Mammaliturchi 2.0: Operazione antipirati - 05/05/09
(1484 _READS) 
di
Antonio Mazzeo
I paradossi della Storia. Un tempo, le cristianissime nazioni
d’Europa mobilitavano le flotte navali in nome della
libertà di navigazione nel Mediterraneo e contro i pirati
“turchi”. Oggi l’Occidente affida la
guida e il coordinamento della campagna militare contro la pirateria
nelle acque del Golfo di Aden alla Turchia, paese membro della NATO che
non trova però ospitalità nella UE per i
bassissimi standard in materia di diritti umani ed i ricorrenti
massacri del popolo kurdo.
Domenica 3 maggio, la V Flotta USA ha trasferito il comando delle
operazioni di guerra contro i pirati somali alla fregata turca
lanciamissili “TGC Giresun”. Sarà
così l’ammiraglio Caner Baner a dirigere la
Combined Task Force (CTF) 151, la flotta aereonavale multinazionale
attivata nel gennaio 2009 dal Comando dell’US Navy in
Bahrein, a cui partecipano 50 unità da guerra di una
quindicina di nazioni di Africa, Asia, Europa e nord America. La
CTF-151 opera in un’estesissima area geografica compresa tra
il Corno d’Africa e l’Oceano Indiano,
congiuntamente con le flotte navali dell’Unione Europea
(“EUNAVFOR Atalanta”) e dalla NATO
(“Standing Naval Maritime Group One –
SNMG1”).
È la prima volta da quando ha preso il via la crociata
anti-pirati che il comando generale delle operazioni non è
affidato agli Stati Uniti d’America. La fregata
“TGC Giresun”, con a bordo 263 militari, un team di
sommozzatori-assaltatori e due elicotteri per la lotta anti-nave e
anti-sottomarini, aveva lasciato il porto egeo di Marmaris lo scorso
mese di febbraio per trasferirsi nel Golfo Persico. Come è
stato segnalato da alcuni osservatori, la Turchia non aveva mai
partecipato ad operazioni navali out-of-area per periodi
così lunghi. Poca dimestichezza con i complessi scenari del
Corno d’Africa, dunque, ma un’indiscutibile
fedeltà al grande alleato d’oltreoceano. Motivo
sufficiente perché Washington promuova Ankara alla guida
della task force internazionale.
Intanto la NATO ha deciso di prorogare fino al 28 giugno la presenza
nelle acque del Corno d’Africa dello “Standing
Navale Maritime Group One”, il gruppo di pronto intervento
navale a cui partecipano Canada, Olanda, Portogallo e Spagna.
Costituito nel 2006 come componente navale della Forza di Intervento
Rapido (NRF) della NATO, il gruppo navale è stato
prontamente dirottato dal Pakistan al Golfo di Aden per proseguire i
pattugliamenti anti-pirati e la scorta dei mercantili. Nei piani di
Bruxelles lo SNMG1 avrebbe dovuto lasciare il porto di Karachi per una
missione a Singapore e in Australia. Ma al summit NATO dello scorso 4
aprile, i capi di Stato dei paesi membri si sono detti concordi a che
l’alleanza militare assuma un “ruolo a lungo
termine” nella lotta alla pirateria, annullando
così la crociera delle unità da guerra in Estremo
Oriente e in Oceania.
Altre due importanti novità si registrano intanto
all’interno della coalizione internazionale che ha dichiarato
guerra alla pirateria. Il 25 febbraio 2009, il Consiglio federale della
Svizzera ha autorizzato l’impiego dell’esercito in
appoggio alle operazioni della flotta “EUNAVFOR
Atalanta” dell’Unione Europea. La partecipazione di
personale militare (30 persone al massimo per una durata di un anno)
sarà limitata alla protezione dei mercantili battenti
bandiera svizzera e alle navi del Programma alimentare mondiale (PAM)
delle Nazioni Unite. Per quella che sarà la prima operazione
militare navale della storia della Svizzera, sono stati stanziati 9,8
milioni di franchi.
Nel lontano Giappone, la Camera bassa ha approvato un disegno di legge
anti-pirateria che permetterà alla Marina militare nipponica
di usare le armi durante la scorta delle imbarcazioni straniere al
largo delle coste somale. Il Giappone aveva inviato due
cacciatorpediniere nel Golfo di Aden per partecipare alle operazioni
della “Combinated Task Force CTF- 151” , ma non era
stata autorizzato l’uso della forza per sventare i sequestri.
Da oggi anche il Giappone potrà partecipare ad eventuali
operazioni di combattimento in mare o in territorio somalo.
Tutto lascia ormai pensare che si faccia imminente l’attacco
contro le basi terrestri dove, secondo il Pentagono, si nasconderebbero
i pirati. Negli Stati Uniti sono sempre più numerosi i
servizi giornalistici e radiotelevisivi che equiparano
“terrorismo islamico” e “pirateria
somala”, descrivendo improbabili legami strategico-operativi
tra i gruppi di combattenti che si oppongono all’occupazione
alleata dell’Iraq e dell’Afghanistan e gli autori
degli assalti ai mercantili. L’Associated Press, in un
recente articolo a firma della giornalista Lolita C. Baldor, riporta le
dichiarazioni di alcuni funzionari dell’esercito e
dell’anti-terrorismo USA, secondo i quali “sta
crescendo l’evidenza che gli estremisti stanno fuggendo dal
confine Pakistan-Afghanistan tentando d’infiltrasi in Africa
orientale, portando con loro le sofisticate tattiche terroristiche e le
tecniche di attacco acquisite durante sette anni di guerra contro gli
Stati Uniti e i loro alleati”.
“L’allarme è che la Somalia si appresti
a divenire il nuovo Afghanistan, un santuario dove i gruppi legati ad
al-Qaeda potrebbero addestrarsi e pianificare gli attacchi contro il
mondo occidentale”, aggiungono le fonti militari. Il numero
di estremisti islamici giunti in Corno d’Africa sarebbe
ancora abbastanza piccolo, non più di 24-36 persone,
“ma una cellula di queste dimensioni è stata
responsabile dei devastanti attentati dell’agosto 1998 contro
le ambasciate USA in Kenya e Tanzania che causarono la morte di 225
persone”. Il generale William “Kip” Ward,
capo di Africom, il Comando statunitense per le operazioni nel
continente africano, ha confermato all’Associated Press,
l’“inquietudine” delle forze armate USA
per quanto starebbe accadendo in Somalia. “Quando hai a
disposizione ampi spazi territoriali, che sono senza governo, riesci ad
avere un rifugio sicuro per le attività di sostegno e per
quelle di addestramento”, ha dichiarato Ward. “E i
combatterti stranieri che si stanno trasferendo in Africa orientale
accrescono la minaccia terroristica nella regione”.
Secondo il Pentagono, il rischio terrorismo in Somalia proverrebbe dal
gruppo islamico Al-Shebab, i cui uomini controllano ormai buona parte
del paese, e dall’organizzazione militare nota con
l’acronimo EEAQ. “Anche se ancora non viene
considerata come una cellula ufficiale di al-Qaeda – scrive
l’Associated Press – l’EEAQ ha legami con
i maggiori leader terroristici ed è stata implicata negli
attentati del 1998 in Tanzania e Kenya”. Secondo Washington,
EEAQ ed Al-Shabab potrebbero decidere di addestrasi ed operare
congiuntamente, “favorendo l’ingresso delle fazioni
terroristiche di al-Qaeda tra le migliaia di miliziani che vivono in
Somalia, organizzati prevalentemente su basi claniche e impegnati fino
ad oggi in diatribe interne”.
Anche all’interno dell’Alleanza Atlantica non
mancano i sostenitori della tesi sulla penetrazione di al-Qaeda in
Corno d’Africa. In un’intervista al quotidiano on
line «Il Velino», un “alto ufficiale di
provenienza NATO” ha dichiarato che la Somalia è
“al momento utilizzata per reclutare e addestrare
guerriglieri da inviare nelle aree
‘calde’”. “Presto
però, si passerà ad altro come gli attacchi
terroristici”, ha aggiunto l’anonimo interlocutore.
Ricordando il sanguinoso attentato suicida del 12 ottobre del 2000
contro la fregata statunitense USS Cole, ancorata nel porto di Aden,
l’ufficiale ipotizza che le flotte militari internazionali
anti-pirateria potrebbero essere il prossimo bersaglio di un atto
terroristico.
Con uno schema propagandistico già sperimentato alla vigilia
dell’attacco all’Iraq di Saddam Hussein, gli alti
comandi USA e NATO descrivono minuziosamente alleanze e minacce
diaboliche, senza fornire però elementi concreti che provino
quanto dichiarato. Basta però a creare un clima
d’insicurezza generale e legittimare i piani
d’intervento militare in Somalia.
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