Io, Marley e il maschilismo degli sceneggiatori - 15/04/09
(2610 _READS) 
di
Michela Murgia
- da michelamurgia.altervista.org
Sono gli oggetti piccoli quelli che ti strozzano, ed è la
spina che non si vede quella che fa più male. È
la battuta che non ti ricordi di aver fatto che ha creato la prima
crepa, e non è la nona di Beethoven che ti gira in testa
mentre fai la doccia, ma il banale jingle di un’assicurazione
sulla vita. I piccoli particolari sono la chiave di ogni attentato
terroristico, e gli attentati riescono perché la maggior
parte della gente sottovaluta le cose piccole, incapace di vedere che
è proprio la presunzione di innocuità a rendere
il mondo un posto più pericoloso. Se avete l'impressione che
tutti minimizzino, e che ripetano di continuo "che sarà mai,
che male c'è", è perché c'è
qualcuno che questo l'ha capito. E ha la coscienza sporca, potete
scommetterci.
Io e Marley è una di quelle cose apparentemente piccole, una
commediola divertente nata per essere sottovalutata, piena di cose
graziose e un po’ banali come cani, bambini e jennifer
aniston. Nessun cineforum la proporrebbe per la discussione, ed
è un peccato, perché Io e Marley è un
cocktail di stereotipi talmente micidiale da essere capace di azzerare
in due ore qualunque conquista di parità mai raggiunta dalle
donne in un secolo di movimento di liberazione. È una
commedia, ma è proprio lì il trucco: il suo
meccanismo a scatto ti intrappola mentre sei convinto di star ridendo
di un cane che sventra un divano. Chi guarda commedie non è
preparato a riflettere, vuole rilassarsi, e il pugno in pancia gli
arriva avvolto in un guanto troppo morbido per capire subito che in
quel momento si è rotta una costola.
Avviso: da qui parte lo spoiler.
Ci sono un uomo (Owen Wilson) e una donna (la Aniston) che stanno
insieme e sono entrambi giornalisti; però lei è
una penna brillante di una delle testate di punta della
città, mentre lui è un aspirante reporter
frustrato che tiene una rubrica comica su un quotidiano minore. La
figura chiave della vicenda non è il cane, nonostante
cerchino di farlo credere per tutto il film, ma il fichissimo migliore
amico di lui, una sorta di alter ego venuto meglio, un ex compagno di
università che a differenza dello sfigato protagonista
finirà a fare il cronista d’assalto per il NY
Times.
La Aniston nel film non sembra avere amici - come tutte le donne in
carriera, si evince - però gli sceneggiatori ci chiariscono
subito che in compenso ha “un piano”, ovvero una
tabella di marcia con precise tappe di vita da rispettare: lavoro,
relazione, casa, bambino. Perché non ci venga da pensare che
questa sia solo una sua velleità personale, in una
conversazione tra Wilson e il fico reporter del Times (scapolo e gran
scopatore di qualunque donna si muova nei paraggi) apprendiamo che
“tutte le donne” hanno quel piano, e che per
frenare l’ansia di maternità sarebbe una buona
idea “prendere un cane”.
Il ragionamento è un piccolo capolavoro di chiarezza:
Amico fico: - dalle qualcosa di cui prendersi cura che non sia un
figlio.
Wilson: - sei sicuro che…
A mico Fico: - credimi, se hai un figlio sei un
padre, se hai un cane sei un padrone (sic), e quindi ancora un uomo!
L’elegante equivalenza tra uomo e padrone passa
così, subito coperta dalla tenera visione del cucciolo che
viene portato a casa al solo scopo di blandire le ansie uterine della
Aniston. Nessuno si faccia ingannare: tutte le successive comiche
scenette del cane non sono che un diversivo rispetto alla traccia
centrale, che resta il confronto tutto maschile tra lo sfigato
protagonista - a cui è chiaramente la relazione stabile a
negare la possibilità di una carriera più
brillante - e il suo fico amico sempre prodigo di consigli, di
ammiccamenti ai culetti transitanti e di promozioni professionali di
redazione in redazione.
La vicenda segue una china prevedibile: nemmeno la presenza del cane
è bastata a sedare i famelici progetti riproduttivi della
Aniston, che una sera (involontariamente?) commuove il buon cuore di
Wilson facendosi sorprendere a ballare un lento con il cane; il
messaggio è chiaro: qualunque donna trentenne lasciata
troppo tempo senza figli sviluppa prima o poi comportamenti da Reparto
Grandi Agitati. L’attimo di cedimento procreativo che segue
si fa amaramente rimpiangere, perché la Aniston rivela al
marito di essere incinta proprio mentre l’amico fico gli
propone una collaborazione a un reportage da sogno in Colombia. Che
tempismo, Wilson. Bambino in arrivo = niente occasione della vita.
Da qui in poi è un destino scritto, segnato da un incedere
nemmeno troppo velato di inviti alla vasectomia: gli atterriti
spettatori vivono con orrore crescente ben tre gravidanze di figli di
cui non apprenderemo nemmeno il nome proprio, scodellati in astuta
sequenza da una Aniston così soddisfatta della propria
fertilità da abbandonare di sua sponte la brillante carriera
senza che se ne veda la minima necessità, visto che non
montava traversine in ferrovia.
Mentre lei giuliva si scopre casalinga dentro, il marito incastrato
riversa nella sua rubrica le tragicomiche avventure dello stronzissimo
cane e della tribù di figli non richiesta. La tardiva
offerta di fare finalmente il reporter per un’altra testata
lo costringe a smottare moglie e prole in una casa di campagna isolata
dal mondo, dove non solo scopre che il reporter non lo sa fare, ma per
giunta gli crepa pure il cane.
Epperò gli sceneggiatori vorrebbero dirci che, nonostante le
apparenze, è lui l’uomo felice e realizzato, e ce
lo comunicano con grande credibilità narrativa per bocca del
solito amico, tornato dalla Colombia più fico che mai,
coronato di premi, circondato di ragazze da urlo in tutto il suo
splendore di scapolo, che davanti al mediocre giornalista e
involontario patriarca che è diventato il suo amico, sfodera
ipocritamente un bel: “tu sei stato il più saggio
fra noi, amico”.
Morale sottintesa, densa di sapienza da bar sport:
- non importa quanto siano brave a fare il loro lavoro, le donne sono
comunque isteriche finché non gli si riempie
l’utero.
- i cani non servono a blandirle, e comunque crepano.
- i figli ti castrano ogni realizzazione.
- mentre ti succede tutto questo, gli amici ti prendono pure per il
culo.
Beh, dai, non drammatizziamo, è una commedia, no.
Che sarà mai.
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