Il cane del potere - 17/04/09
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di
Mario Enrico Gottardi
- Megachip
Una definizione che in teoria accettano tutti è che il
giornalismo sia il cane da guardia del potere. In teoria,
perché la pratica è ben distante da questo
assunto. In Italia, poi è l’esatto contrario:
è il potere il cane da guardia del giornalismo.
Un’ulteriore conferma di questo ribaltamento, viene proprio
dalla cronaca di questi giorni, l’ennesimo affaire
Santoro. Tutto nasce due giorni dopo la puntata
di AnnoZero del 9 aprile scorso. Il Presidente della Camera
l’apostrofa come “indegna”, il Presidente
del Consiglio la vede “non da servizio pubblico”.
Se le due alte cariche istituzionali crepano la diga, a far saltare poi
ogni argine saranno le dichiarazioni incessanti di tutti gli esponenti
del PdL e, ancor di più, quelle che vengono
dall’opposizione (Merlo in favore di un’inchiesta
interna e Gentiloni che parla di processo sommario). In attesa della
riunione del CdA del 22 aprile prossimo, il neo direttore generale
dell’azienda pubblica Mauro Masi intima a Santoro una puntata
“riparatrice” (qualunque cosa questo voglia dire) e
la sospensione per una puntata del vignettista Vauro. Il presidente
Garimberti, invece, tace.
Ma cos’ha fatto di tanto grave Santoro? Semplice, ha
evidenziato le mancanze nell’organizzazione dei soccorsi da
parte della Protezione Civile guidata da Bertolaso, quindi dal Governo.
Tra le tante critiche mosse a Santoro, una tra le più
pertinenti è quella del sottosegretario alla difesa Guido
Crosetto, ospite di Santoro nella puntata incriminata, riassumibile
così: Santoro doveva mostrare anche la parte
“buona” dell’organizzazione, non solo
quella “cattiva”, perché il servizio
pubblico deve dare voce a tutte le posizioni, anche a quelle del
Governo. Per questa ragione il Governo (il potere) protesta e chiede di
ridimensionare Santoro e la sua trasmissione (il cane da guardia).
Ci sono alcuni punti da sottolineare. Il primo è che si sta
parlando di giornalismo e libertà d’informazione,
non solo di servizio pubblico. L’equilibrio
dev’essere un dovere di ogni giornalista, sia che lavori in
Rai sia per un editore privato. Perché mai Santoro dovrebbe
essere “equilibrato” e Fede sul Tg4 può
dire tutto quello che vuole infischiandosene della deontologia?
E poi, se proprio si vuol parlare di servizio pubblico, lo si deve
considerare nel suo complesso e non mettere sotto processo solo
AnnoZero. Se si sommano tutti i servizi prodotti dalla Rai sul
terremoto in Abruzzo, probabilmente l’unica voce critica
sull’organizzazione dei soccorsi (e non sullo spirito di
solidarietà e sull’efficienza dei soccorritori)
è stata quella di AnnoZero. Tutti gli altri inviati hanno
elogiato, sin dalle prime ore e per tutta la settimana, la
velocità e l’organizzazione dei soccorsi. Per cui
l’equilibrio del servizio pubblico non viene meno.
Proviamo, per capirci, a ribaltare per un attimo la situazione. Visto
che quasi l’unanimità dei servizi elogiava la
Protezione Civile, perché mai nessuna voce si è
levata per chiedere il riequilibrio di queste posizioni?
Perché mai nessuna voce si è levata per
denunciare la faziosità di quei servizi? Perché
mai nessuno ha proposto dei tiggì riparatori nei confronti
dei terremotati che hanno sofferto le disfunzioni del sistema (primo
fra tutti la mancanza di uno stato di preallerta e di un qualsiasi tipo
di esercitazioni in caso di sisma)?
Un altro punto importante è la gestione della Rai. Da anni
quasi tutte le forze politiche propongono le proprie ricette per
riscrivere le regole di funzionamento dell’azienda pubblica
radiotelevisiva. Il ché significa che così non
funziona. Il problema è che non tutti hanno capito
– o per lo meno, vogliono capire – che
l’editore di riferimento non può essere la
politica, che pubblico non vuol dire politico. Pubblico vuol dire che i
referenti di chi lavora alla Rai devono essere i telespettatori, non i
politici. Con le attuali regole la Rai cade sempre nelle mani dei
politici, che sono i principali azionisti di riferimento. Ma
perché un’azienda informativa e culturale possa
adempiere pienamente al proprio ruolo, non può stare sotto
il controllo della politica. L’hanno capito in Spagna, dove
la riforma Zapatero sta iniziando a dare i suoi frutti. E questo tipo
di libertà è da tempo moneta corrente in Gran
Bretagna, dove la Bbc è più libera e
più autorevole perché può produrre
contenuti e informazioni anche contrari alle scelte del proprio
governo, senza rischiare di incontrare gli ossessi
dell’epurazione che invece spesso assediano i palazzi Rai.
Perché la Bbc ha come riferimento l’utente, non la
politica. In Italia invece sia la carta stampata che la televisione
badano troppo a destreggiarsi negli equilibrismi della
“politique politicienne”, perdendo di vista
l’interesse del lettore. Che infatti poche volte viene
citato, e rispettato, negli articoli e nei fondi (uno che invece il
lettore lo citava spesso come riferimento e lo teneva in considerazione
era Indro Montanelli).
In Italia è sempre di moda l’emergenza, ogni
problema è emergenza, da affrontare come in missione, come
in guerra. Quindi, senza possibilità di critica, di
posizioni non allineate. A partire dall’emergenza munnezza a
Napoli, per passare all’«emergenza
clandestini», fino ad arrivare a quella degli stupratori e a
quella dei romeni. Nel caso del terremoto dell’Abruzzo,
però, l’emergenza è reale.
C’è stato un terremoto che ha tolto la vita a 294
persone e sconvolto la vita di un’intera regione. Ma anche in
questo caso non è mica vero che i giornalisti debbano
abdicare al loro ufficio e non guardare con occhio critico a
ciò che succede nel mondo, e quindi anche in Abruzzo. Al
contrario di ciò che pensa chi vuole censurare le voci
critiche in regime di emergenza, certe grandi lezioni di giornalismo ci
sono arrivate proprio durante le guerre, remando contro la grande
corrente del conformismo evocata dai politici, contro le loro
invocazioni all’unità e le facili patenti di
antipatriottismo assegnate a chi dissente . Seymour Hersh, quando
documentava gli orrori di My Lai in Vietnam e quelli di Abu Grahib in
Iraq, ha fatto fino in fondo il suo mestiere e ha dato un vero servizio
al proprio paese e alla democrazia. Ma in Italia questo principio
stenta ad affermarsi, anzi, entra nel campo dell’eresia. Ogni
voce stonata viene prontamente messa all’indice e si cerca
con ogni mezzo di farla tacere.
L’annullamento delle voci critiche ci porta ad affrontare
l’altra questione, ancora più annosa, che riguarda
lo stato dell’informazione nel nostro Paese.
Precedentemente ho segnalato il giornalismo anglosassone
perché è quello più citato da chi
invoca il liberalismo e le virtù delle democrazie liberali
occidentali, anche fra i nostri pseudo liberali, i quali
però ignorano che, nei loro amati «paesi
liberali», una situazione del genere non si sarebbe prodotta.
Nessuno si sognerebbe negli States o in Gran Bretagna di sospendere un
vignettista satirico perché fa una vignetta satirica.
Né un editore che prescrive una trasmissione riparatrice a
un programma di approfondimento giornalistico, senza peraltro aver
ricevuto nessuna protesta formale o denuncia.
Il fastidio che prova la nostra classe politica per le voci contrarie e
per la critica giornalistica non sono solo rivolte
all’interno ma anche all’estero. A esser presi di
mira sono i quotidiani stranieri che hanno un occhio attento per la
situazione italiana.
La nuova strategia del governo Berlusconi contro le opinioni di biasimo
dei media stranieri è stata ben descritta il 13 aprile
scorso da Philippe
Ridet, con un articolo su «Le Monde», in cui
critica fortemente il nostro paese per la scarsa propensione
ad accettare le critiche che arrivano dall’estero. A
riprendere Ridet è stato Bernardo
Valli dalle colonne di «Repubblica», che
sottoscrive le parole del collega francese. Valli fa la lista delle
ultime prese di posizioni diplomatiche (il britannico
«Times» per la critica sulla frase di Berlusconi
sulla “vacanza” dei terremotati abruzzesi; il
«Guardian» per aver bollato come
“postfascista” l’esito della fusione tra
Forza Italia e Alleanza Nazionale; il tedesco
«Spiegel» per aver definito il nostro paese uno
“stivale puzzolente” quando scoppia lo scandalo
dell’immondizia campana. Più recentemente lo
spagnolo «El País» per aver definito il
nostro Presidente del Consiglio uno dei leader più
“sinistri”) e sottolinea come la pratica delle
convocazioni di giornalisti da parte degli ambasciatori sia propria
più dei regimi autoritari che delle democrazie. E anche in
quelli tutto sommato è un comportamento desueto, come ha
sottolineato il corrispondente
di «El País» Miguel Mora su Repubblica TV,
affermando che ultimamente neanche Cuba fa richiamare i giornalisti dai
suoi ambasciatori. Mentre l’Italia è in compagnia
di Israele e Venezuela, gli unici altri due paesi ad aver protestato
con «El País» per i servizi dei suoi
corrispondenti.
Ma è bene tornare in Italia, perché mentre tutti
denunciano il tentativo censorio da parte di Berlusconi e della sua
maggioranza, si perde di vista quel che dice l’opposizione.
Con l’eccezione di Emma Bonino (che si chiede «cosa
si contesta a Santoro? È solo una questione di
tono?») e dell’Italia dei Valori, nel Pd
le voci sono discordi. Solo dopo una giornata di passi avanti
e due indietro il segretario Franceschini mette in riga le sue fila:
«Legittime le critiche a Santoro, ma non possono essere presi
provvedimenti sanzionatori». Sulla stessa linea anche il
responsabile comunicazione del Pd, Paolo Gentiloni, che ribalta il
giudizio su Santoro di due giorni prima («ha condotto un vero
e proprio processo sommario contro le forze impegnate in prima linea e
con successo nell’opera di soccorso»), mentre Merlo
ha smesso di cantare.
Questo comportamento ubriaco da parte dell’opposizione mostra
che anche nelle file del centro sinistra la tentazione di mettere il
bavaglio ai giornalisti è forte e che
l’indipendenza dei giornalisti è vista ancora come
un male da sopportare. Magari da elogiare quando si colpisce
l’avversario ma da attaccare quando vengono colpiti interessi
di parte. Per questo il ribaltamento della situazione non riguarda solo
la maggioranza di governo ma tutto l’arco parlamentare,
favorendo in questo modo l’inversione delle parti e un
giornalismo controllato dal potere.
Marco Travaglio, altro ospite fisso di AnnoZero, sbaglia quando dice
che «se in America il giornalismo è cane da
guardia del potere, in Italia è cane da compagnia. O da
riporto». In Italia il cane da guardia è diventato
il potere. E il giornalismo, invece, cosa sta diventando?
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