Gaza. È terrorismo. È strage. Si può raccontare il crimine - 30/12/08
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di
Pino Cabras
- Megachip
Nei giorni dell’atroce strage di Gaza l’orrore si
condensa inevitabilmente sulle immagini e le voci delle vittime. Tanti
piccoli tasselli che non riescono a ricomporre ancora il quadro della
tragedia. Capire e riflettere in mezzo a tanta sciagura è
difficile. Ma dobbiamo farlo, per ricostruire i fatti e il contesto.
Dopo anni di occupazione, l’11 settembre 2005,
l’esercito israeliano ammainò la bandiera a Gaza,
non appena fu completato il rapido sgombero delle colonie ebraiche
sulla Striscia, troppo costose da tenere. Lunghe colonne di mezzi
militari si allontanavano. Era il disimpegno unilaterale di Ariel
Sharon: nessun riconoscimento politico che mettesse alla pari gli
interlocutori palestinesi. Gli israeliani salutavano, ma non se ne
andavano. Il mare e il cielo erano interamente sotto controllo
israeliano. E che controllo.
In mare, la misera marineria palestinese non aveva più
diritto a pescare nemmeno sulla battigia. Nessun molo funzionante,
nemmeno per commerciare un po’ di derrate alimentari fresche.
In cielo, nel corso degli ultimi tre anni non si contano le azioni di
bombardamento. In cielo, soprattutto, i jet con la stella di David
hanno volato di proposito e di continuo a velocità
supersonica, specie di notte, per creare insopportabili rumori. Un
trauma senza posa che non ha risparmiato i bambini.
In terra, tutto il confine con Israele era una barriera chiusa e
impenetrabile. Non bastava lo sfiato esiguo del confine con
l’Egitto a trasformare questo territorio in qualcosa di
diverso da una prigione. Serrato in via definitiva il passaggio di
Karni, da cui potevano entrare le importazioni palestinesi sbarcate nel
vicinissimo porto israeliano di Ashdod, pochi chilometri a nord, i
palestinesi dovevano affidarsi ai porti egiziani di Port Said o
Alessandria, a 200 chilometri l’uno, a 400 l’altro,
con costi insostenibili per una popolazione già stremata.
Questa era Gaza resa libera. La più grande prigione del
mondo, un popolo intero, un milione e mezzo di persone. E
più di ogni altra prigione, piena di innocenti.
Quando nel 2005 ci fu il “ritiro” unilaterale, uno
sguardo spassionato alle circostanze avrebbe permesso di capire al volo
che quello non era un refolo di speranza, ma la base per un aggravarsi
della situazione. Sarebbe bastato rileggersi l’intervista
concessa il 6 ottobre 2004 al quotidiano «Haaretz»
da Dov Weisglass, braccio destro di Sharon, quando dichiarò
che il cosiddetto piano di disimpegno da Gaza (che prevedeva anche la
costruzione del muro in Cisgiordania) era solo una manovra diversiva
intesa a fornire a Israele «una quantità di
formaldeide sufficiente affinché non ci sia un processo
politico con i palestinesi».
Un mese dopo, moriva Yasser Arafat, il padre della patria, presidente
dell’Anp, l’Autorità nazionale
palestinese. Gli esponenti della classe dirigente laica di al-Fatah,
fino ad allora tenuta insieme dal carisma di Arafat, apparivano ormai
nudi nei loro terribili difetti. Avevano rubato a man bassa e si
costruivano ville palladiane in mezzo alla miseria dei Territori
occupati, mentre non avevano risultati tangibili da offrire come frutto
della loro negoziazione continuamente soverchiata dal pugno di ferro
del governo israeliano e mestamente instradata verso un percepito
collaborazionismo. Per contro cresceva nella popolazione il prestigio
del "Movimento di Resistenza Islamico". Il suo acronimo arabo, Hamas,
significa “zelo, entusiasmo”. I dirigenti di Hamas
conducevano una vita frugale, intanto che in mezzo alle rovine
tessevano reti di solidarietà materiale, una sorta di
welfare residuale, ma infinitamente più credibile del
disastro in cui sprofondava l’Anp.
Fu così che nel gennaio 2006 Hamas vinse le elezioni
parlamentari palestinesi, con 76 seggi della camera su 132, mentre
al-Fatah ne prese 43. Una vittoria autentica ed elettoralmente pulita,
ma anche una variabile che nei calcoli delle potenze coinvolte non si
considerava accettabile. Quando la democrazia ha due pesi e due misure.
Ancora Dov Weisglass, stavolta in veste di coordinatore di una squadra
di governo che comprendeva anche i capoccioni delle forze armate e
incaricata delle azioni anti-Hamas, commentò così
subito dopo le elezioni l’intento di avviare una crudele
stretta economica all’Autorità
palestinese: «è come andare dal
dietista: i palestinesi dimagriranno un bel po’, ma non
moriranno mica». I presenti, tra cui Tzipi Livni, scoppiarono
a ridere (vedi Gideon Levy, “As the Hamas team
laughs”, «Haaretz», 19 febbraio 2006).
Weissglass in fondo è uno spiritoso. Nella famosa intervista
ad «Haaretz» del 2004 aveva ben rimarcato quanta
formaldeide servisse per imbalsamare le velleità di un
accordo di pace: «noi abbiamo istruito il mondo,
affinché capisca che non c’è nessuno
con cui trattare. E abbiamo ricevuto un attestato... [che non
c’è nessuno con cui trattare].
L’attestato sarà revocato solamente quando la
Palestina diventerà come la Finlandia». La
versione moderna delle calende greche, per chi osasse ancora
vagheggiare due popoli in due stati.
I palestinesi della grande prigione non sono diventati finlandesi.
Hanno subito fino in fondo la dieta, giorno dopo giorno. Nonostante la
difficile tregua, la vite si stringeva sempre di più,
venivano fatti passare sempre meno camion di aiuti, e nulla usciva dal
campo della disperazione concentrata.
Gaza è il caso più disgraziato. Ma anche in
Cisgiordania non si scherza. Il governo israeliano ha disposto la
chiusura di decine di organizzazioni caritatevoli. La scusa
è tagliare qualsiasi flusso che possa favorire Hamas. Quel
che accade in realtà è la desertificazione di
tutti i corpi intermedi, di tutte le
formazioni sociali in seno alla
popolazione palestinese, per lasciare spazio solo
all’emergenza umanitaria in mano altrui. Magari in mano
all’Onu, purché non rompa le scatole come faceva
con Richard Falk,
relatore speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi, un
ebreo cui è ormai vietato entrare in Terra Santa per aver
espresso forti critiche sulla politica di occupazione israeliana.
Al solito, di fronte a vicende di guerra, i media occidentali
più importanti manipolano pesantemente le notizie. Sono
complici di quelle classi dirigenti che – dopo l’11
settembre - hanno fatto di tutto per distruggere un
ordinamento giuridico internazionale che ammetteva norme non basate sul
solo diritto di potenza, inquinare i punti di riferimento concettuali
per la definizione di ciò che è aggressione o
tirannia o resistenza, mentre potenti interessi imperialistici
condizionano l’economia – vicina a un baratro
finanziario – entro la gabbia delle priorità
militari. Gli Stati Uniti non stanno sollevando alcuna obiezione,
rispetto all’ennesima azione scellerata del governo
israeliano. Ma anche le voci europee sono flebilissime.
Ernesto Balducci, quando nel 1991 scorreva il bollettino delle vittime
nella Guerra del Golfo notava che a fronte di qualche centinaio di
americani, c’erano centinaia di migliaia di morti iracheni:
non più una guerra codificata dalla ragione e dal diritto,
ma una strage. Credo che anche oggi la parola strage sia la
più adatta a descrivere la scena di Gaza.
Un’immane strage.
Fra i responsabili dell’eccidio c’è il
ministro della difesa israeliano, l’ex premier Ehud Barak.
Giustifica anche lui tutta questa ferocia pianificata in nome della
lotta al terrorismo.
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