Quando il padrone scappa - 16/03/09
(3323 _READS) 
di
Davide Pelanda
- Megachip
Ricordate la INNSE, fabbrica milanese di meccanica
“pesante”, che gli operai occupano da quasi un
anno? No? È una unità produttiva i cui lavoratori
hanno portato avanti le commesse in autogestione e con prospettive di
lavoro anche per il futuro.
Un po’ come successe in Argentina dove, alla vigilia della
grave crisi economica del 2001, nei sobborghi poveri di Buenos Aires
trenta operai disoccupati entrarono nella fabbrica dove sin
lì avevano lavorato rifiutandosi di uscire, per far poi
ripartire le macchine fino a riprendere la produzione. Di qui il bel
film di Avi Lewis e Naomi Klein, “The Take - La
Presa”.
Ma qui non siamo in Argentina, nei sobborghi poveri. Qui siamo a
Milano.
Nella ricca Regione Lombardia, nel milanese, ben 49 dipendenti vogliono
lavorare nella loro fabbrica, nonostante il padrone,
l’industriale Silvano Genta, la voglia
“rottamare” e intenda delocalizzare sia le
lavorazioni sia i lavoratori.
Il tutto perché l’area dove la INNSE sorge, a
Lambrate, è situata proprio nella zona della futura EXPO
2015, appetibile per le varie speculazioni e spartizioni che preparano
la faraonica manifestazione.
Ma gli operai non ci stanno
ai ricatti, vogliono difendere il loro posto di lavoro e vogliono far
sì che Genta non si impossessi del macchinario. Presidiano
continuamente l’ingresso delle portinerie per resistere al
suo tentativo di entrare. Così l’officina non
sarà svuotata né sarà possibile
vendere le apparecchiature al miglior offerente.
Hanno resistito e stanno resistendo anche contro le cariche delle forze
dell’ordine che nel febbraio scorso, dopo un frettoloso
tavolo di confronto nella sede della Regione Lombardia tra l’assessore competente e
i lavoratori, hanno forzato il presidio dei lavoratori INNSE e fatto
entrare nello stabilimento due camion del proprietario per caricarvi
dei semilavorati
Oltre a questa follia - beccarsi denunce e manganellate per poter
lavorare e mantenere una famiglia – c’è
stato pure chi dopo le denunce è stato anche licenziato.
Ma «questa battaglia – dicono ancora i lavoratori
della fabbrica – non riguarda solo noi, ma tutti quelli che
credono che questa forma di resistenza operaia possa essere un
possibile punto di partenza per lottare contro i licenziamenti, in una
crisi che ne produce migliaia al giorno. Una battaglia che riguarda
tutti quelli che credono che la città di Milano non possa
finire in mano a speculatori di ogni tipo, immobiliaristi
sull’orlo del fallimento, speculatori finanziari,
bancarottieri di ogni ordine e grado che chiudono le fabbriche senza
nessuna opposizione sociale».
In solidarietà con i lavoratori è stato
sottoscritto un documento con oltre un migliaio di firme. Titolo:
“Giù le mani dall’officina,
l’officina non si tocca”. Una delegazione si
è recata di recente a Settimo Torinese, per una
manifestazione davanti alla sede legale dell’industriale
Genta, il loro “rottamatore”.
Ad accoglierli e a manifestare con loro c’erano i
rappresentanti operai di dieci industrie del Torinese a rischio
chiusura. Anche dalla Valle di Susa è partita una
delegazione delle fabbriche in chiusura o in cassa integrazione.
Espressioni di solidarietà sono venute dagli studenti degli
istituti superiori lungo il percorso del piccolo corteo nel centro di
Settimo. Una bandiera INNSE sventola in Valle di Susa ai cancelli della
CABIND, fabbrica a rischio chiusura di Chiusa S. Michele, mentre una
bandiera NO TAV è stata issata ai cancelli della INNSE a
Milano.
Una lotta generosa, con piccoli intrecci solidali, contro un padrone
che si comporta «come negli anni ‘50»,
ricorda Bruno Casati, assessore al Lavoro della Provincia di Milano:
«il padrone chiude la fabbrica, scappa e manda quattro
buttafuori da discoteca a mettere lucchetti e telecamere. I lavoratori,
allertati, arrivano nella notte, si riprendono la
“loro” fabbrica, mettono in fuga i buttafuori e
continuano la produzione». Questo oggi vuol proprio dire
essere responsabili ed affidabili.
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