Senza uguaglianza la democrazia è un regime - 27/11/08
(5622 letture) 
di
Gustavo Zagrebelsky
- da «La Repubblica»
Riproduciamo qui un magnifico articolo del grande giurista Gustavo Zagrebelsky, ex presidente della Corte Costituzionale, pubblicato su «la Repubblica» del 26 novembre 2008. Pur lasciando del tutto inalterato questo testo di chiarezza esemplare, lo abbiamo collegato a un percorso di approfondimento con numerosi link. La bella riflessione di Zagrebelsky sulla «Costituzione in bilico» merita la massima attenzione dei lettori.
Poiché tra i cinque punti del documento d’intenti del progetto televisivo Pandora troviamo la «difesa della Costituzione e della legalità democratica» e la «difesa dei diritti sociali e civili dei cittadini», la combinazione Costituzione-Uguaglianza esplicitata da Zagrebelsky ci appare il tasto più importante del nostro telecomando.
Regime o non-regime? Un confronto su questo dilemma, pur
così tanto determinante rispetto al dovere morale che tutti
riguarda, ora come sempre, qui come ovunque, di prendere posizione
circa la conduzione politica del paese di cui si è
cittadini, non è neppure incominciato. La ragione sta,
probabilmente, in un’associazione di idee. Se il "regime",
inevitabilmente, è quello del ventennio fascista, allora la
domanda se in Italia c’è un regime significa se
c’è "il" o "un" fascismo; oppure, più
in generale, se c'è qualcosa che gli assomigli in
autoritarismo, arbitrio, provincialismo, demagogia, manipolazione del
consenso, intolleranza, violenza, ecc.
Così, una questione seria, anzi cruciale, viene attratta sul
terreno, che non si presta all’analisi, della demonizzazione
politica, funzionale all’isteria e allo scontro.
Ma "regime"
è un termine totalmente neutro, che significa semplicemente
modo di reggere le società umane. Parliamo di "Ancien Régime",
di regimi repubblicani e democratici, monarchici, parlamentari,
presidenziali, liberali, totalitari e, tra gli altri, per
l’appunto, di regime fascista.
Senza qualificazione, regime non ci dice nulla su cui ci sia da
prendere posizione, perché l’essenziale sta
nell’aggettivo. Così, assumendo la parola nel suo
significato proprio, isolato dalle reminiscenze, la domanda iniziale
cambia di senso: da "esiste attualmente un regime" in "il regime
attuale è qualcosa di nuovo, rispetto al precedente"? Che
l'Italia viva un’esperienza costituzionale, forse ancora in
divenire e dall’esito non scontato, che mira a non lasciarsi
confondere con quella che l’ha preceduta: almeno di questo
non c’è da dubitare. Lo pensano, e talora lo
dicono, tanto i favorevoli, quanto i contrari, cioè lo
pensiamo e lo diciamo tutti, con definizioni ora passatiste ora
futuriste.
Non lo si dice ufficialmente e a cifra tonda, perché il
momento è, o sembra, ancora quello
dell’incubazione. La covata è a mezzo.
L’esito non è scritto. La Costituzione
del ‘48 non è abolita e, perciò,
accredita l’impressione di una certa continuità.
Ma è sottoposta a erosioni e svuotamenti di cui nessuno, per
ora, può conoscere l’esito.
Forze potenti sono all’opera per il suo superamento, ma altre
forze possono mobilitarsi per la sua difesa. La Costituzione
è in bilico. Che cosa significa "costituzione in bilico"?
Innanzitutto, che non si vive in una legittimità
costituzionale generalmente accettata, cioè in una sola
concezione della giusta costituzione, ma in (almeno) due che si
confrontano. Ogni forma di reggimento politico si basa su un principio
essenziale, una molla etica, il ressort di cui parla Montesquieu,
trattando delle forme di governo nell’Esprit
des lois. Quando questo principio essenziale è in
consonanza con l’esprit général di un
popolo, allora possiamo dire che la costituzione è legittima
e, perciò, solida e accettata. Quando è
dissonante, la costituzione è destinata crollare, a essere
detronizzata. Se invece lo spirito pubblico è diviso, e
dunque non esiste un esprit che possa dirsi
général, questo è il momento
dell’incertezza costituzionale, il momento della costituzione
in bilico e della bilancia che prima o poi dovrà pendere da
una parte. È il momento del conflitto latente, che non viene
dichiarato perché i fautori della rottura costituzionale
come quelli della continuità non si sentono abbastanza
sicuri di sé e preferiscono allontanare il chiarimento.
I primi aspettano il tempo più favorevole; i secondi
attendono che passi sempre ancora un giorno di più,
ingannando se stessi, non volendo vedere ciò che temono.
Tutti attendono, ma i primi per prudenza, i secondi per ignavia.
Non voler vedere, significa scambiare per accidentali deviazioni quelli
che sono segni di un mutamento di rotta; significa sbagliare, prendendo
per lucciole, cioè per piccole alterazioni che saranno
presto dimenticate come momentanee illegalità, quelle che
sono invece lanterne, cioè segni premonitori e preparazioni
di una diversa legittimità. Così, si resta
inerti. L’accumulo progressivo di materiali di costruzione
del nuovo regime procede senza ostacoli e, prima o poi, farà
massa. Allora, non sarà più possibile non voler
vedere, ma sarà troppo tardi.
* * *
Ciò che davvero qualifica e distingue i regimi politici
nella loro natura più profonda e che segna il passaggio
dall’uno all’altro, è
l’atteggiamento di fronte all’uguaglianza,
il valore politico, tra tutti, il più importante e, tra
tutti però, oggi il più negletto, perfino talora
deriso, a destra e a sinistra. Perché il più
importante? Perché dall’uguaglianza dipendono
tutti gli altri. Anzi, dipende il rovesciamento nel loro contrario.
Senza uguaglianza, la libertà vale come garanzia di
prepotenza dei forti, cioè come oppressione dei deboli.
Senza uguaglianza, la società, dividendosi in strati,
diventa gerarchia.
Senza uguaglianza, i diritti cambiano natura: per coloro che stanno in
alto, diventano privilegi e, per quelli che stanno in basso,
concessioni o carità.
Senza uguaglianza, ciò che è giustizia per i
primi è ingiustizia per i secondi.
Senza uguaglianza, la solidarietà si trasforma in invidia
sociale.
Senza uguaglianza, le istituzioni, da luoghi di protezione e
integrazione, diventano strumenti di oppressione e divisione.
Senza uguaglianza, il merito viene sostituito dal patronaggio; le
capacità dal conformismo e dalla sottomissione; la
dignità dalla prostituzione.
Nell’essenziale: senza uguaglianza, la democrazia
è oligarchia,
un regime castale. Quando le oligarchie soppiantano la democrazia, le
forme di quest’ultima (il voto, i partiti,
l’informazione, la discussione, ecc.) possono anche non
scomparire, ma si trasformano, anzi si rovesciano: i diritti di
partecipazione politica diventano armi nelle mani di gruppi potere, per
regolare conti della cui natura, da fuori, nemmeno si è
consapevoli.
Questi rovesciamenti avvengono spesso sotto la copertura di parole
invariate (libertà, società, diritti, ecc.).
Possiamo constatare allora la verità di questa legge
generale: nel mondo della politica, le parole sono esposte a
rovesciamenti di significato a seconda che siano pronunciate da sopra o
da sotto della scala sociale. Ciò vale a iniziare dalla
parola "politica": forza sopraffattrice dal punto di vista dei forti,
come nel binomio amico-nemico; oppure, dal punto di vista dei deboli,
esperienza di convivenza, come suggerisce l’etimo di politéia.
Un uso ambiguo, dunque, che giustifica la domanda a chi parla di
politica: da che parte stai, degli inermi o dei potenti? La
ricomposizione dei significati e quindi
l’integrità della comunicazione politica sono
possibili solo nella comune tensione all’uguaglianza.
* * *
Ritorniamo alla questione iniziale, se sia in corso, o se si sia
già realizzato, un cambiamento di regime, dal punto di vista
decisivo dell’uguaglianza.
In ogni organizzazione di grandi numeri si insinua un potere
oligarchico, cioè il contrario dell’uguaglianza.
Anzi, più i numeri sono grandi, più questa
è una legge "ferrea".
E’la constatazione di un paradosso, o di una contraddizione
della democrazia. Ma è molto diverso se
l’uguaglianza è accantonata, tra i ferri vecchi
della politica o le pie illusioni, oppure se è (ancora)
valore dell’azione politica.
La costituzione - questa costituzione che assume
l’uguaglianza come suo principio essenziale - è in
bilico proprio su questo punto.
Noi non possiamo non vedere che la società è
ormai divisa in strati e che questi strati non sono comunicanti.
Più in basso di tutti stanno gli invisibili, i senza diritti
che noi, con la nostra legge, definiamo "clandestini", quelli per i
quali, obbligati a tutto subire, non c’è legge; al
vertice, i privilegiati, uniti in famiglie di sangue e
d’interesse, per i quali, anche, non c’è
legge, ma nel senso opposto, perché è tutto
permesso e, se la legge è d’ostacolo, la si
cambia, la si piega o non la si applica affatto. In mezzo, una
società stratificata e sclerotizzata, tipo Ancien
Régime, dove la mobilità è sempre
più scarsa e la condizione sociale di nascita sempre
più determina il destino.
Se si accetta tutto ciò, il resto viene per conseguenza.
Viene per conseguenza che la coercizione dello Stato sia inegualmente
distribuita: maggiore quanto più si scende nella scala
sociale, minore quanto più si sale; che il diritto penale,
di fatto, sia un diritto classista e che, per i potenti, il processo
penale non esista più; che nel campo dei diritti sociali la
garanzia pubblica sia progressivamente sostituita
dall’intervento privato, dove chi più ha,
più può.
Né sorprende che quello che la costituzione considera il
primo diritto di cittadinanza, il lavoro, si riduca a una merce di cui
fare mercato.
Analogamente, anche l’organizzazione del potere si sposta e
si chiude in alto. L’oligarchia partitica non è
che un riflesso della struttura sociale. La vigente legge elettorale,
che attribuisce interamente ai loro organi dirigenti la scelta dei
rappresentanti, escluso il voto di preferenza, non è che una
conseguenza. Così come è una conseguenza
l’allergia nei confronti dei pesi e contrappesi
costituzionali e della separazione dei poteri, e nei confronti della
complessità e della lunghezza delle procedure democratiche,
parlamentari. Decidere bisogna, e dall’alto; il consenso,
semmai, salirà poi dal basso. E’una conseguenza,
infine, non la causa, la concentrazione di potere non solo politico ma
anche economico-finanziario e cultural-mediatico.
L’indipendenza relativa delle cosiddette tre funzioni
sociali, da millenni considerata garanzia di equilibrio, buon governo
delle società, è minacciata.
Ma il tema delle incompatibilità, cioè del conflitto
di interessi, a destra come a sinistra, è stato
accantonato. La causa è sempre e solo una:
l’appannamento, per non dire di più,
dell’uguaglianza e la rete di gerarchie che ne deriva. Qui si
gioca la partita decisiva del "regime". Tutto il resto è
conseguenza e pensare di rimettere le cose a posto, nelle tante
ingiustizie e nelle tante forzature istituzionali senza affrontare la
causa, significa girare a vuoto, anzi farsene complici.
Nessun regime politico si riduce a un uomo solo, nemmeno i "dispotismi
asiatici", dove tutto sembrava dipendere
dall’arbitrio di uno solo, khan, califfo, satrapo, sultano, o
imperatore cinese.
Sempre si tratta di potere organizzato in sistemi di relazioni. Alessandro Magno,
il più "orientale" dei signori dell’Occidente,
perse il suo impero perché (dice Plutarco), mentre trattava
i Greci come un capo, cioè come fossero parenti e amici,
«si comportava con i barbari come con animali o
piante», cioè meri oggetti di dominio,
«così riempiendo il suo regno di esìli,
destinati a produrre guerre e sedizioni».
Sarà pur vero che comportamenti di quest’ultimo
genere non mancano, ma non vedere il sistema su cui si innestano e li
producono significa trascurarne le cause per restare alla superficie,
spesso solo al folklore. -
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