Home  · Chi siamo · Sostieni Megachip · Sezioni · Dossier  · Scrivici · Newsletter · La redazione

 

Stadi razzisti: il contropiede di Campbell - 17/03/09

(2568 letture)   Pagina Stampabile



campbelldi Alessandro Cisilin – da « Galatea European Magazine», aprile

Si chiama Sulzeer Jeremiah, detto Sol, di cognome fa Campbell. È un omone britannico di trentaquattro anni e novantadue chili di muscoli spalmati su centottantotto centimetri. Di professione fa il calciatore, ed è anzi piuttosto noto tra gli addetti ai lavori. Da oltre sedici anni milita nella prima divisione inglese, annoverando inoltre settantatre presenze in nazionale. Per la precisione fa il difensore, uno di quelli che restano sempre indietro per proteggere gli altri.




Quindi non segna quasi mai, e il più importante tra i suoi pochissimi gol è stato del resto amarissimo, quello dell’uno a zero che portò in vantaggio l’Arsenal contro il Barcellona nella finale della Champions League del 2006, infine persa per due a uno.

Sol-CampbellCampbell è anche un uomo di colore. Un dettaglio ancora rilevante all’alba del ventunesimo secolo. Una rilevanza che l’ha indotto a passare insolitamente all’attacco, e su più fronti, con una battaglia anti-razzista che sta scompaginando le più bieche autocelebrazioni del mondo del calcio.

Già in passato aveva denunciato il perdurare del razzismo nello sport, e suo fratello fece anche di peggio, facendosi condannare a un anno di galera per aver picchiato un uomo che l’aveva insultato. A scatenargli ora la ribellione è stato l’ennesimo episodio, risalente al 28 settembre scorso. Campbell è il capitano del Portsmouth e gioca al Fratton Park, nell’Hampshire, dove quel giorno ricevette gli ex compagni della squadra londinese del Tottenham. Giunsero in trasferta anche parecchi tifosi, circa duemilacinquecento, e tra i motivi della robusta affluenza c’era l’obiettivo di fischiarlo. Fischi e insulti razzisti.

Come spesso accade, il razzismo è solo il paravento meschino di altre frustrazioni, in questo caso l’antica ostilità per il tradimento dell’ex, che otto anni fa aveva scelto di passare tra le fila dei rivali nei derby della capitale, ossia l’Arsenal. Sta di fatto che l’offesa razzista si scatenò.

Campbell poteva passarci sopra, come aveva fatto sempre. «I nostri genitori ci insegnano a lasciar perdere – spiega - e se il fatto si ripete, si finisce a pensare che è normale e accettabile». Per di più in quella domenica di inizio autunno trovò la sua rivincita sul campo, sconfiggendo i più titolati avversari. Stavolta però ha deciso di non fermarsi alla risposta sportiva. Si è quindi recato dalla polizia per sporgere regolare denuncia. E dopo l’esame delle immagini a circuito chiuso raccolte durante la partita sono stati incriminati undici uomini tra i tredici e i cinquantaquattro anni. Quattro di loro si sono dichiarati subito colpevoli limitando la sanzione a un’ammenda e al divieto di frequentare gli stadi per tre anni. Per gli altri si aprirà il processo il mese prossimo.

Con quest’azione il giocatore rivendica però un altro obiettivo, quello di fare rumore. «Gli arresti hanno risvegliato molte persone – sostiene – perché molti semplicemente non avevano mai pensato che fosse sbagliato” lanciare insulti razzisti dall’interno dello stadio, dove “pago il biglietto e in quei novanta minuti faccio ciò che voglio».

L’argomento-choc di Campbell infatti rovescia un luogo comune, rilanciato di recente da un ancor più illustre militante antirazzista del calcio, il francese Liliam Thuram, secondo il quale «il razzismo non è un fenomeno da stadio, ma ancor di più della società nel suo insieme». Campbell asserisce il contrario, perché «in strada si è coscienti a che certi atti segue la galera, qui no».

E’ il meccanismo auto-assolutorio del pianeta-calcio il bersaglio dell’inglese. Inducendolo a presentare, accanto alla denuncia, una pubblica proposta: quella di sanzionare le squadre i cui atleti o fan si macchino di aggressioni razziste, non con multe, ma con punti di penalizzazione. Punti, quelli che fanno retrocedere i sogni e perdere i campionati.

Sembra banale ma non lo è, tant’è che non si è mai fatto e anche stavolta la risposta è il silenzio. In tutti i paesi europei si discute di sicurezza e di sanzioni nei confronti dei tifosi. Ma di responsabilizzare i protagonisti dello show più seguito e opulento del Vecchio Continente alle regole etiche della vita civile non se ne parla. E allora forza, signor Campbell.

acisilin@yahoo.it
  

[ Torna su Opinioni e Firme | Indice Sezioni ]
Archivi Articoli Sezioni Contenuti

Megachip.info è un periodico on line registrato presso il tribunale di Roma col numero 392/2006.

Il sito è Copyleft: la riproduzione dei materiali presenti in questo sito è libera e incoraggiata. Se copiate, citate la fonte e gli autori.
Tutti i loghi e marchi in questo sito sono di proprietà dei rispettivi proprietari. I commenti sono di proprietà dei rispettivi autori. Questo sito è realizzato con PHP-Nuke rilasciato con la Licenza GNU/GPL - Webmaster Luca Floris

Disclaimer