LE CIFRE DELLA CRISI - La povertà vista da destra - 11/03/09
(2437 letture) 
da Guglielmo
Forges Davanzati e Andrea
Pacella - da economiaepolitica.it
Nel rapporto 2008, l’Istat quantifica la soglia di
povertà per una famiglia di due componenti come equivalente
a una spesa media mensile per persona pari a 986,35 euro. Stando alle
ultime rilevazioni ufficiali disponibili, nel periodo compreso fra il
2002 e il 2006, il numero delle famiglie povere è aumentato,
per l’Italia nel suo complesso, del 6.80%, con significative
differenze regionali, come evidenziato nella tabella 1.

Si tratta del periodo che intercorre fra l’adozione
dell’euro e l’avvio dell’esperienza di
governo del centro-sinistra, nel quale si sono manifestate con la
massima intensità le politiche di deflazione salariale.
E’ la fase nella quale l’impoverimento in Italia
è da imputare essenzialmente alle strategie di riduzione dei
costi di produzione, e dei salari in primis, che le nostre imprese
– nella sostanziale assenza di innovazione tecnologica
– hanno trovato conveniente porre in essere per tentare di
recuperare margini di profitto nei mercati internazionali. Per quanto
attiene alla politica economica, in questa fase, il rispetto del dogma
della ‘sana finanza pubblica’ unito alle politiche
monetarie restrittive della BCE hanno contribuito a comprimere i salari
reali. Da un lato, infatti, la riduzione della spesa pubblica,
riducendo l’occupazione, ha ridotto il potere contrattuale
dei lavoratori, già reso minimo dalle politiche di
‘flessibilità’ del lavoro.
Dall’altro, l’aumento dei tassi di interesse ha
accresciuto le passività finanziarie delle imprese,
spingendole a caricare tali costi addizionali sui costi di produzione
e, dunque, sui prezzi.
Va notato che il Mezzogiorno sembra aver sperimentato una performance
migliore rispetto a tutte le altre aree del Paese, con una riduzione
percentuale delle famiglie povere quasi pari all’8%. E
tuttavia, in termini assoluti, il numero delle famiglie meridionali in
condizioni di povertà risulta di gran lunga superiore al
numero delle famiglie povere residenti nelle altre macro-regioni.
Questa situazione può essere in larga misura spiegata con la
ripresa dei flussi migratori dal Sud al Nord del Paese
nell’unità di tempo considerata, così
che la riduzione dei residenti poveri, oppure la riduzione
dell’ampiezza delle famiglie povere, i cui componenti si sono
trasferiti in regioni con maggiore domanda di lavoro, può
aver determinato un trend di relativo arricchimento. La condizione di
povertà nel 2007 risulta poi essere ancora marcata nel
Mezzogiorno, se si considerano le Isole. In questa macro-area si
registra, infatti, un’incidenza di povertà
relativa di gran lunga superiore rispetto alla media nazionale e in
crescita rispetto alla precedente rilevazione: il numero di famiglie
povere nel Mezzogiorno si attesta a 1725000, con un incremento dello
0,72% rispetto al 2006[1]. Per quanto riguarda la distribuzione della
povertà fra fasce sociali, gli ultimi riscontri ufficiali
sono riportati nella tabella a seguire.

La tabella 2 rileva come l’incidenza della povertà
è più contenuta nelle famiglie i cui membri sono
occupati (in forma autonoma o subordinata), anche se la presenza di
persone in cerca di occupazione o di individui ritirati dal lavoro
senza un’autonoma fonte di reddito costituisce un elemento
che pesa significativamente sul livello di povertà
dell’intero nucleo familiare. La povertà in Italia
colpisce maggiormente gli individui in cerca di occupazione, gli
anziani e le famiglie con componenti a carico. Inoltre, la
povertà colpisce significativamente le famiglie con a capo
un operaio (13,9%). Il numero di queste ultime, infatti, è
circa il doppio del numero di famiglie con a capo un lavoratore
autonomo (6,3%) ed è quasi quattro volte superiore al numero
delle famiglie con a capo un libero professionista (3,7%). A
ciò va aggiunto che, nel 2007 e per l’Italia nel
suo complesso, le famiglie che si trovano in condizioni di
povertà relativa sono 2 milioni 653 mila e rappresentano
l’11,1% delle famiglie residenti in Italia. A fronte di
questa evidenza, il nostro Governo limita ad azioni irrisorie le
politiche di contrasto alla povertà. Ferma restando
l’obiezione di natura etica nei riguardi di un provvedimento
che rende di pubblico dominio la condizione individuale di indigenza,
resta da chiarire su quali basi si è stimato che 40 euro
mensili derivanti dall’uso della social card possano
alleviare in modo significativo le condizioni di povertà
estrema.
Il “capitalismo compassionevole” – la
filosofia che, in ultima analisi, ispira questi interventi –
è un topos degli esecutivi di Destra e, in quanto tale, non
sorprende la natura e l’entità di queste misure.
Si resta, invece, perplessi quando si apprende che questa linea
– ovvero la sostanziale inazione - viene rivestita di
scientificità. Andrea Garnero, recentemente e sulle colonne
on-line della voce.info, suggerisce di non introdurre in Italia il
reddito minimo, criticando a riguardo il RMI francese, adducendo la
duplice motivazione che ciò incentiverebbe il lavoro nero e
l’evasione fiscale e costituirebbe un aggravio insostenibile
per le finanze pubbliche. A ciò aggiunge che il reddito
minimo costituisce un disincentivo al lavoro. La prima motivazione
potrebbe avere semmai un fondamento se letta a contrario: è
proprio laddove i lavoratori inoccupati non dispongono di redditi non
da lavoro, sono costretti ad accettare posti di lavoro irregolari. La
seconda motivazione è, soprattutto oggi, del tutto
inconsistente, alla luce del sostanziale venir meno dei vincoli di
Maastricht e del Patto di Stabilità, nonché delle
numerose dimostrazioni teorico-empiriche dell’assenza di
stringenti criteri scientifici che possano legittimare politiche di
pareggio di bilancio[2]. A ciò si può aggiungere
che, anche nel tendenziale rispetto dei parametri di Maastricht,
risorse aggiuntive per far fronte al problema potrebbero essere
ricavate da più efficaci azioni di contrasto
all’evasione fiscale, che l’Agenzia delle Entrate
stima nell’ordine dei 250 miliardi di euro (circa il 20% del
PIL), dei quali sono stati recuperati, nel 2007, solo 6 miliardi.
Appare allora chiaro che la reale motivazione che sottende questi
argomenti sta nel fatto che l’erogazione di un reddito minimo
– qualunque sia la modalità con la quale viene
concepito – ha il duplice effetto di accrescere il salario di
riserva, aumentando, per questa via, il potere contrattuale dei
lavoratori, e di disincentivare non la ricerca di lavoro in quanto
tale, ma la ricerca di un’occupazione con mansioni non
coerenti con le qualificazioni acquisite.
Per contro, se si conviene che la crisi in atto è una crisi
da bassi salari[3], ciò che occorrerebbe fare è
semmai muoversi nella direzione opposta rispetto a quanto si sta
facendo in Italia, e rispetto a quanto suggerito da Garnero, con azioni
finalizzate ad accrescere le retribuzioni in termini reali, soprattutto
a beneficio dei percettori di redditi più bassi con maggiore
propensione al consumo. Con una specificazione rilevante. La pura
erogazione di un sussidio in moneta può rivelarsi inefficace
per questo obiettivo, in condizioni nelle quali le imprese –
soprattutto mediante strategie finalizzate ad accrescere la
concentrazione industriale – possono accrescere i prezzi. Il
che non solo non è da escludere, ma è anche
verosimile, dal momento che l’aumento dei salari reali
– per una struttura di mercato data e in assenza di
incrementi di produttività – riduce i margini di
profitto. In tal senso, l’introduzione di un reddito minimo
può dar luogo a esiti inflazionistici, se le imprese sono in
grado di neutralizzare per questa via il rafforzamento del potere
contrattuale dei lavoratori[4]. Per l’obiettivo di contrasto
alla povertà, questa considerazione porta a ritenere
preferibile – rispetto all’erogazione monetaria -
la fornitura diretta di beni e servizi da parte
dell’operatore pubblico, proprio perché offre ai
beneficiari la certezza del miglioramento delle loro condizioni
materiali di vita. Il che – come è stato suggerito
su questa rivista - potrebbe essere realizzato mediante misure di
ridistribuzione del reddito che garantiscano una maggiore produzione di
beni e servizi pubblici mediante la tassazione dei redditi
più alti, in primo luogo colpendo i profitti derivanti dalle
speculazioni finanziarie.
[1] Il numero delle famiglie povere nel Mezzogiorno (Sud e Isole) nel 2006 è, infatti, pari a 1712621.
[2] Si veda il materiale contenuto nel sito http://www.appellodeglieconomisti.com/.
[3] Sul tema si rinvia, fra gli altri, all’intervento di Sergio Rossi del 6.2.2009, su www.economiaepolitica.it.
[4] Per una trattazione più ampia e analitica del tema, si rinvia a A.Graziani, The monetary theory of production, Cambridge: Cambridge University Press, 2003.
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