Nella Grande Crisi la “sovranità del Consumatore” non basta più - 08/03/09
(2132 _READS) 
di Marcello
Villari -
Megachip
Dice il proverbio: “mal comune mezzo gaudio”. Dal
momento che, date le circostanze, di gaudio non ce
n’è per niente, resta solo il mal comune e
cioè il fatto che i governi di tutto il mondo appaiono in
difficoltà nel gestire una crisi di queste dimensioni, che
non si aspettavano e che si presenta più dura e di
più lunga durata rispetto alle previsioni degli ottimisti.
Da Barack Obama a Gordon Brown, da Angela Merkel al nostro presidente
del consiglio, passando per Nicolas Sarkozy il panorama non cambia
molto nella sostanza: si procede per tentativi, cercando di tamponare
qua e là le falle più grandi e pericolose
rovesciando sul mercato quantità mai viste in passato di
denaro pubblico. O tentando, come sta facendo il presidente americano,
di mettere in campo un piano di intervento statale da economia di
guerra, con elementi di redistribuzione del reddito a favore dei
lavoratori e dei ceti più deboli.
Certamente tutto questo è servito a
evitare un crollo
sistemico di proporzioni inimmaginabili: «a settembre e
ottobre siamo arrivati molto vicino al collasso finanziario globale,
una situazione in cui sarebbero fallite molte delle più
importanti istituzioni mondiali…»: sono parole del
presidente della Federal Reserve, Ben Bernanke, pronunciate nella sua
audizione al Congresso degli Stati Uniti del 25 febbraio scorso.
All’accorato e drammatico racconto di Bernanke si potrebbe
aggiungere – tanto per non dimenticare – che
il “Washington Consensus” – di
cui la FED è stata uno dei pilastri -
cioè l’espansione globale del modello americano,
ha portato l’economia mondiale a un passo dal baratro.
E il fatto che i governi abbiano difficoltà serie a
delineare politiche in grado di fronteggiare efficacemente la crisi
deriva anche dalla circostanza che nessuno sa esattamente a quanto
ammontino i “titoli tossici”, cioè la
spazzatura in giro per il mondo frutto di quella “finanza
creativa”, un tempo non molto remoto segno di
modernità e di successo. Si tratta comunque di cifre da
capogiro.
Pur nei limiti ristretti consentiti da un alto debito statale e aiutato
dalla circostanza che le banche italiane si sono esposte di meno con la
“finanza creativa” anche il nostro governo ha messo
in campo le sue risposte. Rottamazioni per aiutare i settori in crisi,
i “Tremonti bond” per aiutare le banche a fornire
liquidità alle imprese e 8 miliardi di euro per i prossimi
due anni per finanziare gli ammortizzatori sociali.
Con in più una particolarità tutta nazionale:
mentre Obama e gli altri leader europei avvertono i loro concittadini
che avranno di fronte mesi di lacrime e sangue, che bisogna rimboccarsi
le maniche, riconoscendo – chi più chi meno
– pubblicamente che la festa è finita e che
bisogna cercare altre strade – Obama lo sta facendo
– e insomma non hanno nascosto la triste realtà,
il nostro presidente del consiglio trasuda ottimismo da tutte le
parti… consumate e andrà tutto bene: sarebbe
comico se non fosse tragico.
Il fatto è che anche queste misure –
più o meno analoghe a quelle di altri paesi – sono
certamente meglio che niente, forse tamponeranno qualche falla, ma non
molto di più.
E sono, inoltre, drammaticamente insufficienti sul piano della
protezione sociale: entro la fine di quest’anno
vengono a scadenza i contratti a termine di 2 milioni e 400 mila
lavoratori precari che quasi sicuramente non verranno rinnovati.
Intanto a febbraio (dati Confindustria) la produzione industriale
è caduta, su base annuale, del 29,9 per cento, cresce
fortemente il ricorso alla cassa integrazione e l’occupazione
cala. Migliaia di lavoratori immigrati rischiano il posto di lavoro e
con esso l’espulsione dal paese. Drammi sociali di vasta
portata che possono aprire conflitti interni fra i lavoratori, come
è già accaduto in Gran Bretagna, o
un’agitazione sociale che il tentativo di limitare il diritto
di sciopero non riuscirà a nascondere.
All’origine di questa visione
“leggera” - per così dire
– della crisi probabilmente non c’è solo
il modo di essere di Berlusconi o la concezione un po’
furbesca tipica di una certa destra italiana che nei momenti di
difficoltà, invece di cercare coesione nazionale o porsi il
problema di far uscire tutto il paese dalle difficoltà
ricorre al classico “che ognuno si arrangi come
può”.
Il professor Tito Boeri ha fatto notare come siano stati drasticamente
ridotti – del 24 per cento, con punte del 50 per cento nel
Sud - i controlli degli ispettorati del lavoro sulla
regolarità delle imprese. Nella circolare del Ministero si
legge: «La criticità del momento contingente
rafforza la scelta di investire su un’azione selettiva e
qualitativa, diretta a eliminare ostacoli al sistema
produttivo». Insomma – come nota il
professor Boeri – si preferisce chiudere un occhio di fronte
a forme di lavoro sommerso e irregolare: «la distruzione
creativa che avviene nelle recessioni avrà così
luogo all’inverso: sopravvivenza garantita alle imprese a
bassa produttività, mentre si tartassano le imprese in
regola e quelle che hanno maggiore potenziale di sviluppo»
(«la Repubblica», 25 febbraio 2009).
Come dire: siate furbi, licenziate e poi riprendete i vostri dipendenti
in nero, vi costeranno meno e lo stato farà finta di non
vedere. Ma appunto la lungimiranza e l’idea di sforzo comune
non fanno parte del bagaglio politico e culturale degli eterni
“ottosettembristi”, quel male oscuro che continua a
corrodere la nostra Repubblica.
Ma non è solo questo. Nel nostro governo probabilmente
credono alla favola messa in giro dal ministro Tremonti che
l’Italia sta meglio degli altri perché nella sua
struttura economica c’è meno finanza e
più industria manifatturiera. È vero, solo che
questa “superiorità” si
potrà vedere solo quando saremo usciti dalla
crisi, non certo adesso. Nel senso che a differenza di paesi come la
Gran Bretagna e la Spagna che hanno basato la loro crescita su finanza
e edilizia (per restare in Europa perché il caso degli Stati
Uniti è più complesso), l’Italia (come
la Germania) potrà ripartire con una struttura economica
più solida, ma solo se si metterà mano a quel
salto tecnologico, sempre invocato e mai attuato con politiche statali
all’altezza del problema.
In questa situazione di crisi invece i paesi manifatturieri come il
nostro rischiano di sopportare conseguenze non meno ma più
pesanti degli altri. La spiegazione è semplice: quella che
sta stiamo vivendo non è solo una crisi finanziaria, ma una
vera e propria crisi di sovrapproduzione, nel senso che nel mondo
c’è una capacità produttiva enorme che
non ha una domanda in grado di assorbirla. Come dimostra anche il
crollo delle nostre esportazioni, a gennaio, nei confronti dei paesi
extra UE: meno 29,9 per cento (rispetto al gennaio 2008), conseguenza
del crollo del commercio mondiale.
Fin quando gli Stati Uniti sono riusciti a sostenere i consumi
– permettendo alle famiglie di indebitarsi e alla finanza
creativa di guadagnarci su – il meccanismo è
andato avanti. Quando è scoppiata la bolla dei subprime
l’intero castello di carte è crollato, e senza
fare debiti i lavoratori (o la classe media, si chiami come si vuole)
non sono in grado con i redditi da lavoro di consumare tanto da
produrre profitti per le imprese manifatturiere.
Quando, indebitandosi, gli americani consumavano alla grande (i consumi
costituiscono circa il 60 per cento del Pil degli Stati Uniti) i cinesi
vendevano i loro prodotti a basso costo, italiani e tedeschi fornivano
loro i macchinari per fabbricarli, i giapponesi lo stesso e via
discorrendo… attraverso le mille connessioni della
globalizzazione il meccanismo alimentato dal debito girava…
ma adesso?
In questi anni tutte le statistiche hanno documentato con abbondanza di
dati (non solo in Italia) la concentrazione della ricchezza in mano di
pochi e l’impoverimento relativo della classe media.
«Il reddito che spetta ai lavoratori viene espropriato in una
misura che avrebbe scioccato persino Karl Marx», scriveva nel
lontano marzo del 1996 il «New York Times». La
quota dei redditi da lavoro sulla ricchezza nazionale si è
ridotta ovunque in modo impressionante. Nel caso italiano poi il
passaggio all’Euro ha aggravato ulteriormente la situazione,
con il raddoppio di fatto dei prezzi al consumo mentre salari e
stipendi restavano allo stesso livello dei tempi della lira.
Oggi, di fronte al dramma sociale della crisi e ai problemi di mercato
delle imprese l’opposizione parlamentare chiede misure forti
di sostegno dei redditi. Verrebbe da dire: dove eravate quando
avvenivano quegli impressionanti spostamenti di ricchezza? A
sostenere la vulgata corrente sulla “sovranità del
consumatore” (a debito), sui prezzi che dovevano scendere per
effetto delle liberalizzazioni come se il basso costo di una merce non
lo stesse pagando in termini salariali qualcuno da qualche parte del
mondo (Italia compresa).
Bastava fare un sforzo di analisi per capire che questa corsa al
ribasso in nome del consumatore prima o poi sarebbe finita
perché il Consumatore – con la C maiuscola - era
anche un lavoratore, un impiegato, un percettore di reddito fisso.
E bastava non credere all’altra favola di
“quelli-che-la–globalizzazione-risolve-tutto”
e cioè che la formazione di classi medie in paesi in pieno
sviluppo come Cina, India o Brasile avrebbe potuto compensare, sul
piano dei consumi e quindi dell’assorbimento della
capacità produttiva, l’impoverimento relativo dei
lavoratori dei paesi ricchi.
Ecco perché la crisi sarà lunga e di difficile
soluzione e perché salvare le banche – intervento
ovviamente giusto per evitare il baratro – non ha impedito un
suo aggravamento e i timori di una deflazione…
Ford negli anni Venti aveva trovato una soluzione, gli alti salari, ma
allora non c’erano la globalizzazione e i cinesi…
Oggi bisogna inventarsi qualche altra cosa – come sta appunto
tentando di fare Obama - ma il problema non è
molto diverso da quello di allora, adesso che i consumatori, ritornati
a essere, come d’incanto, di nuovo lavoratori non hanno i
soldi per esercitare la loro sovranità e per far girare
l’economia…
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