Quali prospettive per l’economia mondiale? - 9/06/09
(1711 _READS) 
di
Stefano Sylos Labini
- da eticaeconomia.it
Oggi ci troviamo in un momento cruciale nell’evoluzione
dell’economia mondiale. Da un lato il sistema capitalistico
è precipitato in una gigantesca crisi di sovrapproduzione la
quale è scoppiata per effetto del crollo della domanda
aggregata.
Dall’altro lato le politiche keynesiane di spesa in deficit,
che in questo periodo sono affiancate da una fortissima espansione
monetaria attuata dalle Banche Centrali di tutto il mondo,
rappresentano nel breve periodo l’unico sistema di intervento
in grado di trainare la ripresa della domanda, della produzione e
dell’occupazione. Così l’espansione del
debito può far crescere il Pil e il gettito fiscale
esercitando una spinta verso il contenimento del rapporto tra debito e
reddito. La ripresa dell’economia a sua volta è
una condizione fondamentale per riattivare il credito bancario e
più in generale la creazione di moneta (potere di acquisto)
da parte del mercato.
Nel modello di
sviluppo che ha prevalso a partire dagli anni di Reagan e della
Thatcher (inizio degli anni ’80) e che ci ha fatto
precipitare nell’attuale crisi finanziaria ed economica, la
crescita dei salari, della spesa sociale e dell’offerta di
moneta pubblica (base monetaria) è stata sostituita con
un’espansione eclatante dell’indebitamento privato
(debito delle famiglie, delle imprese e del settore finanziario; Tab.
1; Fig. 1). Così la domanda di beni di consumo, di
abitazioni e di attività finanziarie è stata
alimentata in larga misura dal credito bancario e da strumenti
derivati[1].
Oggi il modello di sviluppo
fondato su una crescente divaricazione nella distribuzione della
ricchezza mostra tutti i suoi limiti perché
l’eccesso di indebitamento privato può avere degli
effetti nefasti nel momento in cui la crescita dell’economia
tende a rallentare, si creano delle aspettative negative ed inizia a
ridursi il prezzo degli immobili e delle azioni che garantivano i
debiti privati. Nel settembre del 2008 tali fenomeni hanno provocato il
crollo della fiducia nella capacità di rispettare gli
impegni di pagamento e la paralisi del credito bancario
all’economia. Si è determinata così una
violentissima restrizione monetaria che ha prodotto un’enorme
vuoto di domanda e quindi la caduta della produzione e
dell’occupazione.
Si tratta
perciò di rivedere il modello di sviluppo che si
è imposto negli ultimi 30 anni perché senza un
nuovo consumatore che prenda il posto del consumatore americano
iper-indebitato, il mondo rischia di andare incontro ad un periodo
prolungato di rallentamento economico.

Tab. 1 Composizione del debito degli Stati Uniti in miliardi di dollari
e in rapporto al Pil al 30 giugno 2008. Alla fine del 2009 il debito
complessivo del Governo federale e locale dovrebbe toccare il 90-95%
del Pil. Fonte: Federal Reserve.

Fig. 1 Rapporto tra debiti totali e prodotto interno lordo negli Stati
Uniti nel periodo 1916-2008. Fonte: Federal Reserve.
In altri termini, la crisi che il mondo attraversa non è
ciclica ma strutturale ed è legata all'eccessiva dipendenza
dal consumatore americano. Il pianeta ha bisogno di maggior consumo in
India, Cina ed Europa altrimenti, sarà difficile che ci sia
una domanda adeguata in grado di assorbire le enormi
potenzialità produttive che oggi esistono nei paesi avanzati
e nei paesi di recente industrializzazione come Cina e India. E una
maggiore domanda la si può ottenere solo puntando
sull’espansione dell’occupazione e sulla crescita
dei salari di centinaia di milioni di persone. Ciò significa
che gli interventi pubblici attuati nel breve periodo vanno
accompagnati con politiche per la redistribuzione del reddito che si
devono fondare su una decisa lotta all’evasione
fiscale e su una maggiore tassazione dei redditi alti, dei
beni patrimoniali e delle attività finanziarie.
Nei paesi avanzati la
creazione di occupazione e l’aumento dei salari rappresentano
delle condizioni fondamentali non solo per il sostegno dei consumi, ma
anche per la riduzione del lavoro precario e per eventuali riforme
volte ad innalzare l’età pensionabile.
Quest’ultima è una richiesta che proviene in primo
luogo dalle Associazioni degli Industriali, le quali durante le fasi di
crisi si comportano esattamente al contrario poiché
ricorrono alla cassa integrazione e ai pensionamenti anticipati delle
unità di lavoro più anziane con i livelli
retributivi più alti.
L’eccesso
di offerta in rapporto alla domanda e la disponibilità di
forza lavoro abbondante e a basso costo a livello mondiale hanno
determinato la continua perdita di forza contrattuale dei lavoratori
sul piano economico e la crisi delle forze di sinistra sul piano
politico. I salari dei lavoratori dei paesi avanzati con il procedere
della globalizzazione e con la comparsa di nuove aree produttive sulla
scena mondiale hanno subito una concorrenza fortissima da parte dei
lavoratori immigrati a basso costo in patria e dei prodotti a basso
costo realizzati nei paesi in via di sviluppo. A questo si aggiunge una
tendenza verso la frantumazione delle attività produttive
determinata dai fenomeni di esternalizzazione e del sub-appalto oltre
ad un abnorme espansione del lavoro precario e ad un aumento rilevante
della disoccupazione. Per tali motivi oggi è molto difficile
mettere in pratica politiche redistributive in grado di far
crescere i redditi più bassi nei paesi avanzati.
Per cercare di
rompere questa situazione negativa la prima cosa da fare sarebbe quella
di creare un salario minimo al di sotto del quale non si può
scendere. E’ vero che questo intervento potrebbe determinare
il ricorso al lavoro nero, per questo il salario minimo deve essere
composto da una quota che viene pagata dall’impresa a cui si
aggiunge una quota che deve essere corrisposta dallo Stato sottoforma
di affitti agevolati, tariffe elettriche, telefoniche e del gas
scontate, detassazioni sui beni di prima necessità, servizi
a prezzo sociale (scuola, spese mediche, ecc.).
Ma come fare se i
paesi avanzati hanno un deficit pubblico e delle spese per interessi
sul debito molto elevate ? Probabilmente un intervento di
sostegno potrebbe essere effettuato attraverso la creazione di base
monetaria per assorbire quote rilevanti di debito pubblico.
Ciò significa che anche le Banche Centrali dovrebbero
svolgere un ruolo attivo nello sviluppo dell’economia, un
ruolo che non deve essere solo difensivo e rivolto principalmente a
sostenere il sistema bancario come sta avvenendo nel periodo attuale.
Come abbiamo visto, in questi mesi la Federal Reserve ha prodotto
un’eclatante espansione della base monetaria per cercare di
arginare il crollo della domanda, della produzione e
dell’occupazione e per evitare il fallimento di gran parte
del sistema finanziario americano. E allora perché gli
interventi delle Banche Centrali devono essere limitati solo ai periodi
di crisi violenta e non devono proseguire sino a che non si raggiungono
livelli di piena occupazione e di salari dignitosi per tutti ?
Secondo le concezioni
dominanti una tale linea di intervento alimenterebbe
l’inflazione, ma se i salari corrisposti dalle imprese
crescono con la stessa velocità della
produttività non si produce alcuna tensione sui prezzi al
consumo, e se esiste capacità produttiva inutilizzata
difficilmente si avrà un eccesso di domanda sulla
produzione. In effetti oggi l’unico rischio di inflazione
proviene dalla crescita del prezzo del petrolio per un aumento troppo
rapido dei consumi rispetto all’offerta, per le tensioni
geopolitiche e per i fenomeni di speculazione finanziaria. La
possibilità di scongiurare l’“inflazione
da petrolio” dipende in primo luogo dalla capacità
del pianeta di riuscire a sviluppare nel lungo periodo fonti
energetiche diverse rispetto ai combustibili fossili. Cioè
dipende dalle strategie di politica energetica e industriale che
saranno perseguite per aumentare le spese in ricerca, gli investimenti
e la produzione di nuove tecnologie energetiche.
Accanto ad un
sostegno immediato dei salari e delle fasce sociali più
deboli, è augurabile anche un intervento per la creazione di
occupazione attraverso grandi progetti tecnologici e
infrastrutturali, come sta già avvenendo negli
Stati Uniti. In Europa questi progetti potrebbero essere finanziati con
gli “eurobonds”. La riduzione della disoccupazione
oltre ad alimentare i consumi permetterebbe di far ottenere ai
lavoratori un maggiore potere contrattuale e quindi consentirebbe di
portare avanti politiche incisive per la redistribuzione del reddito,
condizione fondamentale per garantire uno sviluppo sostenibile nel
lungo periodo.
Inoltre, è
necessario che il settore bancario, in cui vi sono gigantesche
concentrazioni di potere, sia messo sotto un controllo politico e
sociale molto più stringente di quanto possano fare oggi le
autorità antitrust e gli organismi di regolazione
internazionali proprio per canalizzare le risorse finanziarie verso gli
investimenti produttivi e le spese sociali.
Per concludere, i paesi
avanzati hanno altre grandi responsabilità oltre a quelle di
offrire salari dignitosi e un’occupazione per tutti i
cittadini residenti nei propri territori. Come detto, devono trainare
una rivoluzione energetica per ridurre la dipendenza dai combustibili
fossili e l’impatto ambientale della produzione e dei consumi
sul clima del pianeta. Inoltre, è nell’interesse
dei paesi avanzati promuovere lo sviluppo dei paesi poveri. Si tratta
di decisioni non più rinviabili per ridurre i fenomeni
migratori che stanno mettendo sempre più a rischio la
coesione sociale nei paesi avanzati e che non sono moralmente
accettabili per le popolazioni povere le quali vengono sradicate dai
loro territori e sono costrette ad emigrare in ambienti ostili con dei
costi umani altissimi.
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[1]
E’ importante sottolineare che l’enorme espansione
della massa monetaria creata dal mercato sino alla crisi di settembre
del 2008 non ha determinato una crescita significativa dei prezzi dei
beni di consumo, mentre ha alimentato l’inflazione dei prezzi
degli immobili e delle quotazioni azionarie. L’inflazione
immobiliare e finanziaria a sua volta attraeva masse sempre
più grandi di capitali in questi settori finché i
prezzi non hanno iniziato a diminuire.
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