Acqua, come privatizzare il 70% della nostra vita - 30/03/09
(3941 _READS) 
di
Davide Pelanda -
Megachip
«Lei che si preoccupa della ritenzione idrica/ ed acquista l'acqua iposodica/ con sorgente a centinaia di chilometri da dove abita/ perché pensa alla sua linea piuttosto che ai polmoni di chi vive lungo tutto il tragitto/ che o trattiene il fiato e quindi se ne sta zitto/ o si fa l'aereosol col gas del tir/ e ad ogni respiro fa un bel tiro di marmitta retrofit.»
Frankie HI NRG MC
Può interessare a qualcuno che l’acqua San
Bernardo abbia la bottiglia di plastica firmata
nientepopodimenoché da Giugiaro? Eppure in questi giorni ce
lo ricordano paginate pubblicitarie con la foto del designer e lo
slogan “L’acqua può trovare una forma perfetta”, e un ampolloso trafiletto
che decanta «la prima acqua che ha legato il proprio nome al
mondo del design, un sodalizio sancito e rinnovato dal nuovo packaging
by Giugiaro Design».
Ha senso spendere tutti questi soldi per produrre la bottiglia firmata
se poi la si deve buttare via?
Magari gettandola nell’inceneritore essendo la plastica
appetibile per queste strutture perché produce molta
energia? Oppure, se va meglio, queste bottiglie diverranno maglioni di
pile?
Ma si sa che gli italiani sono i più grandi consumatori di
acqua in bottiglia: nel 2007, ci dicono da Legambiente e dalla rivista
Altreconomia, ne hanno consumata ben 12,4 miliardi di litri, vale a
dire 196 litri procapite all’anno, portando il nostro paese
al terzo posto della classifica mondiale per questa tipologia
di consumi dopo gli Emirati Arabi (260 litri/anno procapite) e il
Messico (205 litri/anno procapite). Un record ed un volume di affari
considerevole: pensate che ci sono in Italia ben 192 fonti e 321 marche
e il business nel 2007 di questo prodotto ha raggiunto la cifra di 2,25
miliardi di euro.
L’acqua in bottiglia ha un costo molto più alto di
quella che esce dal rubinetto, indicativamente 0,5 millesimi di euro al
litro contro i 50 centesimi di euro al litro di quella in bottiglia.
I costi dell’acqua in bottiglia cono soprattutto legati (90%)
all’imballaggio (cioè la bottiglia firmata dagli
stilisti di grido), al trasporto (senza contare i costi ambientali:
quanto inquinano i Tir che viaggiano da nord a sud pieni di acque
minerali?), al costo del lavoro ed alla pubblicità.
Ma chissà quanto business si farà ancora dopo che
il ministro Tremonti ha ottenuto (con decreto legge n. 112, articolo
23bis) che la gestione dei servizi idrici deve essere sottomessa alle
regole dell’economia capitalistica. In sostanza il Governo
Berlusconi ha sancito che in Italia l’acqua non
sarà più un bene comune pubblico ma una merce e
quindi sarà gestita dalle multinazionali del settore, le
stesse che già possiedono l’acqua minerale.
Ed i problemi sono già venuti fuori: l’esempio
più eclatante è quello di Latina dove la
multinazionale francese Veolia ha deciso di aumentare le bollette del
300% . E se si protesta vengono staccati i contatori.
A questo punto il semplice cittadino può salvaguardare la
risorsa acqua solo superando le diffidenze usando l’acqua del
rubinetto in quanto nella maggior parte dei casi è buona,
è controllata, più economica, sicura, non
inquina. Anche perché l’acqua che sgorga dalla
terra non è una merce, è un diritto fondamentale
umano e nessuno può approfittarsene per trarne illecito
profitto. E non dimentichiamoci che l’essere umano
è fatto per il 70% di acqua e che quindi il nostro attuale
Governo è come se stesse vendendo il nostro corpo al miglior
offerente. A quando la privatizzazione dell’aria?
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