L'America che non piace ai media italiani - 10/03/09
(2578 _READS) 
di Gianni
Minà - da ilmanifesto.it
L'Obama CANCELLATO
Il nuovo capo della Casa bianca sta rimediando alle violazioni dei
diritti umani dell'era-Bush, a partire da Guantanamo. Ma i nostri
giornali e le nostre televisioni passano oltre, minimizzano, ne parlano
poco. O, persino, lo osteggiano.
La nuova America di Barack Obama mantiene le
promesse riguardo i diritti umani violati a più riprese
dall'amministrazione di Bush Jr. La Commissione di intelligence del
Senato americano indagherà a breve sui metodi di
interrogatorio e sulle modalità di detenzione messe in atto
negli anni scorsi dalla Cia nei confronti di presunti terroristi. La
notizia - confermata da fonti del partito democratico del Congresso -
è stata ignorata dalla maggior parte dei mezzi di
informazione italiani, anche da quelli che parlano molto - ma un po'
ritualmente - di diritti umani.
Il silenzio è sconcertante, specie se si considera, per
esempio, che nel lager di Guantanamo, dove i detenuti erano reclusi in
celle simili a stie per polli, dal 2001 al 22 gennaio di quest'anno,
quando il nuovo presidente degli Stati uniti, evidentemente anche lui
turbato da questo quadro, ha dato l'ordine di chiuderlo, sono
transitati 775 prigionieri dei quali 420 sono stati liberati, dopo
torture e offese, senza nessuna accusa o incriminazione. Un contesto
tragicamente simile a quello descritto da Claudio Fava, giornalista,
scrittore e parlamentare europeo, presidente della Commissione che ha
indagato sulle extraordinary rendition, in un passaggio della
prefazione per il libro di Giulietto Chiesa Le carceri segrete della
Cia in Europa: «Questa storia è anche un viaggio
nell'orrore e nel ridicolo: nomi storpiati, abbagli, menzogne. Con un
più tragico e grottesco dettaglio: delle venti extraordinary
rendition che la Commissione di inchiesta ha ricostruito, almeno
diciotto riguardavano casi di persone totalmente innocenti. Catturate,
detenute, torturate e infine - un anno dopo, due anni dopo, cinque anni
dopo - liberate con un'alzata di spalle 'c'eravamo sbagliati'. E' solo
una stolta avventura della Cia? Non credo. Quegli abusi, quelle
menzogne, quegli eccessi sono anche i nostri».
Anche i dati che abbiamo citato sopra sono indiscutibili e fino a
qualche tempo fa, perfino nell'Italia democristiana, avrebbero imposto
almeno una riflessione di prima pagina. Ora invece sono letteralmente
spariti, anche in quotidiani prestigiosi come il Corriere della Sera
che ha ben due vicedirettori che si dichiarano esperti nell'argomento
diritti umani, Magdi Cristiano Allam, candidato dell'Udc alle europee,
che appena può lancia una fatwa contro il mondo islamico,
per lui radice di ogni violenza del mondo moderno, e Pierluigi Battista
che, nei suoi fondi, senza nessun rispetto per i lettori, chiama
«dittatore» Ugo Chavez, che in dieci anni di
governo del Venezuela ha affrontato una dozzina di consultazioni
elettoriali o referendarie, perdendone una sola, e accettando
nell'occasione e senza discussione quel risultato.
Mi viene naturale, allora, ricordare con fastidio le faccie stolide di
quei presunti esperti di strategie militari che nello studio televisivo
di Bruno Vespa, fra il 2001 e il 2003, giocavano a RisiKo con i
plastici raffiguranti l'Afghanistan e successivamente l'Iraq convinti,
in entrambi i casi, che gli Stati Uniti avrebbero archiviato quelle
pratiche strategiche in poche settimane e avrebbero
«esportato la democrazia».
Invece l'Afghanistan è nuovamente in mano ai talebani, ai
mercanti d'oppio e ai signori della guerra. Mentre nella terra della
civiltà babilonese le vittime civili sono ormai 900mila e a
Falluja e in altre zone è provato siano state utilizzate
dall'armata Usa armi chimiche.
Lo sconcerto, poi, diventa totale leggendo la conclusione preliminare
dell'inchiesta voluta da Barack Obama, addirittura all'indomani
dell'investitura, che afferma «Nonostante gli ingenti
finanziamenti disposti a partire dal 2003, con i soldi dei contribuenti
americani, è impossibile trovare testimonianza di un solo
cantiere aperto nella capitale irachena, fatta eccezione per quello del
complesso che da pochi giorni ospita la nuova ambasciata
Usa», la più faraonica sede diplomatica del
governo nordamericano nel mondo, un complesso di ventuno edifici
costato quasi due miliardi di dollari.
In compenso quella che fu la terra della civiltà babilonese
è stata inondata di denaro, 125 miliardi di banconote che
Paul Bremer, allora scelto da Bush Jr. per
«ricostruire» un paese appena raso al suolo, aveva
preteso in contanti.
Ora l'indagine governativa in corso sta rilevando che la
metà dei soldi risulta sparita nel nulla, 57,8 miliardi di
dollari, che dovevano essere destinati a scuole, ospedali, strade,
abitazioni e a ricostruire i servizi essenziali, e che invece sono
finiti nelle tasche degli speculatori internazionali, o fanno parte dei
bilanci di ditte come la Hullyburton, creatura cara all'ex vice
presidente Dick Cheney, i cui manager arrivavano in Iraq accompagnati
da guardie del corpo chiamate contractors e pagate non meno di 15mila
dollari al mese.
Al Pentagono, gestito allora dal disinvolto ministro Donald Rumsfeld,
che stava conducendo la guerra e aveva già approvato
informalmente la pratica della tortura, Bush aveva infatti affidato,
senza scrupolo anche l'incarico della ricostruzione. L'ordine era di
sospendere sia la legge irachena, sia quella americana.
In questo modo gli investitori hanno potuto godere di una
immunità tale da traformare l'Iraq in una «zona di
libera frode», in cui milioni di dollari in contanti sono
stati consegnati a truffatori per opere mai portate a termine.
La stampa occidentale, compresa quella liberal nordamericana (era
l'epoca dei giornalisti uccisi a Baghdad o a Falluja dal
«fuoco amico») che, nell'occasione, come mi disse
Noam Chomsky, aveva abdicato alla sua storia, non ebbe il coraggio e la
dignità di denunciare quello scempio. Paura o cinismo? Forse
solo opportunismo.
Silenzi interessati
Certo, ora che la realtà viene a galla, così
meschina, così feroce, è sconcertante scoprire
che, salvo alcuni casi, l'atteggiamento dell'informazione non
è cambiata. Ignorare, eludere, queste notizie continua a
essere la linea dei media occidentali, specie in Italia dove
è passato sotto silenzio perfino l'inquietante lavoro di
lobby che il presidente Bush nell'estate del 2006 fece con i senatori
repubblicani McCain, Warner, Graham e Collins, compagni di partito che,
assaliti evidentemente da un sussulto di coscienza, si opponevano
all'approvazione della legge che avrebbe autorizzato la tortura, ora
subito sospesa da Barack Obama.
Una storiaccia senza morale che avrebbe meritato, allora come adesso,
uno straccio di editoriale, due righe di commento, delle penne
democratiche del nostro paese o della satolla Europa. Ma la latitanza
morale dei più prestigiosi editorialisti e commentatori tv
diventa ancor più colpevole quando, meno di una settimana
dopo, è arrivata la notizia che Bush Jr. aveva trovato un
accordo con i senatori «ribelli». Ribelli a che
cosa? Al cinismo e all'ipocrisia della nazione guida delle democrazie
occidentali?
Eppure le conclusioni preliminari dell'inchiesta amministrativa in
corso sono esplicite: «L'intero progetto di ricostruzione in
Iraq è stato un pieno fallimento. Si è passati da
una guerra lampo all'idea di mettere insieme uno stato dalle
fondamenta, senza avere un progetto degno di questo nome alle spalle.
La Coalition Provisional Authority ha dato prova di cattiva gestione,
di assoluta mancanza di controllo, spalancando le porte ad ogni tipo di
attività criminale».
Sono parole che mi fanno venire in mente il bellissimo documentario Ma
dove sono finiti i soldi del giovane medico e giornalista iracheno Ali
Fadhil, trasmesso all'epoca alle undici di sera a "C'era una volta", il
programma di Rai Tre di Silvestro Montanaro, dove si vedevano i marines
durante le operazioni di scarico di un aereo in Iraq prendere a calci,
come se giocassero a football, i sacchi di dollari inviati per la
«ricostruzione».
Norma Rangeri, nella rubrica sui programmi televisivi che tiene sul
manifesto, si domandò giustamente perché nemmeno
una di quelle immagini fosse stata mostrata in un telegiornale e,
aggiungo io, nemmeno nei programmi di Vespa, Ferrara, Mentana, Santoro,
Floris e Piroso.
Purtroppo i giornalisti liberali o riformisti, come si dice ora, sono
in Italia, tendenzialmente, distratti o servili. Non provano nemmeno il
disagio che Barack Obama ha espresso già il giorno
successivo al suo insediamento, quando ha deciso di chiudere il lager
di Guantanamo, fermare le commissioni militari, veri illegali tribunali
speciali che vi agivano e mettere al bando l'uso della tortura da parte
della Cia. Insomma, tentando di smontare alcuni dei passaggi
più inquietanti della politica di Bush Jr. Anzi al Corriere
ultimamente non nascondono la loro antipatia per le scelte di Obama. Da
noi gli otto anni nefasti di W., che Oliver Stone, il regista di
Platoon, Nato il 4 luglio e JFK, ha accusato pubblicamente di
«aver infranto ogni limite morale», hanno trovato
eco solo recentemente nella rubrica del critico televisivo del Corriere
della Sera.
Aldo Grasso si è offeso perché Miguel d'Escoto,
antico combattente per i diritti dei più poveri e degli
esclusi, prete sospeso a divinis dal Vaticano, aveva accettato
l'incarico di ministro degli esteri dell'esausto Nicaragua sandinista,
scampato alla guerra sporca dei contras, le milizie del dittatore
Somoza, sostenute dal presidente Usa Ronald Reagan, si era augurato, in
un collegamento con il Festival di Sanremo, di poter superare
l'isolazionismo che aveva caratterizzato la politica nordamericana
negli anni della presidenza di Bush Jr.
D'Escoto parlava da New York come presidente (eletto per il suo
prestigio internazionale) della 63a sessione dell'Assemblea generale
delle Nazioni Unite, estemporaneamente intervistato da Paolo Bonolis in
una di quelle iniziative spericolate della tv generalista, quando vuole
dare prestigio a un programma nazionale e popolare.
Aveva affermato d'Escoto: «O ci amiamo o affondiamo tutti
(...) Cogliamo, con l'aiuto della musica l'occasione di rinnovare lo
spirito per lottare tutti insieme per un mondo migliore»,
accenando alla speranza di superare l'atteggiamento non collaborativo
dell'America di Bush nei riguardi delle Nazioni unite.
Ma tanto era bastato al critico del Corriere per sollecitare
addirittura le alte cariche dello Stato italiano a chiedere scusa agli
Stati uniti.
Scusa di che, Aldo Grasso? Se è vero, come è
vero, che d'Escoto ha affermato una verità inconfutabile,
specie per un cittadino di un paese latinoamericano, massacrato dalla
«guerra sporca» benedetta trenta anni fa da Ronald
Reagan?
Questa purtroppo è la nostra informazione. Tutte le notizie
non gradite agli Stati Uniti, o che sottolineano una loro sconfitta
materiale e morale, vengono eluse, evitate, respinte, quasi fosse il
pedaggio da pagare ancora ai vincitori della seconda guerra mondiale,
per antonomasia indiscutibili, democratici e liberatori.
Invece, le «gesta» dei nordamericani, nell'ultimo
mezzo secolo, sono state spesso anche scorrette, egoiste, poco eroiche.
Dalla guerra in Vietnam, per di più persa miseramente, al
crudele Plan Condor, voluto dal presidente Nixon e dal segretaio di
stato Kissinger per coordinare fra loro le dittature militari
latinoamericane degli anni '70, e aiutarli ad annientare tutte le
opposizioni progressiste del continente, fino alla guerra in Iraq.
Quando si verificano eventi così inquietanti c'è,
in Italia, una sorta di consegna del silenzio, una fuga dalla
realtà.
Per capire con quale superficialità vengono spesso decisi i
nostri destini c'è voluta, per esempio, la testardaggine di
Oliver Stone, un vecchio cacciatore di documenti inoppugnabili, che
diventano sceneggiature di indimenticabili film di denucnia. Questa
volta, raccontando nel film W., le «imprese» del
Presidente degli Stati uniti negli anni in cui è crollato
anche il muro del capitalismo, si può permettere perfino il
lusso di essere magnanimo e di leggere il catastrofico bilancio del suo
governo come la frustrazione di un piccolo uomo schiacciato dalla
figura del padre, che fu direttore della Cia, vice presidente di Reagan
e poi, a sua volta, presidente.
Tutto questo però senza dimenticare di sottolineare la
follia di una politica avida, corrotta e guerresca, che solo la
malafede della nostra informazione ha continuato pervicacemente a
ignorare.
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