Capire la catastrofe di Gaza - 14/01/09
(2769 _READS) 
di Richard
Falk - da huffingtonpost.com
Per 18 mesi l’intera popolazione di un milione e mezzo di
persone di Gaza aveva sperimentato un blocco punitivo imposto da
Israele, e una serie di sfide che erano state traumatizzanti per la
normalità della vita quotidiana. Un barlume di speranza era
emerso circa sei mesi fa, quando una tregua concordata con
l’Egitto aveva prodotto un effettivo cessate-il-fuoco che
aveva ridotto a zero le vittime israeliane, nonostante i periodici
lanci alla frontiera di razzi fatti in casa che cadevano senza danni
sul territorio israeliano circostante, e che provocavano indubbiamente
insicurezza nella città di confine di Sderot.
Durante il cessate-il-fuoco, la leadership di Hamas a Gaza aveva
ripetutamente offerto di prolungare la tregua, proponendo anche un
periodo di dieci anni, e dichiarando la propria
disponibilità a una soluzione politica basata
sull’accettazione dei confini israeliani del 1967. Israele ha
ignorato queste iniziative diplomatiche e non ha tenuto fede alla
propria parte di impegni previsti dal cessate-il-fuoco, che prevedevano
alcuni allentamenti del blocco, che aveva imposto a Gaza
l’ingresso con il contagocce del cibo, delle medicine, e del
carburante.
Israele aveva anche impedito i permessi di uscita agli studenti con
borse di studio all’estero, nonché ai giornalisti
di Gaza e ad autorevoli rappresentanti di organizzazioni non
governative. Nello stesso tempo aveva reso l’ingresso ai
giornalisti sempre più difficile, e io stesso sono stato
espulso da Israele un paio di settimane fa, quando ho cercato di
entrare per eseguire, per conto delle Nazioni Unite, il mio lavoro di
monitoraggio del rispetto dei diritti umani nella Palestina occupata, e
cioè in Cisgiordania, nella zona est di Gerusalemme, e a
Gaza. Chiaramente, prima della crisi attuale, Israele aveva impiegato
la propria autorità per impedire agli osservatori di fornire
resoconti esatti e veritieri della spaventosa situazione umanitaria, di
cui erano già stati documentati gli effetti nefasti sulla
salute fisica e mentale della popolazione di Gaza: in particolare la
denutrizione tra i bambini e l’assenza di strutture di
trattamento per coloro che soffrono di una serie di malattie. Gli
attacchi israeliani sono diretti contro una società
già in gravi condizioni dopo un blocco mantenuto nei 18 mesi
precedenti.
E sempre in relazione al conflitto di fondo, alcuni fatti in relazione
con quest’ultima crisi sono oscuri e controversi, sebbene
l’opinione pubblica, in particolare quella americana, riceva
il 99% delle proprie informazioni filtrato da lenti mediatiche
pesantemente filo-israeliane. Ad Hamas viene imputata la rottura della
tregua, per la sua presunta indisponibilità a rinnovarla, e
per il presunto aumento degli attacchi con i razzi. Ma la
realtà è più sfumata. Non
c’è stato nessun vero lancio di razzi da Gaza
durante il cessate-il-fuoco fino a quando, lo scorso 4 Novembre,
Israele non ha lanciato un attacco diretto contro presunti militanti
palestinesi, attacco che ha ucciso numerose persone. E’ stato
a questo punto che il lancio di razzi da Gaza è stato
intensificato. Inoltre è stata Hamas che aveva chiesto in
numerosi incontri pubblici di prolungare la tregua, e le sue richieste
non sono mai state prese in considerazione – né da
un punto di vista formale né, tanto meno, sostanziale
– dalla burocrazia israeliana. Oltre a ciò, non è credibile
neppure attribuire tutti i razzi a Hamas. A Gaza operano una
varietà di gruppi militari indipendenti e alcuni, come la
Brigata dei Martiri di al-Aqsa sostenuta da Fatah, sono anti-Hamas, e
possono aver lanciato missili per provocare o per giustificare una
rappresaglia israeliana. E’ risaputo che quando Fatah,
sostenuta dagli Stati Uniti, controllava la struttura di governo di
Gaza, non è riuscita a fermare gli attacchi con i razzi,
nonostante gli sforzi al riguardo.
Ciò che questo retroterra suggerisce decisamente
è che Israele ha intrapreso i propri attacchi devastanti,
iniziati il 27 Dicembre scorso, non semplicemente per fermare i razzi,
o per rappresaglia, ma anche per una serie di ragioni sottaciute. Era
evidente da diverse settimane, prima degli attacchi israeliani, che i
leader politici e militari israeliani stavano preparando
l’opinione pubblica a operazioni militari su vasta scala
contro Hamas. La tempistica degli attacchi sembrava suggerita da una
serie di considerazioni: soprattutto dall'interesse dei contendenti
politici - il Ministro della Difesa Ehud Barak e il Ministro degli
Esteri Tzipi Livni - a dimostrare la propria durezza prima delle
elezioni nazionali fissate per Febbraio, ma ora probabilmente rinviate
fino alla fine delle operazioni militari. Queste dimostrazioni di forza
sono state una caratteristica delle passate campagne elettorali
israeliane e, soprattutto in questa occasione, il governo in carica
è stato efficacemente sfidato, per i propri presunti
fallimenti nel difendere la sicurezza, da un politico notoriamente
militarista come Benjamin Netanyahu. A rafforzare queste motivazioni
elettorali c’è stata la malcelata pressione da
parte dei capi militari israeliani per cogliere
l’opportunità, con Gaza, di cancellare i ricordi
del proprio fallimento contro Hezbollah nella devastante guerra del
Libano del 2006, che aveva macchiato la reputazione di Israele quale
potenza militare, e che aveva portato ad una vasta condanna
internazionale di Israele per i pesanti bombardamenti degli indifesi
villaggi del Libano, per l’uso sproporzionato della forza, e
per l’utilizzo estensivo di bombe a grappolo contro zone
densamente popolate.
Alcuni rispettati commentatori israeliani di orientamento conservatore
vanno oltre. Ad esempio, l’eminente storico Benny Morris,
scrivendo sul New York Times pochi giorni fa, ha messo in relazione la
campagna di Gaza con una più profonda serie di premonizioni
all’interno di Israele, che egli paragona al fosco stato
d’animo dell’opinione pubblica che precedette la
guerra del 1967, quando Israele si sentiva profondamente minacciata
dalle manovre degli arabi presso i propri confini. Morris rimarca che
nonostante la recente prosperità israeliana degli ultimi
anni, e la relativa sicurezza, diversi fattori hanno spinto Israele ad
agire sfacciatamente a Gaza: la percezione del continuo rifiuto del
mondo arabo ad accettare l’esistenza di Israele come una
realtà irrevocabile, le minacce incendiarie espresse da
Mahmoud Ahmadinejad, insieme alla presunta iniziativa
dell’Iran di acquistare armi nucleari, la memoria declinante
dell’Olocausto unita alla crescente simpatia in Occidente per
i guai dei palestinesi, e la radicalizzazione dei movimenti politici ai
confini di Israele sotto forma di Hezbollah e di Hamas. In effetti,
Morris sostiene che Israele sta cercando, con l’annientamento
di Hamas a Gaza, di mandare a tutta la regione il più vasto
messaggio che essa non si fermerà davanti a niente pur di
difendere le proprie rivendicazioni di sovranità e di
sicurezza.
Sono due le conclusioni che emergono: la popolazione di Gaza viene
punita duramente per ragioni molto diverse dai razzi e dalle
preoccupazioni riguardanti la sicurezza dei confini, ma a quanto pare
per migliorare le prospettive elettorali dei leader in carica, che
stanno rischiando la sconfitta, e per avvertire gli altri attori della
regione che Israele userà una forza devastante ogni volta
che saranno in gioco i propri interessi.
Che una tale catastrofe umanitaria possa accadere con interferenze
esterne ai minimi termini mostra anche la debolezza del diritto
internazionale e delle Nazioni Unite, come pure le priorità
geopolitiche degli attori che contano. Il sostegno passivo del governo
degli Stati Uniti verso tutto quello che Israele fa è ancora
una volta il fattore cruciale, come fu nel 2006 quando
lanciò la propria guerra di aggressione contro il Libano.
Quello che è meno evidente è che i principali
vicini arabi, l’Egitto, la Giordania, e l’Arabia
Saudita, con la loro ostilità estrema verso Hamas, che viene
vista come se fosse sostenuta dall’Iran, il loro principale
rivale della regione, erano anch’essi desiderosi di farsi da
parte mentre Gaza veniva attaccata così brutalmente,
addirittura con qualche diplomatico arabo che ha dato la colpa degli
attacchi alla mancanza di unità dei palestinesi e al rifiuto
di Hamas di accettare la leadership di Mahmoud Abbas, il Presidente
dell’Autorità Palestinese.
La popolazione di Gaza è vittima della geopolitica
più disumana, che ha prodotto quella che lo stesso Israele
chiama una “guerra totale” contro una
società essenzialmente indifesa, che manca di qualsiasi
risorsa militare ed è completamente vulnerabile agli
attacchi israeliani lanciati dai bombardieri F-16 e dagli elicotteri
Apache. Questo significa anche che la violazione flagrante del diritto
internazionale umanitario, per come è stato fissato dalla
Convenzione di Ginevra, viene tranquillamente ignorata, mentre il
massacro continua e i corpi si accumulano. Questo significa anche che
le Nazioni Unite si sono rivelate ancora una volta impotenti quando i
suoi membri principali la privano della volontà politica di
proteggere un popolo sottoposto all’uso illegale della forza
su vasta scala. Infine, questo significa che la gente può
urlare e marciare in tutto il mondo, ma le uccisioni proseguiranno come
se niente fosse. Il quadro che emerge da Gaza giorno dopo giorno
supplica per un rinnovato impegno in favore del diritto internazionale
e dell’autorità della Carta delle Nazioni Unite, a
cominciare da qui, negli Stati Uniti, con una nuova leadership che ha
promesso un cambiamento ai propri cittadini, incluso un approccio meno
militaristico alla leadership diplomatica.
Richard
Falk. Relatore Speciale delle Nazioni Unite per i Diritti
Umani nei Territori Palestinesi
Traduzione di Andrea Carancini [QUI]
Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://www.huffingtonpost.com/richard-falk/understanding-the-gaza-ca_b_154777.html.
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