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Cecità morale a Gaza - 9/01/09

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Robert Scheerdi Robert Scheer - TruthDig

Perché siamo così indifferenti alla morte e alla distruzione a Gaza?
Le principali testate giornalistiche hanno docilmente accettato il divieto d’ingresso a Gaza ai giornalisti imposto da Israele dietro la scusa di contenere le vittime civili collaterali; il nostro presidente eletto Barack Obama ha avuto poco da dire su un’invasione che complicherà di molto i suoi futuri sforzi di pace; la maggior parte dei commentatori giustificano con disinvoltura le uccisioni “molti più occhi per occhio” da parte di Israele.


Perché esiste una così diffusa accettazione, a partire dalle argomentazioni apologetiche del presidente Bush, del fatto che qualunque cosa faccia Israele questa sia sempre giustificata come necessaria per la sopravvivenza dello stato ebraico?
In realtà non lo è.
Gli attacchi con razzi da parte di Hamas sono sì da condannare, tuttavia costituiscono una sfida inefficace all’enorme apparato di sicurezza di Israele, e la durezza della risposta di Israele è controproducente. Chiaramente l’esistenza stessa di Israele non è ora, né mai lo è stata, seriamente minacciata da niente di ciò che i palestinesi hanno fatto. Neppure nel 1948, quando Israele fu fondato come Stato con un’insignificante resistenza militare palestinese, né al tempo della Guerra dei Sei Giorni del 1967, quando Egitto, Siria e Giordania combatterono Israele.
I palestinesi non furono nella posizione di potersi confrontare con l’esercito israeliano, poiché coloro le cui terre non erano state ancora occupate da Israele vivevano sotto l’oppressivo controllo egiziano su Gaza e sotto il duro governo giordano nella Cisgiordania. Dopo la rapida vittoria israeliana, che demolì il mito della vulnerabilità del nuovo stato, i palestinesi divennero una popolazione imprigionata da Israele per crimini che non ebbero commesso.
Anche se accettiamo il più duro ritratto delle tattiche e delle motivazioni usate dai movimenti palestinesi contro Israele dopo la Guerra dei Sei Giorni, a che punto il terrorismo ha rappresentato una seria minaccia alla sopravvivenza del popolo ebraico o dello Stato che reclama di parlare in suo nome? Tuttavia quella sopravvivenza è invocata per giustificare l’uso largamente eccessivo della forza da parte della macchina da guerra israeliana con frequenti allusioni all’Olocausto che afflisse il popolo ebraico, un olocausto che non ha niente a che vedere con i palestinesi o coi musulmani, ma ha tutto a che vedere con i centro-europei che si definiscono cristiani. L’alta rivendicazione morale dell’occupazione israeliana non si poggia sulla realtà oggettiva di una minaccia palestinese alla sopravvivenza di Israele, ma piuttosto sul non sequitur che “mai più” debba un pericolo incombere sugli ebrei come accadde nell’Europa Centrale sette decenni fa.
L’argomento di fondo è che ai terroristi palestinesi rappresentati da Hamas si attribuisce un irrazionale odio verso gli ebrei così profondo da invalidare il loro movimento, perfino quando vincono le elezioni. Ma non era questa la visione dei servizi di sicurezza di Israele ai tempi in cui sostenevano Hamas come alternativa alla allora temuta OLP.
Fra l’altro la storia abbonda di esempi di terroristi che diventano statisti, perfino fra le prime linee di ebrei che combatterono per fondare lo stato di Israele. Uno di questi fu Menachem Begin, che arrivò a diventare un leader eletto del nuovo Stato.
Ma prima che Begin raggiungesse questa rispettabilità, nel 1948 quando fu in visita negli Stati Uniti, un gruppo di intellettuali ebrei di spicco fra i quali Albert Einstein, Sidney Hook e Hannah Arendt, scrisse una lettera al «New York Times» mettendo in guardia da Begin in quanto ex leader di «Irgun Zvai Leumi, organizzazione terroristica, di destra, e chauvinista nella Palestina.» La lettera esortava gli ebrei a isolare Begin, affermando: «è inconcepibile che coloro che si sono opposti al fascismo ovunque nel mondo, se correttamente informati sui trascorsi politici e le prospettive del Sig. Begin, possano sottoscrivere coi loro nomi e sostenere il movimento da lui rappresentato.»  
Il nuovo partito di Begin stava partecipando allora alle elezioni israeliane, ed Einstein ed i suoi colleghi, molti dei quali erano stati - come il fisico - vittime del fascismo in Germania, affermarono: «Oggi costoro parlano di libertà, democrazia ed anti-imperialismo, ma fino a poco tempo fa hanno predicato apertamente la dottrina dello Stato Fascista. È nelle azioni compiute che il partito terrorista tradisce la sua reale natura.»
Tali azioni erano elencate nel dettaglio in quella lettera. Includevano il terrore sistematico inflitto ad uomini, donne e bambini palestinesi innocenti allo scopo di forzarli ad abbandonare il territorio che il partito di Begin rivendicava per il nuovo stato di Israele.
Ovviamente Begin ed i suoi eredi politici, fra cui Benjamin Netanyahu, il più probabile vincitore delle prossime elezioni in Israele, hanno fatto evolvere il loro comportamento.
Ma io lo rievoco per sottolineare il modo di raccontare a senso unico dell’attuale fase di questo interminabile conflitto e chiedo: dove sono le voci che riflettono la moralità senza compromessi della generazione di Einstein e degli intellettuali ebrei disposti a riconoscere errori ed aspetti umani ad entrambi i termini dell’equazione politica?

Traduzione di Paolo Maccioni - Megachip
Vedi: Articolo originale

Robert Scheer, editorialista e saggista di lungo corso, è il curatore del portale Truthdig. Già corrispondente dal Vietnam ed editorialista del «Los Angeles Times», ora è fra i corsivisti di maggior prestigio del settimanale «The Nation». Il suo ultimo libro è “The Pornography of Power: How Defense Hawks Hijacked 9/11 and Weakened America”,  Twelve.(La pornografia del potere: come i falchi della Difesa hanno dirottato l’11 settembre e indebolito l’America).


  

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