Facebook ha 59 milioni di utenti - e due milioni di nuovi iscritti ogni
settimana. Ma tra questi non troverete Tom Hodgkinson che rilascia
volontariamente i propri dati personali; non ora che conosce la
politica delle persone che stanno dietro questo sito di social
networking.
Io disprezzo Facebook. Questa azienda statunitense di enorme successo
si descrive come «un servizio che ti mette in contatto con la
gente che ti sta intorno». Ma fermiamoci un attimo.
Perché mai avrei bisogno di un computer per mettermi in
contatto con la gente che mi sta intorno? Perché le mie
relazioni sociali debbono essere mediate dalla fantasia di un manipolo
di smanettoni informatici in California? Che ha di male il baretto?
E poi, Facebook mette davvero in contatto la gente? Non è
vero invece che ci separa l'uno dall'altro, dal momento che invece di
fare qualcosa di piacevole come mangiare, parlare, ballare e bere coi
miei amici, mando loro soltanto dei messaggini sgrammaticati e foto
divertenti nel ciberspazio, inchiodato alla scrivania? Un mio amico
poco tempo fa mi ha detto di aver trascorso un sabato notte a casa da
solo su Facebook, bevendo seduto alla sua scrivania. Che immagine
deprimente. Altro che mettere in contatto la gente, Facebook ci isola,
fermi nel posto di lavoro.
Per di più, Facebook fa leva, per così dire,
sulla nostra vanità e autostima. Se carico una mia foto che
ritrae il mio profilo migliore, e assieme metto una lista delle cose
che mi piacciono, posso costruire una rappresentazione artificiale di
me stesso, con lo scopo di essere sessualmente attraente e di
guadagnarmi l'altrui approvazione. («Mi piace
Facebook», mi ha detto un altro amico. «Mi ha fatto
trombare»). Incoraggia inoltre una inquietante
competitività intorno all'amicizia: sembra che nell'amicizia
oggi conti la quantità, e la qualità non sia
affatto considerata. Più amici hai, meglio sei. Sei
"popolare", nel senso che i liceali statunitensi amano tanto. A riprova
di ciò sta la copertina della nuova rivista su Facebook
dell'editore Dennis Publishing: «Come raddoppiare la tua
lista di amici».
Sembra, però, che io sia piuttosto solo nella mia
ostilità. Mentre scriviamo, Facebook sostiene di avere 59
milioni di utenti attivi, compresi 7 milioni dal Regno Unito, la terza
nazione per numero di clienti dopo gli Usa e il Canada. Cinquantanove
milioni di babbei, che hanno dato tutti volontariamente le informazioni
della propria carta d'identità e le proprie scelte di
consumatore a un'azienda statunitense che non conoscono. Due milioni di
persone si iscrivono ogni settimana. Se proseguirà
all'attuale volume di crescita, Facebook supererà i 200
milioni di utenti attivi nello stesso periodo dell'anno prossimo. E
personalmente prevedo che, anzi, il suo volume di crescita
subirà un'accelerazione nei mesi venturi. Come ha dichiarato
il portavoce di Facebook Chris Hughes: «[Facebook] ha
raggiunto una tale integrazione che è difficile
sbarazzarsene».
Tutto ciò sarebbe sufficiente a farmi rifiutare Facebook per
sempre. Ma ci sono altre ragioni per odiarlo. Molte altre ragioni.
Facebook è un progetto ben foraggiato, e le persone che
stanno dietro il finanziamento, un gruppo di capitalisti "di rischio"
della Silicon Valley, hanno un'ideologia ben congegnata che sperano di
diffondere in tutto il mondo. Facebook è una delle
manifestazioni di questa ideologia. Come Paypal prima di esso,
è un esperimento sociale, un'espressione di un particolare
tipo di liberalismo neoconservatore. Su Facebook puoi essere libero di
essere chi vuoi, a patto che non ti dia fastidio essere bombardato da
pubblicità delle marche più famose al mondo. Come
con Paypal, i confini nazionali sono una cosa ormai obsoleta.
Malgrado il progetto sia stato concepito inizialmente dalla star da
copertina Mark Zuckerberg, il vero volto che sta dietro Facebook
è il quarantenne venture capitalist della Silicon Valley e
filosofo "futurista" Peter Thiel. Ci sono soltanto tre consiglieri di
amministrazione per Facebook, e sono Thiel, Zuckerberg e un terzo
investitore che si chiama Jim Breyer, che proviene da un'azienda di
venture capital, la Accel Partners (di lui parleremo più
avanti). Thiel investì 500 mila dollari in Facebook quando
gli studenti di Harvard Zuckerberg, Chris Hughes e Dustin Moskowitz lo
incontrarono a San Francisco nel giugno del 2004, non appena fecero
partire il sito. Thiel, secondo la stampa, oggi possiede il 7 per cento
di Facebook, quota che, secondo l'attuale stima del valore dell'azienda
di 15 miliardi di dollari, vale più di un miliardo. Chi
siano esattamente i cofondatori originali di Facebook è
controverso, ma chiunque siano, Zuckerberg è l'unico rimasto
nel consiglio d'amministrazione, malgrado Hughes e Moskowitz lavorino
ancora per l'azienda.
Thiel è considerato da molti nella Silicon Valley e nel
mondo del venture capital a stelle e strisce come un genio del
liberismo. È il cofondatore e amministratore delegato del
sistema bancario virtuale Paypal, che vendette a Ebay per un miliardo e
mezzo di dollari, tenendo per sé 55 milioni. Gestisce anche
un hedge fund da 3 miliardi di euro, il Clarium Capital Management, e
un fondo di venture capital, Founders Fund. La rivista Bloomberg
Markets l'ha recentemente descritto come «uno dei manager di
hedge fund più di successo del paese». Ha fatto i
soldi scommettendo sul rialzo del prezzo del petrolio e azzeccando la
previsione che il dollaro si sarebbe indebolito. Lui e i suoi
straricchi compagni della Silicon Valley sono stati recentemente
etichettati come "La mafia di Paypal" dalla rivista Fortune, il cui
cronista ha notato anche che Thiel ha un maggiordomo in livrea e una
supercar della McLaren da 500 mila dollari. Thiel è anche un
campione di scacchi ed ama la competizione. Si dice che una volta dopo
aver perso una partita, in un accesso d'ira, abbia gettato a terra
tutte le pedine. E non si scusa per la sua
iper-competitività: «Un buon perdente resta sempre
un perdente».
Ma Thiel è più di un semplice capitalista scaltro
e avido. Infatti è anche un filosofo "futurista" e un
attivista neocon. Filosofo laureato a Stanford, nel 1998 fu tra gli
autori del libro The Diversity Myth [Il Mito della
Diversità, ndt], un attacco dettagliato all'ideologia
multiculturalista e liberal che dominava Stanford. In questo libro
sosteneva che la "multicultura" portava con sé una
diminuzione delle libertà personali. Da studente di
Stanford, Thiel fondò un giornale destrorso, che esiste
ancora, la Stanford Review, il cui motto è Fiat Lux ("Sia la
luce"). Thiel è membro di TheVanguard.org, un gruppo di
pressione neoconservatore basato su internet, nato per attaccare
MoveOn.org, gruppo di pressione liberal attivo sul web. Thiel si
dichiara «estremamente libertario».
TheVanguard è gestito da un certo Rod D. Martin,
capitalista-filosofo molto ammirato da Thiel. Sul sito, Thiel dice:
«Rod è una delle menti di spicco nel nostro paese
per quanto riguarda la creazione di nuove e necessarie idee sulle
politiche pubbliche. Ha una comprensione dell'America più
completa di quella che hanno della propria azienda molti amministratori
delegati».
Il piccolo assaggio che segue, preso dal loro sito, vi darà
l'idea della loro visione del mondo: «TheVanguard.org
è una comunità online che crede nei valori
conservatori, nel libero mercato e nella limitazione del governo come
gli strumenti migliori per portare speranza e opportunità
sempre maggiori per tutti, specie per i più poveri fra
noi». Il loro scopo è quello di promuovere linee
politiche che «diano nuova forma all'America e al mondo
intero». TheVanguard descrive le proprie politiche come
«reaganiane-thatcheriane». Il messaggio del
presidente recita così: «Oggi daremo a MoveOn [il
sito liberal], a Hillary e ai media di sinistra una lezione che non si
aspetterebbero mai».
Non ci sono dubbi sulle idee politiche di Thiel. Ma qual è
la sua filosofia? Sono andato ad ascoltarmi, in un podcast, un discorso
di Thiel circa le sue idee sul futuro. La sua filosofia, in breve,
è questa: fin dal XVII secolo, alcuni pensatori illuminati
hanno strappato il mondo dalla sua antiquata vita legata alla natura -
e qui cita la famosa descrizione fatta da Thomas Hobbes della vita come
«meschina, brutale e breve» - per portarlo verso un
nuovo mondo virtuale nel quale la natura è conquistata. Il
valore è ora assegnato alle cose immaginarie. Thiel afferma
che PayPal è nato proprio da questa credenza: che si possa
trovare valore non in oggetti concreti fatti da mano d'uomo, ma in
relazioni fra esseri umani. Paypal è un modo di spostare
denaro in giro per il mondo senza limitazioni. Bloomberg Markets la
pone così: «Per Thiel, PayPal significa
libertà: permetterebbe alla gente di scansare i controlli
sulla valuta e spostare denaro in giro per il mondo».
Chiaramente, Facebook è un altro esperimento
iper-capitalista: si possono ricavare soldi dall'amicizia? Si possono
creare comunità libere dai confini nazionali, e poi vendere
loro Coca Cola? Facebook non è per niente creativo. Non
produce assolutamente nulla. Tutto quello che fa è mediare
relazioni che si sarebbero allacciate in ogni caso.
Il mentore filosofico di Thiel è un certo René
Girard dell'università di Stanford, ideatore di una teoria
del comportamento umano chiamata "desiderio mimetico". Girard ritiene
che le persone siano essenzialmente come pecore e si imitino l'una con
l'altra senza pensarci troppo su. La teoria sembra essere provata anche
nel caso dei mondi virtuali di Thiel: l'oggetto desiderato è
irrilevante; è sufficiente soltanto che gli esseri umani
abbiamo la tendenza a muoversi in greggi. Da qui derivano le bolle
finanziarie. Da qui deriva l'enorme popolarità di Facebook.
Girard è un habitué delle serate intellettuali di
Thiel. Tra l'altro, una cosa che non potrete trovare nella filosofia di
Thiel sono gli antiquati concetti che appartengono al mondo reale, come
Arte, Bellezza, Amore, Piacere e Verità.
Internet è un'immensa attrattiva per i neocon come Thiel,
perché promette, in un certo senso, libertà nelle
relazioni umane e negli affari, libertà dalle noiose leggi
nazionali, dai confini nazionali e da altre cose di questo genere.
Internet apre un mondo di espansione per il libero mercato e per il
laissez-faire. Thiel sembra approvare anche i paradisi fiscali
offshore, e sostiene che il 40 per cento della ricchezza mondiale si
trova in posti come Vanuatu, le isole Cayman, Monaco e le Barbados.
Penso sia giusto dire che Thiel, come Rupert Murdoch, è
contrario alle tasse. Gli piace anche la globalizzazione della cultura
digitale, perché rende quasi inattaccabili i padroni delle
banche: «I lavoratori non possono fare una rivoluzione per
impossessarsi di una banca, se quella banca ha sede a
Vanuatu», dice.
Se la vita del passato era meschina, brutale e breve, Thiel vuole
rendere la vita del futuro molto più lunga, investendo a
questo fine in un'azienda che esplora tecnologie per allungare la vita.
Ha promesso tre milioni e mezzo di sterline a un gerontologo di
Cambridge, Aubrey de Grey, che sta cercando la chiave
dell'immortalità. Thiel è anche membro del
collegio dei consulenti di qualcosa come il Singularity Institute for
Artificial Intelligence. Nel suo fantastico sito internet, si trovano
le seguenti parole: «La Singularity è la creazione
tecnologica di un'intelligenza superiore a quella umana. Ci sono
parecchie tecnologie [...] che vanno in questa direzione [...]
l'Intelligenza Artificiale [...] interfacce che collegano direttamente
computer e cervello [...] ingegneria genetica [...] differenti
tecnologie che, se raggiungessero una certa soglia di
complessità, permetterebbero la creazione di un'intelligenza
superiore a quella umana».
Per sua stessa ammissione, quindi, Thiel sta cercando di distruggere il
mondo reale, da lui chiamato anche "natura", e di installare al suo
posto un mondo virtuale. Ed è in questo contesto che
dobbiamo vedere il successo di Facebook. Facebook è un
esperimento volto deliberatamente alla manipolazione mondiale, e Thiel
è un brillante personaggio del pantheon neoconservatore con
un debole per incredibili fantasie "tecno-utopiche". E io non voglio
aiutarlo a diventare più ricco.
Il terzo membro del consiglio di amministrazione di Facebook
è Jim Breyer. È parte della ditta di venture
capital Accel Partners, che ha messo 12 milioni e 700 mila dollari per
il progetto Facebook nell'aprile 2005. Oltre a essere membro di questi
giganti statunitensi, della stessa caratura di Wal-Mart e Marvel
Entertainment, è anche ex presidente della National Venture
Capital Association (NVCA). Sono queste le persone che hanno successo
in America, perché investono in nuovi e giovani talenti,
come Zuckerberg. La più recente raccolta di finanziamenti di
Facebook fu portata avanti da un'azienda, la Greylock Venture Capital,
che fornì 27 milioni 500 mila dollari. Uno dei
più vecchi soci di Greylock è Howard Cox, altro
ex presidente della NVCA, e membro del CdA di In-Q-Tel. Che
cos'è In-Q-Tel? Beh, che ci crediate o no (andatevi a vedere
il suo sito), è la costola della Cia nel capitale di
rischio. Dopo l'Undici Settembre, la comunità dei servizi
segreti Usa divenne così entusiasta delle
possibilità della nuova tecnologia e delle innovazioni del
settore privato, che nel 1999 costituì il proprio fondo di
capitale di rischio, l'In-Q-Tel, che «identifica e collabora
con le aziende che sviluppano tecnologie all'avanguardia, per aiutare a
rilasciare questi ritrovati alla Central Intelligence Agency e alla
più vasta US Intelligence Community (IC) al fine di
promuovere la loro missione»*.
Il dipartimento della difesa statunitense e la Cia amano la tecnologia
perché rende lo spionaggio più facile.
«Abbiamo bisogno di trovare nuovi modi per dissuadere i nuovi
avversari», disse nel 2003 il segretario della Difesa Donald
Rumsfeld. «Dobbiamo fare il salto nell'era dell'informatica,
che costituisce le fondamenta essenziali dei nostri sforzi di
cambiamento». Il primo presidente di In-Q-Tel fu Gilman
Louie, che sedette nel CdA di NVCA assieme a Breyer. Un'altra figura
chiave nel team di In-Q-Tel è Anita K. Jones, ex direttrice
della sezione ricerca e ingegneria del dipartimento della Difesa, e,
assieme a Breyer, membro del CdA di BBN Technologies. Quando
abbandonò il dipartimento della Difesa, il senatore Chuck
Robb le fece questo omaggio: «Lei ha unito tecnologia e
comunità militari operative per dare vita a piani
dettagliati con il fine di sostenere il dominio Usa sui campi di
battaglia del prossimo secolo».
Ora, anche se non si accetta l'idea che Facebook sia una specie di
estensione del programma imperialistico statunitense incrociata con uno
strumento per raccogliere immense quantità d'informazioni,
non si può in nessun modo negare che, come affare, sia
davvero geniale. Qualche smanettone online ha fatto intendere che la
sua valutazione di 15 miliardi di dollari sia eccessiva, ma io direi
semmai che è troppo contenuta. La sua grandezza
dà le vertigini, e il potenziale di crescita è
virtualmente infinito. «Vogliamo che tutti siano in grado di
usare Facebook», dice l'impersonale voce del Grande Fratello
sul sito. E penso proprio che lo faranno. È l'enorme
potenziale di Facebook che spinse Microsoft a comprarne l'1,6 per cento
per 240 milioni di dollari. Recentemente circolano voci secondo cui un
investitore asiatico, Lee Ka-Shing, il nono uomo più ricco
della terra, abbia comprato lo 0,4 per cento di Facebook per 60 milioni
di dollari.
I creatori del sito non fanno altro che giocherellare col programma. In
genere, stanno seduti con le mani in mano a guardare milioni di
"drogati" di Facebook fornire di spontanea volontà i
dettagli della loro carta d'identità, le loro foto e la
lista dei loro oggetti di consumo preferiti. Ricevuto questo smisurato
database di esseri umani, Facebook vende semplicemente le informazioni
agli inserzionisti, o, come ha detto Zuckerberg in uno degli ultimi
post sul blog, «cerca di aiutare le persone a condividere
informazioni con i loro amici riguardo alle cose che fanno sul
web». Ed è infatti proprio ciò che
accade. Il 6 novembre dello scorso anno, Facebook annunciò
che 12 marchi mondiali erano saliti a bordo. Tra essi, c'erano Coca
Cola, Blockbuster, Verizon, Sony Pictures e Condé Nast. Ben
allenati in stronzate da marketing di altissimo livello, i loro
rappresentanti gongolavano con commenti come questo:
«Con Facebook Ads, i nostri marchi possono diventare parte
del modo di comunicare e interagire degli utenti su
Facebook», disse Carol Kruse vicepresidente della sezione
marketing interattivo globale, gruppo Coca Cola.
«È un modo innovativo di far nascere e crescere
relazioni con milioni di utenti di Facebook permettendo loro di
interagire con Blockbuster in maniera conveniente, pertinente e
divertente», disse Jim Keyes, presidente e amministratore
delegato di Blockbuster. «Ciò va al di
là della creazione di pubblicità efficaci. Si
tratta piuttosto della partecipazione di Blockbuster alla
comunità dei consumatori, cosicché, in cambio, i
consumatori si sentano motivati a condividere i vantaggi del nostro
marchio con gli amici».
"Condividere" è la parola in lingua di Facebook che sta per
"pubblicizzare". Chi si registra a Facebook diventa un girovago che
parla delle reclame di Blockbuster o della Coca Cola, e tesse le lodi
di questi marchi agli amici. Stiamo assistendo alla mercificazione
delle relazioni umane, l'estrazione di valore capitalistico
dall'amicizia.
Ora, in confronto a Facebook, i giornali, per esempio, come modello
d'impresa, sembrano disperatamente fuori moda. Un giornale vende spazi
pubblicitari alle imprese che cercano di vendere la loro roba ai
lettori. Un sistema che è però molto meno
complesso di quello di Facebook. E questo per due ragioni. La prima
è che i giornali debbono sopportare fastidiose spese per
pagare i giornalisti che forniscono contenuti. Facebook, invece, i
contenuti li ha gratis. La secondo è che Facebook
può calibrare la pubblicità con una precisione
infinitamente superiore rispetto a un giornale. Se, per esempio, si
dice su Facebook di amare il film This Is Spinal Tap, quando
uscirà nei cinema un film simile, state pur sicuri che vi
terranno informati. Mandandovi la pubblicità.
È vero che Facebook ultimamente è stato
nell'occhio del ciclone per il suo programma di pubblicità
Beacon. Agli utenti veniva recapitato un messaggio che diceva che i
loro amici avevano fatto acquisti in un certo negozio online. Furono 46
mila gli utenti a reputare questo tipo di pubblicità troppo
invasiva, tanto che giunsero a firmare una petizione dal titolo
«Facebook, smettila di invadere la mia privacy!».
Zuckerberg si scusò nel blog aziendale, scrivendo che il
sistema era ora cambiato da "opt out" [1] a "opt in" [2]. Io ho il
sospetto però che questa piccola ribellione per essere stati
così spietatamente mercificati sarà presto
dimenticata: dopotutto, ci fu un'ondata di protesta nazionale da parte
del movimento delle libertà civili quando si
dibattè nel Regno Unito l'idea di una forza di polizia a
metà del XIX secolo.
E per di più, voi utenti di Facebook avete mai letto davvero
l'informativa sulla privacy? Ti dice che non è che di
privacy ne hai poi molta. Facebook fa finta di essere un luogo di
libertà, ma in realtà è più
simile a un regime totalitario virtuale mosso dall'ideologia, con una
popolazione che molto presto sarà superiore a quella del
Regno Unito. Thiel e gli altri hanno dato vita al loro paese, un paese
di consumatori.
Ora, voi, come Thiel e gli altri nuovi signori del ciberuniverso,
potreste reputare questo esperimento sociale tremendamente eccitante.
Ecco qui finalmente lo Stato illuminista desiderato ardentemente fin
dal tempo in cui i Puritani, nel XVII secolo salparono verso l'America
del Nord. Un mondo dove tutti sono liberi di esprimersi come vogliono,
a seconda di chi li sta guardando. I confini nazionali sono
un'anticaglia. Tutti ora fanno capriole insieme in uno spazio virtuale
dove ci si può esprimere a ruota libera. La natura
è stata conquistata attraverso l'illimitata
ingegnosità umana. E voi potreste decidere di inviare a quel
geniale investitore di Thiel tutti i vostri soldi, aspettando con
impazienza la quotazione ufficiale dell'inarrestabile Facebook.
O, in alternativa, potreste riflettere e rifiutare di essere parte di
questo ben foraggiato programma, volto a creare un'arida repubblica
virtuale, dove voi stessi e le vostre relazioni con gli amici siete
convertiti in merce da vendere ai colossi multinazionali. Potreste
decidere di non essere parte di questa Opa contro il mondo.
Per quanto mi riguarda, rifuggirò Facebook,
rimarrò scollegato il più possibile, e
trascorrerò il tempo che ho risparmiato non andando su
Facebook facendo qualcosa di utile, come leggere un libro.
Perché sprecare il mio tempo su Facebook quando non ho
ancora letto l'Endimione di Keats? Quando devo piantare semi nel mio
orto? Non voglio rifuggire la natura, anzi, mi ci voglio ricollegare.
Al diavolo l'aria condizionata! E se avessi voglia di mettermi in
contatto con la gente intorno a me, tornerei a usare un'antica
tecnologia. È gratis, è facile da usare e ti
permette un'esperienza di condivisione di informazioni senza pari:
è la parola.
L'informativa sulla privacy di Facebook
Per farvi quattro risate, provate a sostituire le parole "Grande
Fratello" dove compare la parola "Facebook"
1 Ti recapiteremo pubblicità
«L'uso di Facebook ti dà la possibilità
di stabilire un tuo profilo personale, instaurare relazioni, mandare
messaggi, fare ricerche e domande, formare gruppi, organizzare eventi,
aggiungere applicazioni e trasmettere informazioni attraverso vari
canali. Noi raccogliamo queste informazioni al fine di poterti fornire
servizi personalizzati»
2 Non puoi cancellare niente
«Quando aggiorni le informazioni, noi facciamo una copia di
backup della versione precedente dei tuoi dati, e la conserviamo per un
periodo di tempo ragionevole per permetterti di ritornare alla versione
precedente»
3 Tutti possono dare un'occhiata alle tue intime confessioni
« [...] e non possiamo garantire - e non lo garantiamo - che
i contenuti da te postati sul sito non siano visionati da persone non
autorizzate. Non siamo responsabili dell'elusione di preferenze sulla
privacy o di misure di sicurezza contenute nel sito. Sii al corrente
del fatto che, anche dopo la cancellazione, copie dei contenuti da te
forniti potrebbero rimanere visibili in pagine d'archivio e di memoria
cache e anche da altri utenti che li abbiano copiati e messi da parte
nel proprio pc».
4 Il tuo profilo di marketing fatto da noi sarà imbattibile
«Facebook potrebbe inoltre raccogliere informazioni su di te
da altre fonti, come giornali, blog, servizi di instant messaging, e
altri utenti di Facebook attraverso le operazioni del servizio che
forniamo (ad esempio, le photo tag) al fine di fornirti informazioni
più utili e un'esperienza più
personalizzata».
5 Scegliere di non ricevere più notifiche non significa non
ricevere più notifiche
«Facebook si riserva il diritto di mandarti notifiche circa
il tuo account anche se hai scelto di non ricevere più
notifiche via mail»
6 La Cia potrebbe dare un'occhiata alla tua roba quando ne ha voglia
«Scegliendo di usare Facebook, dai il consenso al
trasferimento e al trattamento dei tuoi dati personali negli Stati
Uniti [...] Ci potrebbe venir richiesto di rivelare i tuoi dati in
seguito a richieste legali, come citazioni in giudizio od ordini da
parte di un tribunale, o in ottemperanza di leggi in vigore. In ogni
caso non riveliamo queste informazioni finché non abbiamo
una buona fiducia e convinzione che la richiesta di informazioni da
parte delle forze dell'ordine o da parte dell'attore della lite
soddisfi le norme in vigore. Potremmo altresì condividere
account o altre informazioni quando lo riteniamo necessario per
osservare gli obblighi di legge, al fine di proteggere i nostri
interessi e le nostre proprietà, al fine di scongiurare
truffe o altre attività illegali perpetrate per mezzo di
Facebook o usando il nome di Facebook, o per scongiurare imminenti
lesioni personali. Ciò potrebbe implicare la condivisione di
informazioni con altre aziende, legali, agenti o agenzie
governative»
*Nota del Redattore: nella versione originale l'articolo è
preceduto dalla seguente rettifica:
"La rettifica che segue è stata stampata nella sezione
Rettifiche e chiarimenti del Guardian, mercoledì 16 gennaio
2008
L'entusiasmo della comunità dei servizi segreti statunitensi
per il rinnovamento hi-tech dopo l'Undici Settembre e la creazione
dell'In-Q-Tel, il suo fondo di venture capital, nel 1999, sono stati
anacronisticamente correlati nell'articolo qui sotto. Dal momento che
l'attentato alle Torri Gemelle avvenne nel 2001, non può
essere stato ciò che ha portato alla fondazione
dell'In-Q-Tel due anni prima."
NOTE DEL TRADUTTORE
[1] Con il termine inglese opt-out (in cui opt è
l'abbreviazione di option, opzione) ci si riferisce ad un concetto
della comunicazione commerciale diretta (direct marketing), secondo cui
il destinatario della comunicazione commerciale non desiderata ha la
possibilità di opporsi ad ulteriori invii per il futuro.
(fonte: Wikipedia)
[2] Si definisce opt-in il concetto inverso, ovvero la comunicazione
commerciale può essere indirizzata soltanto a chi abbia
preventivamente manifestato il consenso a riceverla. (fonte: Wikipedia)
Tom Hodgkinson è uno scrittore britannico. Ha collaborato
con testate quali 'The Sunday Telegraph', 'The Guardian' e 'The Sunday
Times' ed è direttore della rivista 'The Idler'. Hodgkinson
è autore di due libri: 'How To Be Idle' ('L'ozio come stile
di vita', Rizzoli, 2005) e 'How To Be Free' ('La libertà
come stile di vita', Rizzoli, 2007).
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