Lettera aperta a Roberto Saviano (che non leggerà mai, ma comunque…) - 26/03/09
(2682 letture) 
di Massimo
Maraone - associazionepasolini.org
Caro Roberto,
scrivo queste poche righe al termine della puntata di “Che
tempo che fa” durante la quale hai tenuto il monologo.
Toccante e forte come sempre, anche se preferisco leggerti piuttosto
che sentirti.
Il tuo libro è stata la scintilla che ha acceso tanti
fuochi, tra i quali l’associazione culturale alla quale fa
capo il sito sul quale pubblico questo scritto. Come hai detto tu, il
compito della letteratura è quello di far emergere il
sommerso, di raccontare in un tutt’uno che segue un filo
logico ciò che la cronaca racconta frammentariamente e senza
una apparente continuità.
L’impressione che ho avuto leggendo Gomorra è
stata quella di scoprire questa continuità tra gli eventi
criminali, la continuità che ne spiega la logica ed il fine
ultimo, la continuità che rivela la contiguità
tra il potere criminale occulto ed il potere legale, tanto che la linea
di demarcazione tra i due sfuma tanto più si sale nelle
gerarchie del potere stesso, tanto che alla fine del libro il mio
cruccio era quello di non essere più capace di distinguere
tra l’illegalità denudata e la presunta
legalità.
Per questo mio modo di intendere Gomorra non ho condiviso appieno le
tue parole di questa sera. Non sono d’accordo quando dici che
“la legalità è la premessa”
(penso intendessi dello scontro politico). Ti sbagli, e non
perché la legalità sia la conseguenza di un
corretto scontro politico, ma perché
l’illegalità è la parte fondante
dell’attuale sistema di potere, e non solo italiano.
È chiaro che per legalità intendo non solo il
rispetto delle leggi, infatti anche le leggi razziali erano legali, ma
altrettanto aberranti; ma per legalità intendo un minimo di
giustizia, giustizia sociale e rispetto di diritti minimi, quali quello
di crescere e lavorare nella propria terra senza vedere un morto al
giorno ammazzato per strada.
Questa illegalità (ingiustizia) è il sistema su
cui si regge il sistema politico econmico e che viene riproposta con
diversa intensità ad ogni livello delle gerarchie di potere.
I clan nel napoletano non sono solo organizzazioni criminali con
agganci in politica: sono la base del consenso ed il braccio armato che
gestisce lo stesso nel napoletano; sempre i clan non sono
organizzazioni criminali che fanno soldi con la droga e anche con lo
smaltimento dei rifiuti; no, sono una parte fondamentale del sistema
industriale del paese che permette alle industrie di scaricare merda
come vogliono e di sfruttare con la violenza la forza lavoro al di
là di quanto già non permetta la criminale
legislazione sul lavoro.
Queste cose le ho introiettate leggendo Gomorra e le ho portate al di
fuori dei confini italiani leggendo “Shock Economy”
di Naomi Klein. Al di fuori dell’Italia non si
chiamerà mafia o camorra, ma fa lo stesso se si chiamano
paramilitari colombiani che ammazzano sindacalisti per conto della Coca
Cola e fanno il lavoro sporco per il criminale presidente Uribe; o fa
lo stesso se si chiamano contractors che ammazzano giornalisti,
sindacalisti e chiunque altro intenda rompere le palle alle imprese
occidentali sbarcate in Iraq dopo l’invasione. Come diceva
don Diana che tu stesso hai citato, questi assassini (come le nostre
mafie) sono i giocatori di una partita a scacchi alla fine della quale
loro non resteranno sulla scacchiera, saranno caduti essi stessi e
sulla scacchiera resteranno gli interessi di quel capitalismo che non
si fa alcuno scrupolo pur di fare business.
Per questo non sono
d’accordo con te quando dici che la legalità
è la premessa (dello scontro politico). No, la
legalità/giustizia non può che essere il
risultato della politica, intesa come strumento di cambiamento della
società, di quella politica passata in mano ai soggetti che
la subiscono (i più umili,gli sfruttati, diseredati, ecc.) e
che la utilizzano al fine di capovolgere le ingiustizie che li
attanagliano.
E credo che in ciò un ruolo fondamentale sia affidato alla
letteratura, a quella capace di raccontare la realtà
interpretandola e dandone chiavi di lettura al fine di cambiarla, e che
così facendo parla per quegli ultimi che non hanno voce, che
vengono ammazzati dai proiettili vaganti, dalla roba tagliata male, sui
cantieri, nelle fabbriche, sui gommoni affondati dalle motovedette
della marina, nei campi profughi dalle bombe al fosforo, nelle
città bombardate dalle bombe intelligenti.
Anche per questo mi ha molto colpito il modo in cui hai raccontato il
tuo incontro con Shimon Peres; sono sicuro che conosci il ruolo che
Shimon Peres ha all’interno dell’establishment
israeliano, quello stesso che in sessanta anni ha ridotto alla fame e
distrutto un intero popolo cacciandolo dalla sua terra, una parte del
quale un paio di mesi fa è stata chiusa in un campo profughi
enorme e bombardato con ogni tipo di armamenti. Si dice (ma non ne sono
sicuro) che lo stesso Peres abbia avuto un ruolo seppur marginale nella
scelta del nome dell’operazione a Gaza: piombo fuso, il quale
lega l’operazione militare al miracolo dell’olio,
che viene commemorato durante gli otto giorni della
festività Hanoukka. Secondo alcuni, in questo modo le
autorità israeliane hanno indicato alla loro popolazione
come non fosse atto impuro uccidere i palestinesi.
Sono sicuro che tu sei al corrente di tutto ciò e sono
sicuro che se confrontassimo il numero dei morti e le distruzioni
provocate da un qualsiasi Schiavone con quelle provocate da criminali
di guerra del livello di Peres, Bush, Blair, Putin, ecc. il nostro
Sandokan apparirebbe un dilettante di provincia.
Sono sicuro che tutte queste cose le sai e spero che a Peres, magari al
riparo da occhi indiscreti, le hai fatte presenti. Così come
spero che le farai presenti a qualche altro criminale di guerra, se
dovessi avere la sfortuna di incontrarlo.
Con sincera stima,
massimocom
p.s. scrivi da dio
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