Perché siamo così indifferenti alla morte e alla
distruzione a Gaza?
Le principali testate giornalistiche hanno docilmente accettato il
divieto d’ingresso a Gaza ai giornalisti imposto da Israele
dietro la scusa di contenere le vittime civili collaterali; il nostro
presidente eletto Barack Obama ha avuto poco da dire su
un’invasione che complicherà di molto i suoi
futuri sforzi di pace; la maggior parte dei commentatori giustificano
con disinvoltura le uccisioni “molti più occhi per
occhio” da parte di Israele.
Perché esiste una così diffusa accettazione, a
partire dalle argomentazioni apologetiche del presidente Bush, del
fatto che qualunque cosa faccia Israele questa sia sempre giustificata
come necessaria per la sopravvivenza dello stato ebraico?
In realtà non lo è.
Gli attacchi con razzi da parte di Hamas sono sì da
condannare, tuttavia costituiscono una sfida inefficace
all’enorme apparato di sicurezza di Israele, e la durezza
della risposta di Israele è controproducente. Chiaramente
l’esistenza stessa di Israele non è ora,
né mai lo è stata, seriamente minacciata da
niente di ciò che i palestinesi hanno fatto. Neppure nel
1948, quando Israele fu fondato come Stato con
un’insignificante resistenza militare palestinese,
né al tempo della Guerra dei Sei Giorni del 1967, quando
Egitto, Siria e Giordania combatterono Israele.
I palestinesi non furono nella posizione di potersi confrontare con
l’esercito israeliano, poiché coloro le cui terre
non erano state ancora occupate da Israele vivevano sotto
l’oppressivo controllo egiziano su Gaza e sotto il duro
governo giordano nella Cisgiordania. Dopo la rapida vittoria
israeliana, che demolì il mito della
vulnerabilità del nuovo stato, i palestinesi divennero una
popolazione imprigionata da Israele per crimini che non ebbero commesso.
Anche se accettiamo il più duro ritratto delle tattiche e
delle motivazioni usate dai movimenti palestinesi contro Israele dopo
la Guerra dei Sei Giorni, a che punto il terrorismo ha rappresentato
una seria minaccia alla sopravvivenza del popolo ebraico o dello Stato
che reclama di parlare in suo nome? Tuttavia quella sopravvivenza
è invocata per giustificare l’uso largamente
eccessivo della forza da parte della macchina da guerra israeliana con
frequenti allusioni all’Olocausto che afflisse il popolo
ebraico, un olocausto che non ha niente a che vedere con i palestinesi
o coi musulmani, ma ha tutto a che vedere con i centro-europei che si
definiscono cristiani. L’alta rivendicazione morale
dell’occupazione israeliana non si poggia sulla
realtà oggettiva di una minaccia palestinese alla
sopravvivenza di Israele, ma piuttosto sul non sequitur
che “mai più” debba un pericolo
incombere sugli ebrei come accadde nell’Europa Centrale sette
decenni fa.
L’argomento di fondo è che ai terroristi
palestinesi rappresentati da Hamas si attribuisce un irrazionale odio
verso gli ebrei così profondo da invalidare il loro
movimento, perfino quando vincono le elezioni. Ma non era questa la
visione dei servizi di sicurezza di Israele ai tempi in cui sostenevano
Hamas come alternativa alla allora temuta OLP.
Fra l’altro la storia abbonda di esempi di terroristi che
diventano statisti, perfino fra le prime linee di ebrei che
combatterono per fondare lo stato di Israele. Uno di questi fu Menachem Begin,
che arrivò a diventare un leader eletto del nuovo Stato.
Ma prima che Begin raggiungesse questa rispettabilità, nel
1948 quando fu in visita negli Stati Uniti, un gruppo di intellettuali
ebrei di spicco fra i quali Albert Einstein, Sidney Hook e Hannah
Arendt, scrisse una lettera al «New York Times»
mettendo in guardia da Begin in quanto ex leader di «Irgun
Zvai Leumi, organizzazione terroristica, di destra, e chauvinista nella
Palestina.» La lettera esortava gli ebrei a isolare Begin,
affermando: «è inconcepibile che coloro che si
sono opposti al fascismo ovunque nel mondo, se correttamente informati
sui trascorsi politici e le prospettive del Sig. Begin, possano
sottoscrivere coi loro nomi e sostenere il movimento da lui
rappresentato.»
Il nuovo partito di Begin stava partecipando allora alle elezioni
israeliane, ed Einstein ed i suoi colleghi, molti dei quali erano stati
- come il fisico - vittime del fascismo in Germania, affermarono:
«Oggi costoro parlano di libertà, democrazia ed
anti-imperialismo, ma fino a poco tempo fa hanno predicato apertamente
la dottrina dello Stato Fascista. È nelle azioni compiute
che il partito terrorista tradisce la sua reale natura.»
Tali azioni erano elencate nel dettaglio in quella lettera. Includevano
il terrore sistematico inflitto ad uomini, donne e bambini palestinesi
innocenti allo scopo di forzarli ad abbandonare il territorio che il
partito di Begin rivendicava per il nuovo stato di Israele.
Ovviamente Begin ed i suoi eredi politici, fra cui Benjamin Netanyahu,
il più probabile vincitore delle prossime elezioni in
Israele, hanno fatto evolvere il loro comportamento.
Ma io lo rievoco per sottolineare il modo di raccontare a senso unico
dell’attuale fase di questo interminabile conflitto e chiedo:
dove sono le voci che riflettono la moralità senza
compromessi della generazione di Einstein e degli intellettuali ebrei
disposti a riconoscere errori ed aspetti umani ad entrambi i termini
dell’equazione politica?
Robert
Scheer, editorialista e saggista di lungo corso,
è il curatore del portale Truthdig.
Già corrispondente dal Vietnam ed editorialista del
«Los Angeles Times», ora è fra i
corsivisti di maggior prestigio del settimanale «The Nation».
Il suo ultimo libro è “The Pornography of Power:
How Defense Hawks Hijacked 9/11 and Weakened
America”, Twelve.(La pornografia del potere: come i
falchi della Difesa hanno dirottato l’11 settembre e
indebolito l’America).
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