La giusta furia di Israele e le sue vittime a Gaza - 10/01/09
(3948 letture)
di
Ilan Pappe -
The
Electronic Intifada
La mia visita a casa in Galilea è coincisa con l'attacco
genocida israeliano su Gaza. Lo Stato, attraverso i suoi mezzi di
informazione e con l'aiuto del mondo accademico, ha diffuso un coro
unanime – persino più forte di quello ascoltato
durante il criminale attacco in Libano nell'estate del 2006.
Israele è sommerso ancora una volta da una giusta furia che
si traduce in delle operazioni di distruzione nella striscia di Gaza.
Questa sconvolgente autogiustificazione dell'inumanità e
impunità non è solo fastidiosa, ma è
materia su cui vale la pena soffermarsi, se si vuol capire
l'immunità internazionale per il massacro che imperversa su
Gaza.
È basata in primo luogo su semplici bugie trasmesse in un
linguaggio giornalistico che ricorda i momenti più bui degli
anni Trenta in Europa. Ogni mezz'ora un notiziario alla radio e alla
televisione descrive le vittime di Gaza come terroristi e il
loro omicidio di massa ad opera di Israele come un atto di autodifesa.
Israele presenta se stesso alla propria gente come la giusta vittima
che si difende da un grande male. Il mondo accademico è
arruolato per spiegare quanto demoniaca e mostruosa sia la
lotta palestinese, se guidata da Hamas. Questi sono gli stessi studiosi
che in passato demonizzarono l'ultimo leader palestinese Yasser Arafat
e delegittimarono il suo movimento, Fatah, durante la Seconda Intifada
palestinese.
Ma le bugie e le rappresentazioni distorte non sono la parte peggiore
di tutto questo. È l'attacco diretto alle ultime vestigia di
umanità e dignità del popolo palestinese
ciò che fa più rabbia. I palestinesi in Israele
hanno mostrato la loro solidarietà agli abitanti di Gaza e
vengono ora bollati come quinta colonna all'interno dello Stato
ebraico; il loro diritto a rimanere nella loro patria è
messo in dubbio data la mancanza di supporto all'aggressione
israeliana. Tra coloro i quali acconsentono – a torto, a mio
parere – ad apparire nei media locali vengono interrogati, e
non intervistati, come se si trovassero nella prigione dello Shin Bet.
La loro entrata in scena è preceduta e seguita da umilianti
sottolineature razziste e sono accusati di essere una quinta colonna,
gente irrazionale e fanatica. Ma questa non è nemmeno
l'abitudine più indecente. Ci sono alcuni bambini
palestinesi dei Territori Occupati curati dal cancro in ospedali
israeliani. Dio sa quale prezzo abbiano pagato le loro famiglie
perchè venissero
ricoverati là. Israel Radio si reca ogni giorno all'ospedale
per domandare ai poveri genitori di dire agli ascoltatori israeliani
quanto giusto sia Israele nei suoi attacchi e quanto malvagio sia Hamas
nella sua difesa. Non c'è limite all'ipocrisia che una
giusta furia produce. Il discorso di politici e generali oscilla senza
posa tra l'autocompiacimento per l'umanità che l'esercito
dimostra nelle sue operazioni "chirurgiche" da un lato, e il bisogno di
distruggere Gaza una volta per tutte, in modo umano ovviamente,
dall'altro.
La giusta furia è un fenomeno costante nell'espropriazione,
oggi israeliana e a suo tempo sionista, della Palestina. Ogni atto, che
si trattasse di pulizia etnica, occupazione, massacro o
distruzione è sempre stato ritratto come moralmente fondato
e come un puro atto di autodifesa perpetrato in modo riluttante da
Israele nella sua guerra contro la peggiore specie di esseri umani. Nel
suo eccellente volume The Return of Zionism: Myths, Politics and
Scholarship in Israel, Gabi Piterberg esplora le origini ideologiche e
il progredire storico di questa giusta furia. Oggi in Israele, da
sinistra a destra, dal Likud alla Kadima, dal mondo accademico ai mezzi
di informazione, si può ascoltare questa giusta furia di uno
Stato che è più occupato di qualsiasi altro nel
mondo a distruggere ed espropriare una popolazione autoctona.
È cruciale analizzare le origini ideologiche di questa
attitudine e trarne le necessarie conclusioni politiche a partire dalla
sua diffusione. Questa giusta furia ripara la società e i
politici in Israele da ogni rimprovero o critica all'estero. Ma ancor
peggio, si traduce sempre in politiche di distruzione nei riguardi dei
palestinesi. Senza alcun meccanismo di critica interna e pressioni
dall'esterno, ogni palestinese diventa un potenziale bersaglio di
questa furia. Data la potenza di fuoco dello Stato ebraico
può
solo finire inevitabilmente in più omicidi di massa, stragi
e pulizia etnica.
La convinzione a priori di
essere nel giusto è un potente
atto di abnegazione e giustificazione. Essa spiega perchè la
società ebraica israeliana non si lascerebbe influenzare da
discorsi sensati, punti di vista logici o dal dialogo diplomatico. E se
non si vuole appoggiare la violenza come strumento per contrastarla,
c'è solamente un'altra via davanti a noi: sfidare
frontalmente questa cieca convinzione morale come una cattiva ideologia
che si propone di occultare delle atrocità. Un altro nome di
quest'ideologia è quello di Sionismo, e una condanna
internazionale nei confronti del Sionismo, non solo nei casi di
specifiche politiche di Israele, è il solo modo per
respingerla. Dobbiamo provare a spiegare non solo al mondo, ma anche
agli israeliani stessi, che il Sionismo è un'ideologia che
appoggia la pulizia etnica, l'occupazione, e ora l'omicidio
di massa. Ciò di cui ora si sente il bisogno non
è solo di una condanna della strage in corso, ma anche della
delegittimazione di un'ideologia che produce quella politica e la
giustifica moralmente e politicamente. Lasciateci sperare che voci
significative nel mondo dicano allo Stato ebraico che questa ideologia
e l'intera condotta dello Stato sono intollerabili e inaccettabili e
fintanto che persistano, Israele verrà boicottata
e sarà soggetta a sanzioni.
Ma non sono un ingenuo. So che persino l'uccisione di centinaia di
palestinesi innocenti non sarebbe sufficiente a produrre un tale
cambiamento nell'opinione pubblica occidentale; ed è persino
più improbabile che i crimini commessi a Gaza spingano i
governi europei a cambiare la loro linea politica nei riguardi della
Palestina.
Eppure, non possiamo permettere che il 2009 sia solo un altro anno,
meno carico di significato del 2008, l'anno commemorativo della Naqba,
e che non ha mantenuto le grandi speranze che noi tutti nutrivamo per
il suo potenziale di trasformare radicalmente l'attitudine del mondo
occidentale verso la Palestina e i palestinesi.
Sembra che persino i più orrendi crimini, come il genocidio
di Gaza, siano trattati come eventi avulsi dal contesto, svincolati da
ogni evento del passato e da ogni ideologia o sistema. In questo nuovo
anno, dobbiamo provare a fare in modo che l'opinione pubblica
riconsideri la storia della Palestina e le malefatte dell'ideologia
Sionista come i migliori mezzi sia per spiegare le operazioni di
genocidio come quello in corso a Gaza che come un modo per prevenire
eventi peggiori a venire.
Nelle realtà accademiche, questo è già
stato fatto. La nostra principale sfida è quella di trovare
una modalità efficace per spiegare il collegamento tra
l'ideologia Sionista e le passate politiche di distruzione, fino alla
crisi attuale. Potrebbe essere più agevole farlo mentre,
sotto le circostanze più terribili, l'attenzione mondiale
è rivolta ancora una volta alla Palestina. Sarebbe
persino più difficile in tempi in cui la situazione possa
sembrare "più tranquilla" e meno drammatica. In tali momenti
di "rilassamento", la soglia d'attenzione limitata dei mezzi di
informazione occidentali marginalizzerebbe ancora una volta la tragedia
palestinese, trascurandola per via degli orribili genocidi in Africa o
per via della crisi economica e degli scenari ecologici da giudizio
universale nel resto del mondo. Sebbene sia improbabile che
l'informazione occidentale sia interessata a fare scorte di storia,
è solo attraverso una valutazione storica che la mole dei
crimini commessi contro il popolo palestinese nel corso degli ultimi
sessanta anni può essere esposta. Quindi, è
compito di un mondo accademico militante e dei media alternativi quello
di insistere su tale contesto storico. Queste figure non dovrebbero
sottrarsi, storcendo il naso, dall'informare l'opinione pubblica, e se
tutto va bene persino dallo spingere i politici più attenti
a guardare agli eventi con una prospettiva storica più ampia.
In modo analogo, potremmo essere in grado di trovare un modo
più comprensibile, paragonato a quello accademico e
intellettuale, di spiegare chiaramente che la politica di Israele degli
ultimi sessanta anni deriva da una ideologia razzista egemonica
chiamata Sionismo, protetta da infiniti strati di giusta furia. A
dispetto della prevedibile accusa di antisemitismo e quant'altro,
è il momento di associare nella mente pubblica l'ideologia
sionista con gli oramai noti capisaldi storici del Paese: la pulizia
etnica
del 1948, l'oppressione dei palestinesi in Israele durante i giorni del
governo militare, la brutale occupazione della Cisgiordania e ora la
strage di Gaza. Tanto quanto l'ideologia dell'Apartheid ha spiegato le
politiche oppressive del governo sudafricano, questa
ideologia -nella sua versione più condivisa e semplicistica-
ha permesso a tutti i governi israeliani del passato e del presente di
de-umanizzare i palestinesi ovunque essi si trovino e di aspirare a
distruggerli. I mezzi sono cambiati da un periodo
all'altro e da un posto all'altro, così come i racconti che
nascondevano queste atrocità. Però c'è
un modello chiaro che non può essere discusso esclusivamente
nelle torri d'avorio accademiche, ma che deve fare parte del discorso
politico sulla realtà contemporanea della Palestina oggi.
Alcuni di noi, vale a dire coloro i quali sono impegnati per la pace e
la giustizia in Palestina, eludono inconsapevolmente questo dibattito
concentrandosi, e questo è comprensibile, sui Territori
Occupati Palestinesi (OPT) -la Cisgiordania e la Striscia di Gaza.
Combattere là contro le politiche criminali è una
missione urgente. Ma questo non dovrebbe far passare il messaggio che i
poteri presenti in Occidente hanno adottato con gioia su suggerimento
d'Israele: che la Palestina è solo la Cisgiordania e
la Striscia di Gaza, e che i palestinesi sono unicamente le persone
chevivono in quei territori. Noi dovremmo ampliare la rappresentazione
della Palestina in senso geografico e demografico compiendo una
narrazione storica degli avvenimenti del 1948, e richiedere pari
diritti umani e civili per tutte le persone che vivono, o un tempo
vivevano, in quelli che oggi sono Israele e gli OPT.
Collegando l'ideologia Sionista e le politiche del passato alle
presenti atrocità, saremo in grado di fornire una
spiegazione logica e trasparente alla campagna di boicottaggio,
disinvestimento e sanzioni. Sfidare con mezzi nonviolenti uno Stato
ideologico che non ammette dubbi circa la propria rettitudine e che si
permette, aiutato da un mondo taciturno, di espropriare e distruggere
la popolazione autoctona della Palestina, è una causa giusta
e morale. Sarebbe inoltre un modo efficace per stimolare l'opinione
pubblica, non solo contro l'attuale politica di genocidio a Gaza, ma se
tutto va bene anche per prevenire future atrocità. Ma in
misura più importante di ogni altra cosa, sgonfierebbe la
bolla della giusta furia che soffoca i palestinesi ogni volta che fa la
sua comparsa. Aiuterebbe a far cessare l'immunità
occidentale all'impunità d'Israele. Senza
quell'immunità, si spera che sempre più persone
in Israele comincino a vedere la reale natura dei crimini commessi in
loro nome e che la loro furia si rivolga contro chi
ha intrappolato loro e i palestinesi in questo inutile ciclo di
spargimento di sangue e violenza.
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