La gerontocrazia avanza, pure nei giornali - 1/04/09
(1767 _READS) 
di
Marco Cobianchi
– da «E polis»
Se è vero che il ceto politico dal 1994 (data della discesa
in campo di Silvio Berlusconi) non ha prodotto un solo nuovo leader in
entrambi gli schieramenti (Franceschini capo del centrosinistra
è una parentesi più corta di questa che lo
contiene), è anche vero che dal 1997, data della nomina di
Ferruccio De Bortoli al Corriere della Sera, due grandi quotidiani
italiani (Il Sole 24Ore e Il Corriere della Sera) non hanno prodotto un
solo nuovo direttore (Stefano Folli in via Solferino è stata
una parentesi ancora più corta). E il terzo, La Repubblica,
è guidato dallo stesso direttore dal 1996.
Forse non è che c’è qualche cosa che
non va solo nella politica italiana, c’è molto che
non funziona anche nella società e nelle “agenzie
culturali” che dovrebbero interpretarla.
La società, la politica, i giornali non riescono (che noia
ripeterlo ogni volta) a rinnovarsi e a trovare al suo interno una
leadership nuova, fresca, interessante.
Viene addirittura da pensare che il giornalismo sia il fedele specchio
della società italiana e dei gerontocrati che la governano e
non tanto la politica, che vi si adegua in modo osmotico.
O, forse ancora meglio, è chiaro che politica e grandi
giornali sono retti dalle stesse identiche logiche, ossia la
conservazione del presente, la gestione dell’ordinario, la
trasmissione dell’immobilismo.
Poi, certo, quando politica e giornalismo si trovano ad affrontare
delle emergenze le affrontano come possono, ma l’emergenza
(economia per la politica e di riduzione dei costi per il mondo dei
giornali) è passeggera, non rivoluziona nulla. È
l’ordinario quello che conta. Peccato.
Gli azionisti de Il Sole24Ore e Il Corriere della Sera hanno avuto
l’opportunità di mettere in pratica la teoria
(giusta) in base alla quale è proprio nei momenti di crisi
che si possono compiere le svolte più coraggiose.
Sono i momenti di emergenza che nascondono le opportunità di
cambiamento migliori. Solo che, evidentemente, il cambiamento va bene,
ma se lo compiono gli altri è meglio. Ovvio che se poi un
giovane quarantenne (solo in Italia un quarantenne è
considerato giovane) scala i gradini del potere quegli stessi giornali
totalmente incapaci di rinnovarsi si chiedono come abbia fatto.
Non riescono a concepire un outsider nei circoli che contano e, invece
di congratularsi, gli fanno la festa. In quell’altro senso.
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