implica una
coraggiosissima politica di New Deal, che comporta una serie di scelte
radicali di redistribuzione della ricchezza. Qui il conflitto
sarà assai maggiore, perchè, per quanto ampia sia
stata la sua vittoria elettorale, è altrettanto vero che la
classe dirigente oligarchica degli Stati Uniti non è in
grado — prima di tutto psicologicamente, e culturalmente - di
affrontare alcuna redistribuzione delle sue immense ricchezze. Meno che
mai è all'altezza di questi filantropici sentimenti il
complesso militare industriale che ha portato al potere, con la forza,
la squadra di George Bush-Dick Cheney.
Non è pregiudiziale pessimismo quello che muove queste
considerazioni: è l'elementare constatazione che, se le
élites americane fossero all'altezza di queste
considerazioni, l'America non si sarebbe trovata nelle condizioni
disastrate in cui si trova e in cui ha gettato il mondo, a forza di
stock-options che i ricchi hanno regalato a se stessi a prescindere
dalle paurose bolle speculative nelle quali hanno prolungato l'agonia
globale nel corso degli ultimi dieci anni.
Nel suo primo, e forse ultimo, incontro con Bush, alla Casa Bianca,
cosa gli ha chiesto Obama? Di trovare i soldi per sostenere l'industria
automobilistica! Certo sarà una boccata d'ossigeno per
l'occupazione e, certo, è difficile per un Presidente
americano dover registrare il fallimento della General Motors. Ma
è del tutto evidente che per questa via si torna alla
riproposizione del modello fallimentare di crescita che ha prodotto il
disastro.
C'è un altro tema, internazionale, anzi globale, su cui
Obama è chiamato a cimentarsi subito, nei primo anno, anzi
nei primi mesi, della sua presidenza:' quello dei mutamenti climatici e
del «dopo Kyoto». Da qui a Copenhagen 2009
— luogo dove dovrà sfociare, se
sfocerà, l'accordo che sostituirebbe Kyoto dopo il 2012 -
c'è circa un anno. Gli Stati Uniti devono dire se intendono
partecipare allo sforzo planetario, promosso dall'Europa, per ridurre
le emissioni di gas serra e per contenere il riscaldamento climatico
del pianeta. Anche su questo, forse soprattutto su questo, si
misurerà la capacità dell'Impero di riprendere la
leadership globale. In caso di insuccesso il prestigio degli Usa,
specie nei confronti dell'Europa, cadrà ulteriormente in
basso. Ma una resa di Obama ai petrolieri, in questo senso, sarebbe un
segnale negativo drammatico della volonta di Washington di perseguire
ancora l'idea, altamente contradditoria, al tempo stesso unipolare e
isolazionista.
In tema di Palestina e Israele, Obama ha già detto il peggio
che poteva dire: Gerusalemme capitale d'Israele è uno
schiaffo in faccia perfino al presidente palestinese in carica. Quasi
una dichiarazione di guerra al popolo palestinese. Si sente subito la
potente influenza delle lobbies ebraiche, esercitata nel corso di tutta
la campagna elettorale. La nomina eventuale di Hillary Clinton alla
Segreteria di Stato confermerebbe questa linea: anch'essa tale da
accrescere le difficoltà nei rapporti tra Europa e Stati
Uniti.
Infine un ultimo tema appare di insolubile soluzione per Barack Hussein
Obama: l'Iran. La presenza nella sua squadra di falchi riconosciuti
come Zbigniew Brzezinski lascia presagire che, nel corso del primo suo
mandato, il nuovo presidente americano dovrà prendere la
decisione cui George Bush non potè risolversi (sebbene ne
avesse avuto una grande voglia): l'attacco contro l'Iran. Di fronte
alla certezza della prosecuzione del programma nucleare iraniano, tutti
i think-tank di Washington sono alle prese, bipartizanamente, con tutte
le varianti dell'uso della forza militare per fermare Teheran. Israele
ha tutte le carte per premere e per ottenere la partenza di una tale
offensiva, poichè si può escludere che Tel Aviv
consideri di poter accettare, sotto qualsiasi forma, il rischio di un
Iran nucleare.
La fretta con cui Obama è stato trasformato in una icona
potrebbe presto rivelarsi come un grave errore. I problemi dell'America
sono assai più grandi di un presidente. A meno che si tratti
di un presidente capace di fare la perestroika dell'America.
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