La mia espulsione da Israele - 26/12/08
(4056 _READS) 
di Richard
Falk - da comedonchisciotte.org
Quando sono arrivato in
Israele come rappresentante delle Nazioni Unite sapevo che vi potevano
essere dei problemi all’aeroporto. E c’erano.
Il 14 Dicembre sono arrivato all’aeroporto Ben Gurion di Tel
Aviv per svolgere il mio incarico di relatore speciale per le Nazioni
Unite sui territori palestinesi.
Stavo conducendo una missione che aveva lo scopo di visitare la
Cisgiordania e Gaza per preparare un rapporto sull’osservanza
da parte di Israele dei diritti umani e del diritto internazionale
umanitario. Erano stati fissati degli incontri al ritmo di uno
l’ora durante i sei giorni previsti, a cominciare da quello,
il giorno seguente, con Mahmoud Abbas, presidente
dell’Autorità Palestinese.
Sapevo che vi potevano essere dei problemi all’aeroporto.
Israele si era fortemente opposta al mio incarico alcuni mesi prima e
il suo ministro degli esteri aveva rilasciato una dichiarazione secondo
cui avrebbe proibito il mio ingresso se fossi venuto in Israele nel mio
ruolo di rappresentante dell’Onu.
Allo stesso tempo, non avrei fatto il lungo viaggio dalla California,
dove vivo, se non fossi stato ragionevolmente ottimista sulle mie
possibilità di riuscire a entrare. Israele era stata
informata che avrei guidato la missione e avrei fornito una copia del
mio itinerario, e aveva rilasciato i visti alle due persone che mi
assistevano: un addetto alla sicurezza e un assistente, che lavorano
entrambi nell’ufficio dell’alto commissario per i
diritti umani a Ginevra.
Per evitare un incidente all’aeroporto, Israele avrebbe
potuto o rifiutarsi di accettare i visti o comunicare alle Nazioni
Unite che non mi avrebbero permesso di entrare, ma non è
stata presa nessuna delle due misure. Sembra che Israele abbia voluto
impartire a me, e in modo assai più significativo alle
Nazioni Unite, una lezione: non vi sarà nessuna
collaborazione con coloro che esprimono forti critiche sulla politica
di occupazione israeliana.
Dopo che mi è stato negato l’ingresso, sono stato
tenuto in custodia cautelare insieme a circa altre 20 persone con
problemi d’ingresso. Da questo momento, sono stato trattato
non come un rappresentante delle Nazioni Unite, ma come una sorta di
minaccia per la sicurezza, sottoposto ad una
perquisizione corporale minuziosa e alla più puntigliosa
ispezione dei bagagli che abbia mai visto.
Sono stato separato dai miei due colleghi delle Nazioni Unite, a cui
è stato permesso di entrare in Israele, e condotto
nell’edificio di detenzione dell’aeroporto,
distante circa un miglio. Mi è stato chiesto di mettere
tutti i miei bagagli, insieme al cellulare, in una stanza e sono stato
portato in un piccolo locale chiuso a chiave che puzzava di urina e di
sudiciume. Conteneva altri cinque detenuti e costituiva uno sgradito
invito alla claustrofobia. Ho passato le successive 15 ore rinchiuso in
questo modo, il che è equivalso ad un corso intensivo sulle
miserie della vita carceraria, inclusi lenzuola sporche, cibo
immangiabile e luci che passavano dal bagliore
all’oscurità, controllate dall’ufficio
di guardia.
Naturalmente, la mia delusione e la mia dura reclusione sono cose
insignificanti, non meritevoli di notizia per sé stesse,
date le serie privazioni sopportate da milioni di persone in tutto il
mondo. La loro importanza è soprattutto simbolica. Sono una
persona che non ha fatto nulla di sbagliato, se non esprimere la
propria forte disapprovazione per la politica di uno stato sovrano.
Soprattutto, l’ovvia intenzione era di umiliare me come
rappresentante dell’Onu, e di mandare perciò un
messaggio di sfida alle Nazioni Unite.
Israele mi ha sempre accusato di essere prevenuto e di aver fatto
accuse incendiarie sull’occupazione dei territori
palestinesi. Nego di essere stato prevenuto ma insisto invece che ho
cercato di essere obbiettivo nel valutare i fatti e la legislazione di
pertinenza. Il carattere dell’occupazione è di
dare adito ad aspre critiche sull’atteggiamento israeliano,
specialmente sul rigido blocco imposto a Gaza, che ha come conseguenza
la punizione collettiva di un milione e mezzo di abitanti. Prendendo di
mira l’osservatore, invece di quello che viene osservato,
Israele gioca una partita scaltra. Distoglie l’attenzione
dalle realtà dell’occupazione, praticando in modo
efficace una politica di diversione. Il blocco di Gaza non assolve
nessuna funzione legittima da parte di Israele. Si dice che sia stato
imposto come rappresaglia per alcuni razzi di Hamas e della Jihad
islamica che sono stati lanciati oltreconfine sulla città
israeliana di Sderot. L’illegalità di lanciare
questi razzi è indiscutibile, ma non giustifica in alcun
modo l’indiscriminata rappresaglia israeliana contro
l’intera popolazione di Gaza.
Nella foto: Richard Falk
(Inviato Onu per i diritti umani)
- The Guardian
Lo scopo dei miei rapporti è di documentare a nome delle
Nazioni Unite l’urgenza della situazione a Gaza e altrove,
nella Palestina occupata. Questo lavoro è di particolare
importanza ora che vi sono segnali di una rinnovata escalation di
violenza e persino di una minacciata rioccupazione da parte di Israele.
Prima che una tale catastrofe accada, è importante rendere
la situazione il più trasparente possibile, e questo
è quello che avevo sperato di fare esercitando il mio
compito. Nonostante l’ingresso negato, il mio sforzo
sarà di continuare a utilizzare tutti i mezzi disponibili
per documentare la realtà dell’occupazione
israeliana nel modo più veritiero possibile.
Richard
Falk
è professore di diritto internazionale alla
Università di Princeton e relatore speciale delle Nazioni
Unite sui territori palestinesi.
Titolo
originale:
"My Expulsion from Israel "
Fonte: http://www.guardian.co.uk
Link
20.12.2008
Traduzione da andreacarancini.blogspot.com
|