Retroscena di un falso attentato - 27/05/09
(3702 _READS) 
di
Pino Cabras
- Megachip
“Attentato sventato a New York”, strombazzavano i
media il 20 maggio 2009. La notizia ha meritato titoloni e tanti
commenti che hanno riempito le “breaking news” e
qualche paginone, ma finora si è indagato poco.
Per la maggior parte dei media è scattato il riflesso di chi
dice “non abbassiamo la guardia”. E Dick Cheney,
l’anima nera della precedente amministrazione USA, ne ha
approfittato per l’ennesima tirata contro chi vuole
smantellare il sistema da lui messo in piedi. Ma cosa è
successo davvero a New York? Un’analisi appena più
approfondita rivela sorprese clamorose.
Le vicende di “attentati sventati” degli ultimi
anni mostrano in comune il ruolo ambiguo dei servizi di sicurezza.
Non fa eccezione l’ultimo caso newyorchese.
Scopriamo che i quattro «terroristi islamici» hanno
una biografia da sfigati ricattabili, delinquenti abituali statunitensi
di facile manipolabilità, e dal profilo jihadista
improbabile. Il loro ordigno al plastico disposto dinnanzi a una
sinagoga non è esploso, era “inerte”.
Gli era stato fornito da un quinto elemento, un agente
dell’FBI infiltratosi con la promessa di fornire un kit del
perfetto terrorista che comprendeva anche un falso missile (per
abbattere un aereo). Le mosse erano seguite passo dopo passo, di fatto
governate, da molti mesi, in sinergia con altre agenzie federali.
Un importante elemento di raccordo fra i quattro e l’FBI era
il cinquantaduenne pakistano Shahed Hussain, diventato informatore
dell’agenzia federale dopo che nel 2002 era stato incriminato
per banali reati legati a questioni d’immigrazione, e reso
così prono ai ricatti. Hussein si presentava ai quattro con
molta disponibilità di denaro e con promesse di procurare
armi e ordigni speciali.
Ma il pezzo grosso dell’FBI è un altro. Risponde
al nome di Robert Fuller. È un agente che ricompare in
diverse vicende controverse, sin dalle circostanze legate agli eventi
dell’11 settembre 2001.
Fuller nell’agosto
del 2001 ebbe l’incarico di rintracciare e arrestare due
persone molto sospette, Khalid al-Mindhar e Nawaf al-Hamzi. La
segnalazione era giunta dalla CIA il 23 agosto dopo che i due erano
giunti sul suolo USA. Qualche settimana ancora, e i loro nomi sarebbero
stati ricompresi nella lista dei presunti dirottatori
dell’11/9. La ricerca di Fuller fu talmente svogliata, che
finanche la Commissione sull’11/9 ebbe a menzionarne
l’indolente inefficacia.
Fuller riappare in cronaca nel novembre 2004. A Washington, sul
marciapiede davanti alla Casa Bianca, un uomo si dà fuoco.
È lo yemenita Mohamed Alanssi. Sopravvive con il trenta per
cento del corpo coperto di ustioni. Nel frattempo emerge un documento
di suo pugno nel quale spiega in qualche modo l’insano gesto.
È una lettera per Robert Fuller, eccolo lì di
nuovo, il quale lo aveva reclutato come informatore. Alanssi scrive di
voler vedere la sua famiglia in Yemen prima di dover testimoniare in un
tribunale USA su spinta di Fuller perché si dice certo che,
dopo quella deposizione, la sua famiglia e lui stesso moriranno. Al
«Washington Post» rivela: «Ho fatto un
grosso errore a collaborare con l’FBI. L’FBI ha
distrutto la vita mia e della mia famiglia, intanto che mi prometteva
l’ottenimento della cittadinanza e di pagarmi 100 mila
dollari». La somma fu erogata, ma Alanssi non
acquisì la cittadinanza USA. La moneta di scambio era una
testimonianza a carico di svariati imputati islamici.
Robert Fuller lo rivediamo in Afghanistan, all’aeroporto di
Bagram, dove interroga - con i metodi disumani consentiti in questi
anni di torture e pressioni - un quattordicenne afghano, Omar Khadr,
orbo di un occhio dopo il combattimento in cui è stato
catturato. A Khadr sono mostrate diverse foto di presunti guerriglieri,
e gli viene chiesto un qualche riconoscimento. Fuller riesce a
estorcere al giovane l’identificazione di un uomo canadese di
origine mediorientale, Maher Arar, che a quel punto deve rispondere
all’accusa di essere stato fra i guerriglieri afghani. Arar
è arrestato sul suolo canadese e diventa uno dei tanti casi
di «extraordinary rendition».
Nell’incertezza giuridica sul grado di copertura sulle
pratiche di tortura, Arar è consegnato alla Siria, dove ci
sono meno esitazioni costituzionali sui supplizi di Stato (e questo
è uno dei più stupefacenti casi di collaborazione
fra paesi che altrimenti non si risparmiano atti ostili). Lì
Arar viene torturato per mesi e mesi, come è avvenuto in
tanti altri casi. Il ragazzo che lo ha accusato finisce intanto nel
campo di Guantanamo, dove la commissione militare speciale lo processa
nel gennaio 2009. Fuller è chiamato a testimoniare e
l’agente FBI ribadisce che il riconoscimento di Arar
è avvenuto sulla base di una foto. Il controesame del
testimone spinge Fuller ad ammettere che all’inizio il
riconoscimento non era stato così netto, anzi era proprio
vago, e che solo una protratta «intensa pressione»
aveva spinto Khadr a ricomporre in modo più assertivo il
ricordo.
Peccato che nel frattempo gli inquirenti canadesi trovano le prove che
il loro concittadino, proprio nel periodo in cui secondo Khadr e Fuller
si trovava in Afghanistan, era invece in patria. Le autorità
si rivolgono alla Siria per riavere Arar, evidentemente innocente. La
sua storia viene raccontata dalla cronista Kerry Pither in un libro
(Dark Days: The
Story Of Four Canadians Tortured In The Name Of Fighting Terrorism).
E poi arriviamo all’ultima vicenda.
I quattro
terroristi “islamici” fatti arrestare da
Robert Fuller nel 2009 sono: James Cromtie, 44 anni, di cui 12 in
prigione, un bugiardo patologico, un violento; David Williams, 28 anni,
pluripregiudicato, il quale possiede una pistola da quando se ne compra
una coi soldi datigli dall’FBI; Onta Williams, 32 anni, una
vita dentro e fuori le prigioni; Laguerre Payen, 27 anni, pregiudicato,
schizofrenico sottoposto a trattamento con psicofarmaci.
I quattro hanno incontrato questa caricatura di jihadismo soltanto
perché un agente provocatore glielo ha proposto, con
insistenze e azioni perseveranti, prospettando loro denaro e armi. Li
ha messi insieme lui, insomma. L’allegra compagnia
“islamista” non si priva di droghe,
banchetti e sontuose bevute.
Il ritratto che emerge somiglia a quello di altri personaggi bizzarri
che abbiamo imparato a riconoscere anche nelle cronache sulle
deviazioni dei servizi segreti italiani nel corso degli anni, anche di
recente, come nei casi di Mario Scaramella o Igor Marini. Sempre oltre
il filo dell’impostura e della millanteria, questi soggetti
compiono atti che si muovono macchiettisticamente lungo le frange
esterne delle trame dei servizi segreti, con coperture, depistaggi,
manovre che creano confusione, ma sempre disseminate di riconoscibili
contatti con autorità governative. La commistione di vero e
falso dei loro racconti e delle schede che li riguardano sembra
indicare anche una loro strutturale indifferenza psicologica rispetto
al confine tra verità e inganno. Basterebbe poco a
smascherare le trame.
Tutta la vicenda dei quattro balordi di New York somiglia
maledettamente a un sistema messo in piedi qualche anno fa
nell’ambito della Guerra al Terrore. Un comitato di
consulenti in seno al Pentagono, il Defense Science Board,
nell’estate del 2002 ha proposto la creazione di una squadra
di un centinaio di uomini, il P2OG (Proactive, Preemptive Operations
Group, ossia Gruppo azioni attive e preventive), con il compito di
eseguire missioni segrete miranti a ‘stimolare
reazioni’ nei gruppi terroristici, spingendoli a commettere
azioni violente che poi li metterebbero nelle condizioni di subire il
‘contrattacco’ delle forze statunitensi (1).
Il paradosso di una simile operazione è spinto fino a limiti
estremi. Pare che il piano debba in qualche modo opporsi al terrorismo
causandolo.
In base al documento prodotto presso il Dipartimento della Difesa
statunitense, altre strategie comprendono il furto di denaro a delle
cellule di terroristi o azioni di depistaggio attraverso comunicazioni
false. Viene subito alla mente il caso del falso comunicato n. 7 delle
Brigate Rosse durante il sequestro di Aldo Moro, nel lontano 1978, uno
dei tanti depistaggi degli ‘anni di piombo’, quando
erano in incubazione su scala limitata i metodi poi estesi alla
globalizzazione della paura.
Gli atti precisi cui ricorrere per ‘stimolare
reazioni’ nei gruppi terroristici non sono stati svelati, il
tutto in ragione della riservatezza di fonti e contatti da non
compromettere.
Un’organizzazione come questa è perfetta per
creare confusione e depistaggi, quel genere di caos che si determina
nel passaggio dall’«infiltrazione» alla
«provocazione».
Il documento del Pentagono si spinge poi a spiegare che l’uso
di questa tattica consentirebbe di considerare responsabili degli atti
terroristici provocati quei paesi che ospitassero i terroristi, a quel
punto considerati dei paesi a rischio sovranità.
Il grande giornalista investigativo Seymour Hersh, una mosca bianca fra
la grande stampa, ha rivelato già all’inizio del
2005 che il P2OG è
stato rimesso all’opera. Cosa svelava Hersh?
«Sotto il nuovo approccio di Rumsfeld, mi è stato
riferito (da fonti interne ai servizi americani, ndr) che agenti
militari USA sarebbero stati autorizzati all’estero a
fingersi uomini d’affari stranieri corrotti, intenti a
comprare pezzi di contrabbando che possano essere utilizzabili per
sistemi d’armamento atomici. In certi casi, stando alle fonti
del Pentagono, dei cittadini locali potrebbero essere reclutati per
entrare a far parte di gruppi guerriglieri o terroristici.
Ciò potrebbe comprendere l’organizzazione e
l’esecuzione di operazioni di combattimento, o perfino
attività terroristiche.»
Evidenziamo: «perfino attività
terroristiche».
Anche il prossimo libro di Hersh, di imminente pubblicazione,
sarà incentrato sull’esistenza di un mondo
pseudo-terroristico e para-terroristico che ha pericolosi punti di
contatto con strutture dotate di una qualche patina di
legalità.
La recente vicenda di New York, così come le vicende degli
attentati londinesi reali o sventati tra il 2005 e il 2007, e altri
episodi ancora, sembrano indicare un metodo di lavoro molto
consolidato, in grado di inquinare la scena pubblica con una paura
indotta.
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(1) Russ Kick (a cura di), 50 cose che forse non sai, San Lazzaro di
Savena, Nuovi Mondi Media, 2005. Una descrizione della losca operazione
‘P2OG’ è presente anche in Bruno
Cardeñosa, 11-S. Historia de una infamia, las mentiras de la
versión official, Malaga, Corona Borealis, 2003.
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