Perché la camorra mi vuole uccidere - 23/03/09
(1832 letture) 
di Enzo
Palmesano - da articolo21.info
Perché la camorra mi vuole uccidere
Nel giornalismo sono importanti i fatti, ma anche i tempi e - direbbe
Leonardo Sciascia - il "contesto". E così è di
fondamentale rilevanza tenere presenti i tempi e il "contesto" del
tentativo di bruciare la mia autovettura - attentato sventato dopo che
già l'avevano cosparsa con la benzina - verificatosi a poche
ore dalla conferenza stampa relativa agli arresti effettuati il 23
febbraio 2009, nell'ambito dell'inchiesta sul clan Lubrano-Ligato di
Pignataro Maggiore, in provincia di Caserta.
Nell'occasione dell'incontro con i giornalisti, il coordinatore della
Direzione distrettuale antimafia di Napoli, Franco Roberti, il pubblico
ministero Giovanni Conzo e il comandante provinciale dei carabinieri di
Caserta, colonnello Carmelo Burgio, mi avevano espresso stima e
sottolineato il ruolo che avevano avuto le mie pericolose e credo
efficaci inchieste giornalistiche nella battaglia anti-camorra. E
quando i giornali locali mi censuravano o mi cacciavano, gli articoli
che non potevo pubblicare diventavano formali denunce alla magistratura
e comunicati stampa. Una stima, quella di Roberti, Conzo e Burgio che
ricambio ampiamente.
Voglio sottolineare, però, che le parole più
importanti e interessanti di quella conferenza stampa sono state non le
attestazioni di stima nei miei confronti ma quelle riguardanti
l'analisi lucidissima del "caso Pignataro Maggiore" fatta dal dottor
Giovanni Conzo, che si è avvalso tra l'altro delle
investigazioni dei carabinieri della Stazione di Pignataro Maggiore,
con il comandante maresciallo Antonio di Siena e il vicecomandante
maresciallo Raffaele Gallo, un presidio in territorio di guerra. Conzo
ha spiegato che i boss pignataresi sono la testa di ponte della mafia
siciliana, dei "corleonesi" di Totò Riina e Bernardo
Provenzano, dai quali la cosca Lubrano-Ligato, tramite i Nuvoletta di
Marano di Napoli, è andata a scuola di mafia; e il "clan del
casalesi" ha poi appreso il modo di agire mafioso dai boss di Pignataro
Maggiore, città tristemente nota come "la Svizzera delle
cosche", capitale della "camorra imprenditrice". Se non si studia la
storia dei mafiosi pignataresi, non si capisce la storia della mafia
casalese, casertana e campana. Ciò che distingue i grandi
magistrati da quelli pur bravi e "normali" non sono le intercettazioni,
le perquisizioni e quant'altro, ma - come si direbbe in sociologia - il
"paradigma interpretativo", l'intelligenza dell'ipotesi investigativa.
Il dottor Giovanni Conzo, nell'analizzare la mafia pignatarese, ha
dimostrato di essere uno straordinario facitore di "paradigmi
interpretativi", confermati dalle concrete azioni investigative, dalle
prove insomma.
Quindici arresti, una cinquantina di indagati. Ma ho motivo di credere
che vi siano altre indagini in pieno sviluppo, se si tiene presente che
- per esempio - le pressioni contro la mia attività
giornalistica emerse sono relative a molti anni fa. E poi
c'è l'intreccio tra politica, affari e camorra che non
ancora è stato colpito dalle inchieste; sono certo che
emergeranno anche in sede giudiziaria fatti di enorme rilevanza,
già denunciati nelle mie investigazioni giornalistiche. Un
"dettaglio" per capire l'importanza dell'inchiesta della Direzione
distrettuale antimafia appena conclusa: la famiglia Lubrano
è stata investita dall'accusa di associazione per delinquere
di stampo mafioso, e sembra ovvio; ma quasi nessuna sa che il defunto
boss Vincenzo Lubrano - amico di Totò Riina e consuocero di
Lorenzo Nuvoletta -, pur condannato all'ergastolo per l'omicidio
Imposimato, non fu mai condannato invece per associazione mafiosa. Come
dire: a Pignataro Maggiore "la mafia non esiste". Intervistato da un
quotidiano locale, Vincenzo Lubrano "suggerì" proprio un
titolo del genere: "A Pignataro la camorra non esiste". Dove la mafia e
i mafiosi - con il loro bagaglio di connivenze nella politica, nelle
Istituzioni e nel mondo degli affari -, per definizione, "non
esistono", è molto difficile, complesso e pericoloso
scrivere il contrario.
Non a caso, Pignataro Maggiore è la città campana
dopo più numerose sono state le intimidazioni e le pressioni
politiche, editoriali e imprenditoriali ai danni dei giornalisti, una
tremenda campagna di isolamento, delegittimazione e di imbavagliamento
che non ha pari. Che spettacolo, quando i boss e i politici ordinano,
gli editori e i direttori dei giornali eseguono: "Baciamo le mani, don
Vincenzo".
"Sembra di stare in Sicilia", mi ha detto un collega, dopo il tentativo
di bruciare la mia autovettura avvenuto nella notte tra il 24 e il 25
febbraio 2009; aggiungo che sembra di stare in un film sulla mafia
ambientato in Sicilia. E' un pezzo di Sicilia mafiosa, Pignataro
Maggiore, dove svernarono da latitanti Luciano Liggio e Totò
Riina, che partecipò al banchetto per il matrimonio di
Gaetano Lubrano (morto per malattia nel 1989) con Giuseppina Orlando,
cugina dei fratelli Nuvoletta. Quel Gaetano Lubrano (fratello di "don"
Vincenzo), boss di storica importanza, "consigliere" della famiglia
Nuvoletta, il quale partecipò alla macabra riunione nella
quale fu deciso di uccidere il giornalista Giancarlo Siani. Dalle
intercettazioni ambientali è emerso che il capocosca
Vincenzo Lubrano parlava sempre e rabbiosamente di due giornalisti "che
scassavano 'o cazzo": di Giancarlo Siani, che già la
famiglia Nuvoletta-Lubrano aveva assassinato, e del miracolosamente
sopravvissuto Enzo Palmesano, eliminato chirurgicamente da una manovra
a tenaglia di giornalisti proni, editori compiacenti, politici
convergenti e boss mafiosi autori di "proposte che non si possono
rifiutare". Io non posso più scrivere sulla stampa locale
casertana, non posso pubblicare le mie inchieste sugli intrecci tra
politica, affari e camorra, io - per i padroni e i padrini - devo
morire; per un giornalista investigativo non poter pubblicare le
proprie inchieste è come morire. Qualora avvenisse la mia
eliminazione fisica, pericolo che non mi nascondo e che ritengo
concreto e attuale, essa è stata preceduta dalla
più completa e devastante eliminazione professionale.
Io sono un giornalista professionista, vivo di giornalismo, ma nella
mia terra non ho mai potuto lavorare per portare la pagnotta a casa.
Non posso lavorare io ma nemmeno i miei familiari: la camorra non
vuole. Mi hanno fatto il vuoto intorno, terra bruciata. Nel corso
dell'inchiesta del dottor Giovanni Conzo è emerso, inoltre,
che il clan Lubrano-Ligato impose - oltre che la fine della mia
collaborazione con il quotidiano locale "Corriere di Caserta", qui con
convergenti pressioni politiche locali e nazionali - il licenziamento
di mio figlio Massimiliano ad un imprenditore edile pignatarese. Mio
figlio avrebbe voluto continuare a lavorare per pagarsi le vacanze, ma
il boss Pietro Ligato (ora arrestato per l'omicidio del padre del
collaboratore di giustizia Antonio Abbate), accompagnato dall'attuale
"pentito" Giuseppe Pettrone, chiese ed ottenne l'immediato
licenziamento di Massimiliano, per sua sventura figlio del giornalista
Enzo Palmesano. E' questo il clima in cui vivo nella "Svizzera dei
clan" con mia moglie e i miei tre figli. Non so che cosa ci
riserverà il destino, nel quale comunque ho speranza. Non
posso, comunque, fare a nessuno il favore - come avrebbero voluto "don"
Vincenzo Lubrano e gli amici degli amici - di smettere di "scassare 'o
cazzo".
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