Quando tutto è pronto a saltare - 22/04/09
(4637 _READS) 
di Pino
Cabras - Megachip
Il presidente statunitense Barack Obama sembra cercare un punto mediano
impossibile, mentre passa fra gli scuotimenti della Grande Crisi, scossoni che
richiedono scelte senza precedenti, come vedremo. Ai conservatori le
sue parole provocano ribrezzi da rivoluzione. A chi invece vuole una
qualche Revolution, Obama appare come un assiduo conservatore. Le
fanfare per l’annunciata chiusura di Guantanamo non offuscano
il fatto che sia ancora aperta, le parole distensive verso Cuba non
sono partite da un ammorbidimento dell’embargo, la condanna
della tortura non si estende ai torturatori, i tuoni della Casa Bianca
contro gli extraprofitti dei banchieri non si traducono in lampi su
Wall Street, dove anzi arriva un fiume di liquidità. Sullo
sfondo ci sono sfide estreme.
I toni sono cambiati tanto dai tempi di Bush, ma la forza
d’inerzia dei grandi fatti sociali, economici, finanziari,
politici e militari dell’ultimo decennio domina ancora la
risultante delle forze. Le grandi navi non si fermano subito.
Poteri influenti aspirano a chiudere la parentesi della crisi,
innanzitutto nell’informazione, in nome di un qualche
‘status quo ante’ che si vorrebbe dietro
l’angolo. Obama prova a cogliere questa impazienza per dare
ali alla speranza, e invoca anche lui i futuri «segnali di
risalita». Essendo più prudente di altri, prova
però a dire che ci saranno ancora molte sofferenze prima di
toccare il fondo. Ma gli altri, quelli che vorrebbero che il viaggio
riprendesse come prima, quelli della parentesi, loro non sono prudenti,
neanche ora. Se i commerci a livello planetario sono in picchiata, per
loro è comunque un buon segno che almeno non sia
più a caduta libera. Se negli ultimi due mesi è
evaporato un quarto dei commerci, magari nei prossimi due si
volatilizzerà solo un ottavo ancora.
Nel mainstream perciò non trovano grande spazio certe
analisi quantitative che appaiono nei media che invece fanno poche
riverenze all’ortodossia del liberismo in rotta. Fra queste
analisi circola in particolare quella di Leap/Europe 2020, un sito
francese che in questi ultimi anni ha visto lontano. Dai dati a
disposizione viene estrapolata una tendenza: la discesa degli USA porta
a una depressione senza precedenti, vicina a un punto di
insostenibilità che, se varcato - e potrebbe essere molto
presto - segnerebbe una rottura storica drammatica, a partire dalla
moneta [«Eté
2009: La rupture du système monétaire
international se confirme», Europe 2020, 15 aprile
2009].

Gli USA hanno vissuto al di sopra dei propri mezzi grazie
all’afflusso di denaro di prestatori esterni, la Cina su
tutti. Ora gli USA vorrebbero che anche il salvataggio fosse al di
sopra dei propri mezzi, finanziato ancora una volta dalla Cina. Al
gigante asiatico infatti non converrebbe far crollare di botto il
sistema se per caso volesse uscire dalla trappola del dollaro, visto
che ha già incamerato 1400 miliardi di titoli di debito in
dollari, sempre più scottanti.
Se consideriamo la dimensione degli “stimulus” e
“bailout” messi in campo negli ultimi mesi,
l’unica via di uscita ancora “normale”
per gli USA è che i risparmiatori cinesi e di qualche altro
paese puntino ancora (e questa volta soltanto) sui bond statunitensi,
rendendosi ancora più prigionieri del gioco pericoloso.
Solo che – fanno notare gli analisti di Europe 2020 - i
prigionieri dedicano i loro pensieri migliori al modo di evadere,
magari senza farsi riacciuffare e senza rompersi le gambe. E lo fanno
con circospezione. Il 24 marzo 2009 il governatore della Banca centrale
di Pechino lanciava un ‘ballon d’essai’.
Ipotizzava che il dollaro lasciasse il posto nei commerci a una valuta
di riserva internazionale. Sondava e avvertiva insieme, consapevole
della forza immensa che i nuovi equilibri spostavano nel mondo (un G20
anziché un esangue G8).
Secondo Europe 2020 tutti i nuovi membri del club del potere mondiale
sono pronti a concordare i loro passi con la Cina, quando si
renderà necessario. Si è parlato molto degli
accordi swap fra Cina e Argentina, ma sono rilevantissimi anche quelli
fra Brasile e Argentina, fra Cina e Sud Corea, e così via.
Sono una sorta di "baratti" bilaterali che tagliano fuori il dollaro.
Ovviamente il club anglosassone prova a resistere ripetendo
all’infinito le strade già battute (e qui vediamo
le carenze strategiche del progetto obamiano). L’Europa si
barcamena e non ha un progetto politico che possa suonare come una
sfida a quel che resta della subalternità a Washington.
La Cina c’è, invece. I passi li fa alla
chetichella, ma li fa. Il ritmo della fuga, sebbene graduale e attento
a non smarrire un suo ruolo stabilizzante, ha numeri impressionanti.

Ogni mese la Cina si sta liberando di 50-100 miliardi di titoli in
dollari. La depressione dei prezzi in questo caso favorisce lo shopping
pechinese. Sotto lo sguardo benevolo di Hu Jintao i cinesi comprano
minerali, metalli industriali, terreni agricoli e risorse energetiche a
prezzi bassi. In certi casi ne fanno incetta, e i prezzi risalgono, ma
non più di tanto. Se pure i cinesi si tengono lontani dalle
azioni nel mercato USA, ne comprano in Europa e Asia. Cercano di
tesaurizzare i dollari USA trasformandoli rapidamente in beni non
statunitensi più durevoli. Una corsa alla Roba,
perché il resto, il dollaro, sarà carta straccia.
Puoi coprire le scarpe da tip tap con tre paia di calze, ma se fai
passi come questi farai comunque rumore. Entro settembre 2009 la Cina
avrà tolto dalle sue mani 600 miliardi di patate bollenti
col simbolo del dollaro. Ma non acquisterà nemmeno quel che
gli USA - fra stimoli e salvataggi - saranno costretti a emettere in
più dell’ordinario, ossia un ammontare tra i 500 e
i 1000 miliardi di nuovi titoli di debito. E chi li compra, allora? Gli
USA si troveranno a dover inventare qualcosa per risolvere lo
sbilancio. Uno squilibrio che può raggiungere i 1600
miliardi di dollari.
È uno scenario che diventerà ancora
più drammatico, una volta giunto al ‘redde
rationem’. Il governatore della Federal reserve Ben Bernanke
sarà forzato ad acquistare i suoi stessi Buoni del Tesoro.
Questo si chiama: stampare dollari.
La cosa non è nuova. Quando Bernanke dichiara in pratica che
la Fed è pronta a oliare la zecca, i T-bond crollano del 10%
in un solo giorno.
Il momento X della prossima estate, con un simile scenario, segnerebbe
anche una perdita secca di centinaia e centinaia di miliardi per i
cinesi. Ma per loro sarebbe il male minore. Perché a quel
punto l’insolvenza USA sarebbe conclamata e la salvezza
starebbe nell’essersi posizionati meglio nel frattempo.
Siamo davvero alla vigilia di una tale insolvenza? Secondo Europe 2020
i dati dicono proprio questo. La spesa pubblica è esplosa
per tenere a galla Wall Street (+41%) e si associa a un crollo mai
visto prima degli introiti tributari (-28%). Soltanto nel mese di marzo
2009 il deficit federale ha toccato quota 200 miliardi di dollari, poco
meno della metà del deficit di tutto il 2008, che Bush aveva
comunque portato troppo fuori misura. Le cose non vanno meglio a
livello degli Stati, a partire dalla California di Schwarzenegger,
giù “per li rami” fino ai livelli di
governo locale. Non c’è verso per fermare la
spirale, per ora. Le professioni di ottimismo nella ripresa sono solo
parole.
Il Fondo Monetario Internazionale ha rifatto i conti delle perdite che sono e saranno determinate dal collasso finanziario in corso: non più 2.200 miliardi di dollari, bensì 4.100 miliardi. Sono oltre 600 dollari di perdite pro capite a livello mondiale, inclusi i neonati della Nuova Guinea, i vecchietti degli ospizi, e gli evasori totali. Chi pagherà? Andrebbe richiesto a quelli che «i segnali di ripresina» e a quelli che «il peggio è ormai alle spalle».

Insomma, inevitabile che dopo la fase 1 arrivi la fase 2. La Cina
sarà costretta a non misurare i passi come prima e a trovare
una soluzione diversa. Secondo gli studiosi francesi sono plausibili
diversi scenari.
Uno di questi potrebbe essere lo yuan renminbi che diventa valuta di
riserva internazionale al posto del dollaro, in compagnia
dell’euro, dello yen e di altre monete. Oppure si
può accelerare l’istituzione di una nuova valuta
di riserva che risiederà su un paniere di monete che lascia
da parte il club anglosassone.
Inutilmente sarà lubrificata la zecca di Bernanke, il
dollaro non dominerà più.
In alternativa a questi due scenari, che comunque presuppongono uno
scheletro di globalizzazione ancora presente, ce
n’è un altro: una dislocazione
geopolitica globale, imperniata su blocchi economici
continentali, che basano ciascuno i propri scambi su una diversa moneta
di riserva “regionale”. Da noi l’euro,
altrove nuove monete con funzioni simili. Il WTO diventerebbe una voce
morta delle enciclopedie. Una soluzione a suo modo ben accomodata, ma
proprio per questo più improbabile, perché le
convulsioni attese non sono affatto ordinate.
Europe 2020 punta la sua attenzione sulla riunione di New York del G20,
nel Settembre 2009, a ridosso dell’Assemblea generale
dell’ONU. I dati sin qui esposti addensano intorno a quel
periodo l’ora X delle rotture monetarie. Il summit
assisterà alla gravità della crisi che
starà martoriando gli Stati Uniti, un paese in cui
già oggi un cittadino su due sostiene di essere ad appena due
stipendi di distanza dalla bancarotta), all’interno
di una tendenza già in atto che vede la crescita drammatica
della violenza
urbana e degli omicidi.
Sarebbe uno scenario di ‘default’ degli Stati
Uniti. Un tracollo alla massima potenza. Che a sua volta innescherebbe
tante reazioni. Quali? Difficile dirlo, e capire le interazioni.
Per Europe 2020 il default potrebbe avverarsi secondo quattro diversi
modi, o con una combinazione di essi. Due scenari implicano vie
d’uscita ordinate, gli altri due avvengono nel caos:
1) il Fondo Monetario Internazionale fa per la prima volta agli USA
quello che ha fatto centinaia di volte agli altri stati: prende in
carico il budget federale e prescrive severi tagli al bilancio (da
tagliare ce n’è: l’immane spesa
militare, ma anche i programmi sociali). È uno sbocco quasi
insostenibile dal punto di vista politico, in presenza di un complesso
militare-industriale che incorpora riserve di golpismo, e di una
società che non saprebbe metabolizzare le rinunce,
perché politici e pubblicità le hanno lisciato il
pelo per decenni dicendo al mondo che “il tenore di vita
americano non è negoziabile”;
2) il Dipartimento del Tesoro decide di emettere buoni del Tesoro in
altre monete invece che in dollari. Ripeterebbe un atto di circa
trent’anni fa, su scala più piccola, ossia
un’emissione di yen e marchi decisa nel corso di una crisi
minore del dollaro. Il difetto di questo esito è che i bond
emessi sarebbero così tanti da mettere nei guai gli altri
paesi coinvolti. Non si dimentichi ad esempio che in un solo anno il
Fondo monetario Internazionale prevede che il debito pubblico italiano
passerà dal
106% al 121% del PIL.
3) il dollaro dimezza di colpo il suo valore in rapporto alle altre
valute. L’amministrazione Obama darebbe respiro finanziario
al bilancio federale e ai bond posseduti dagli stranieri con dollari
deprezzati. Una soluzione unilaterale che aumenterebbe però
il disordine globale .
4) poiché vendere ai soliti investitori esteri i bond del
Tesoro risulta sempre più difficoltoso, la Federal Reserve
è costretta a incrementare il programma TARP
(Troubled Asset Relief Program), così che si innesca la
svalutazione del dollaro, che risulta a quel punto meno desiderato da
chi investe su beni in dollari. È il canovaccio in parte
già intrapreso. Come si combinerà questa dinamica
con gli altri sbocchi?
Per capire quanto le evocazioni di una “ripresina”
siano solo pensieri illusori, basti considerare che negli USA i
principali istituti di credito beneficiati dai massicci aiuti pubblici,
a febbraio 2009 hanno diminuito
del 23% i finanziamenti concessi in rapporto a ottobre 2008,
quando il Tesoro avviò il sostegno alle banche attraverso il
TARP. Segno che anche l’economia reale precipita.
In questo quadro di crisi gli analisti francesi, nonostante
l’afasia dell’Europa, vedono in essa
un’area «meno esposta ai fattori
destrutturanti», perché meno dipendente
– con l’eccezione del Regno Unito - dal
«dollaro-debito» e perché la
sovranità degli Stati membri della UE è molto
più forte dei singoli Stati che compongono gli USA (dove non
a caso si affaccia nel dibattito politico lo spettro della secessione).
La Germania considererà di vitale importanza avere intorno a
sé un’area di integrazione che sia ancora il
mercato di riferimento per la sua industria. Forzando il senso
dell’analisi, il default degli USA ha più
possibilità di verificarsi della disgregazione della UE.
Un default, o comunque una crisi che si avvita, non sarà un
evento come tanti. Sono tempi eccezionali. Europe 2020 arriva a
consigliare di preoccuparsi dei paesi in cui circolano troppe armi da
fuoco, nonché a prepararsi a una interruzione dei pubblici
servizi essenziali, quelli sostenuti da organizzazioni vaste, per
affidarsi invece nei giorni o settimane dell’emergenza alle
reti comunitarie e familiari a corto raggio. E consiglia di fare in un
certo senso come la Cina: usare come riserva di valore non il denaro ma
metalli preziosi e beni fisici di facile scambio, utilizzabili anche
nell’ipotesi che le banche restino chiuse nei giorni del
crollo.
Quando il rapporto è uscito non era ancora nota la
proiezione del FMI sul debito pubblico italiano che sfonda gli argini
(come quello di altri paesi, del resto). Ma le previsioni per i
risparmi erano già in linea con questa realtà. Il
che implicherà pensioni integrative a lungo impoverite e
pressioni più forti sui risparmiatori (dove ancora ce ne
sono, non certo in USA) per ripagare la bolla del debito pubblico,
l’ultima bolla. E questo senza considerare ancora la
possibile grande ripresa dell’inflazione, una volta che la
banchisa della liquidità si scongelerà.
Obama ha insomma una bella gatta da pelare.
Il 70% degli scambi
di moneta avviene presso centri finanziari ricompresi nella
sfera d’influenza del dollaro, a Londra, New York, Tokio:
«Sono americane o inglesi 8 banche delle 10 più
grandi per scambio di valute che sono scomparse dal panorama economico,
come Lehman Brothers, o che sono a un passo dalla bancarotta o dalla
nazionalizzazione, come Citigroup o Royal Bank of Scotland.»
L’epicentro è lì.
Nel dicembre 2008 il Pentagono ha ricevuto un rapporto
di Nathan P. Freier dell’Istituto di studi
strategici dello US Army War College, nel quale viene descritto il
rischio di disgregazione del territorio USA e dei suoi confini per
effetto della crisi.
Obama non ha fatto rotolare alcuna testa nell’apparato della
Difesa, nonostante abbia vinto le elezioni proclamando di voler
cambiare profondamente la strategia militare del predecessore. Le forze
armate potrebbero essere chiamate a garantire
l’integrità territoriale USA e la
continuità di governo, suggerisce Freier.
Questi scenari previsionali si fermano lì. Bastano
già le previsioni infondate degli ottimisti a oltranza per
dover speculare più oltre.
Possiamo dire tuttavia che questi sono scenari di guerra, e che chi
gioca con il facile ottimismo è un’irresponsabile.
In perfetta continuità con
l’irresponsabilità beota degli anni che ci hanno
portato al disastro.
Dovremo essere pronti a non accettare nessuna scorciatoia: guerre
all’Iran, ossessioni antiterroristiche alimentate a bella
posta, poteri speciali, il catalogo è vasto. Obama si mostra
ancora come il punto d’equilibrio in cui si intrecciano
insieme fili di credibilità e di speranza. Ma una volta che
quell’equilibrio si spezzerà saremo tutti in
pericolo.
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