Berlinguer, pensieri lunghi - 12/06/09
(2731 _READS) 
di Pino
Cabras - Megachip
A venticinque anni dalla morte di Enrico Berlinguer diverse commemorazioni
provano a distillare un ricordo della figura di questo importante
politico italiano. Il paesaggio modellato dalla sabbia del tempo
è irriconoscibile rispetto ad allora, perciò
è il momento di iniziare a collocarlo storicamente.
CON VIDEO DI PANDORA TV IN FONDO ALLA PAGINA
Quando Berlinguer esercitò la carica di segretario del Pci (1972-1984)
si misurò acutamente con i problemi specifici della crisi
italiana. Dopo il 1968 fu sempre più chiara la crisi della
formula di governo del centro-sinistra imperniato sulla Dc e il Psi. Il
quadro costituzionale italiano non era una democrazia
dell’alternanza; dalle crisi strutturali di una formula
politica, così come era accaduto per il centrismo
alla fine degli anni cinquanta, si tendeva a uscire con un allargamento
“consociativo” dell’area di governo
intorno alla Dc. I leader più avvertiti della Dc e del Pci,
Aldo Moro ed Enrico Berlinguer, organici a quel quadro costituzionale,
riflettevano sulla prospettiva di intese nuove tra i loro partiti e tra
le forze sociali e culturali che rappresentavano. Questo non avveniva
senza conflitti. La fine di quell’esperienza storica ha
mutato profondamente la sfera pubblica italiana, fino a trovare una suo
forma materiale opposta, negli anni di Berlusconi.
Ma i loro mondi di riferimento, quelli di Moro e Berlinguer, erano
pronti al salto di qualità che volevano imprimere alla
democrazia italiana? Possiamo dire che non era pronto il quadro
internazionale, quando c’erano i blocchi politico-militari
imperniati su Usa e Urss, che mal tolleravano esperimenti come quello
di un paese allora di frontiera, l’Italia. E forse non lo era
la società, nel frattempo attraversata da un sottofondo di
grandi mutamenti che si sarebbero presentati prima o poi in tutta la
loro forza, pronti a un impatto politico e culturale di vaste
proporzioni.
La secolarizzazione dei valori e dei costumi degli italiani, avvenuta
con lo sviluppo capitalistico del dopoguerra, aveva reso minoritaria la
porzione degli italiani che adeguavano il loro comportamento alla
dottrina della chiesa. Ma anche i valori della sinistra erano stati
erosi dal tipo di sviluppo che c’era stato in Italia. Lo
Statuto dei lavoratori, approvato nel tempo in cui esisteva ancora una
diffusa etica del lavoro, trovava applicazione in una
società in cui certe riserve etiche si erano via via
logorate: le nuove garanzie offerte ai lavoratori si saldavano anche
con nuovi comportamenti che diventavano spesso un fattore aggiuntivo di
crisi della produttività.
Affluent society, si è detto. Sia il patrimonio culturale
cattolico che il patrimonio culturale comunista erano sottoposti a
forti sollecitazioni che nascevano dalle trasformazioni di una
società ormai vicina agli altri paesi industriali
dell’Occidente. Una società molto diversa dai
tempi del compromesso costituzionale e dal quadro etico tradizionale di
quelle due culture.
La battaglia del referendum sul divorzio (12 maggio 1974)
rimescolò ulteriormente le carte. Una parte dei cattolici
sostenne pubblicamente le ragioni del No all’abrogazione
della legge sul divorzio. Il Pci arrivò subito dopo ai suoi
massimi storici.
Il motivo iniziale del profilarsi di nuove intese, secondo la formula
della “terza
fase” di Moro e la formula del “compromesso
storico” di Berlinguer, era essenzialmente un
motivo difensivo. Ci si difendeva dalle difficoltà di una
democrazia ormai più complessa e difficile da governare.
Cosa c’era dietro la
strategia berlingueriana del compromesso storico? C’era
un’analisi della nostra società, basata su una
visione fortemente pessimistica della strutturale debolezza delle
nostre istituzioni democratiche e della incessante tentazione
autoritaria in una parte significativa delle classi dirigenti. Questa
analisi era associata alla convinzione che solo la difesa del sistema
dei partiti, così come configuratosi ai tempi della
Resistenza, potesse lasciare spazio alla possibilità di
rinnovare e trasformare l’Italia.
Tuttavia in Berlinguer si produceva uno sforzo creativo:
l’incontro del Partito comunista con il mondo cattolico era
visto quale condizione necessaria per dare una risposta al degrado
morale del paese, opponendosi alla logica
«[dell’esaltazione di particolarismi e]
dell’individualismo più sfrenati, del consumismo
più dissennato». Il compromesso storico acquisiva
nel giudizio del leader comunista
sull’«austerità» un crescente
significato morale e diventava il modo di superare molti elementi del
sistema capitalistico, per la realizzazione di un processo
rivoluzionario, in forme democratiche e nonviolente.
L’idea dell’austerità, come vedremo,
è un esempio molto interessante dell’approccio di
Berlinguer alla crisi italiana. Tutte le società opulente si
ritrovarono a fronteggiare, dopo lo shock petrolifero del 1973, la fine
dell’età dell’oro del capitalismo del
Novecento. L’Italia, così come altri paesi
dell’Occidente, era reduce da decenni di notevoli consumi, di
demagogia fiscale, di speculazioni monetarie e finanziarie, di spirali
di indebitamento. Era una crisi meno grave di quella che viviamo oggi,
ma certamente fu il primo e perciò più scioccante
arretramento dopo decenni.
La crisi energetica acuì la fragilità del sistema
economico e minò le basi di consenso democratico degli
Stati. Le risorse non apparivano più illimitate. Produrre di
più minacciava l’equilibrio ecologico. Se
l’ampliamento dei diritti sociali era ancorato solo alla
prospettiva della crescita economica, la fine della crescita minacciava
i diritti. In prospettiva minacciava la pace e la sopravvivenza
dell’umanità.
Una percezione nuova di tali temi andava maturando in luoghi
‘borghesi’, come il Club di Roma e il suo The
Limits of Growth (che in italiano è stato impropriamente
tradotto con I limiti dello sviluppo), o come il Massachussets Institut
of Technology. Le tematiche dell’ambientalismo iniziarono
allora a sollecitare un’autocritica del paradigma tecnologico
delle moderne società industrializzate.
È da quegli anni che il problema dei problemi per
l’azione quotidiana di chi governa diventa quello dei
sacrifici e dei tagli. È la crisi del Welfare state. Da
allora nessun politico che voglia agire da statista può
eludere questo problema. Il dramma è che molti politici sono
giunti alla conclusione che qualsiasi proposta di aumenti delle imposte
equivalga a un suicidio elettorale. Come conseguenza, le competizioni
elettorali sono diventate gare di menzogna fiscale. I governi eludono
sia l’elettorato sia le assemblee rappresentative. Siccome i
politici temono di dover dire agli elettori le cose che questi non
desiderano sentire, la politica è diventata l’arte
dello schivare. Le vere sedi delle decisioni politiche sono senza
controllo elettorale. Il declino dei partiti di massa, che abbiamo
potuto registrare anche nelle elezioni europee del 2009, sta
sopprimendo il più importante motore sociale, quello che
trasformava anche uomini e donne comuni in cittadini capaci di azioni
politiche incisive.
Certo, è stato proposto un diverso paradigma politico e
sociale, quello neoliberista, che ha avuto campo libero per decenni. Il
proposito è stato la corrosione della ragion di stato ad
opera della ragion d’impresa che rifiuta vincoli
perché non riconosce le disuguaglianze. Questo è
avvenuto con altissimi costi sociali e con l’aggravamento del
debito pubblico e del caos finanziario. L’effetto
più evidente di tutto ciò è stata una
progressiva delegittimazione delle politiche di solidarietà
e della politica tout court.
Tra le tante letture del fenomeno “Tangentopoli” e
della “Casta” che oggi possiamo fare, una
può essere questa: se la politica elude il problema di
coniugare efficienza e solidarietà, allora si corrompe e
mette in scacco la democrazia. Può ingannare i cittadini
corrompendo il bilancio, ma il nodo prima o poi viene al pettine.
Oppure inizia a denunciare lo Stato sociale e ad abbandonare i deboli,
ma non riesce a controllare il disagio e la decadenza, a meno che non
la controlli per via repressiva, uscendo da un quadro democratico.
Oppure, ancora, c’è la soluzione del
“governo dei tecnici” che toglie le castagne dal
fuoco, a Roma come a Bruxelles. Ma per quanto?
Questa era la preoccupazione fondamentale di Enrico Berlinguer. Sapeva
benissimo che la fine dell’età dell’oro
dell’economia mondiale avrebbe obbligato a un ripensamento
globale delle basi della democrazia. Se le conquiste del movimento
operaio del dopoguerra - che egli rivendicava puntigliosamente - non
dovevano regredire, il nodo del budget doveva essere affrontato con un
respiro strategico.
L’AUSTERITÀ. Berlinguer coglieva la
verità interna che sta dentro la ritrosia e la paura dei
politici a pronunciare la parola sacrifici, la più
impopolare delle parole. Antonio Tatò, che fu il
più stretto collaboratore di Berlinguer, raccontò
di quanta cura fosse stata posta nello scegliere il termine
austerità: «“Sacrifici”, dico
io. “No”, mi risponde Berlinguer.
“Sacrifici non mi piace, non mi convince. È
frusto, è riduttivo e può creare malintesi,
suscitare diffidenze fra i lavoratori, che già ne fanno
tanti di sacrifici e continuamente... Direi
austerità...”».
Questa parola aveva un forte contenuto morale e progettuale. Dicendo
semplicemente sacrifici non ci si chiede per cosa questi sacrifici
debbono essere fatti. Assecondare il mutamento della divisione
internazionale del lavoro, le fluttuazioni dei prezzi, il
riorganizzarsi degli interessi e delle spinte corporative lasciando
immutati i rapporti sociali: tutto questo può essere
contemplato da una politica di rigore che non si fa domande. Il minimo
che può capitare è il “governo dei
tecnici”. La Grande Crisi si diverte a spazzare tanta
tecnocrazia presuntuosa.
Per Berlinguer invece l’austerità era
un’occasione per cambiare l’Italia, era una
politica di solidarietà volta alla trasformazione sociale.
Una crisi economica che minacciava il lavoro, il benessere, lo studio,
poteva trasformarsi invece nella possibilità di ricostruire
un senso per l’attività produttiva, per il
godimento dei beni, per il sapere. Oggi anche Obama sostiene la
necessità di andare verso un nuovo modello di sviluppo. Ma
negli anni settanta erano pochi i leader che ne parlavano. Berlinguer
era il leader politico che affidava il massimo valore strategico a
questa consapevolezza.
La solidarietà non era pensata come ristretta
all’ambito nazionale. Berlinguer guardava con favore al moto
di liberazione dei paesi del Sud del pianeta, che doveva comportare per
l’Occidente e per il nostro paese «due conseguenze
fondamentali: aprirsi ad una piena comprensione delle ragioni di
sviluppo e di giustizia di questi paesi e instaurare con essi una
politica di cooperazione su basi di uguaglianza; abbandonare
l’illusione che sia possibile perpetuare un tipo di sviluppo
fondato su quella artificiosa espansione dei consumi individuali che
è fonte di sprechi, di parassitismi, di privilegi, di
dissipazione delle risorse, di dissesto finanziario.»
Appaiono parole di grande attualità.
L’austerità non era intesa come «una
politica di tendenziale livellamento verso
l’indigenza», né come la
razionalizzazione tecnocratica e burocratica di un sistema economico e
sociale entrato in crisi. Era interpretata come un processo democratico
che doveva coinvolgere individui, imprese, movimenti e istituzioni per
distogliere l’economia dai consumi dissipativi e orientarla
verso il «godimento di beni autentici, quali sono la cultura,
l’istruzione, la salute, un libero e sano rapporto con la
natura».
L’intuizione dell’austerità si collegava
ad altre intuizioni. Innanzitutto l’idea degli
«elementi di socialismo», un’idea di
trasformazione socialista distinta dal modello sovietico, verso il
quale Berlinguer conservava comunque la speranza di una sua
riformabilità. Lungi da utilizzare versioni dogmatiche e
ossificate del pensiero di Marx e di Gramsci, Berlinguer adoperava in
modo disinvolto l’essenza profondamente antidogmatica del
loro metodo. Quando proponeva al suo partito di lavorare concretamente
«per introdurre nella complessiva vita civile, e negli
orientamenti ideali» ciò che chiamava
«elementi di socialismo», implicitamente concepiva
una società molto dialettica, dove la trasformazione non
poteva avvenire all’ora X con la presa del Palazzo
d’Inverno ma doveva immergersi nell’evoluzione
delle «formazioni sociali», per dirla con Marx, e
agire sulle «casematte» della società
civile, per dirla con Gramsci.
Era un’idea di socialismo aperta a nuovi sviluppi in
direzione di sensibilità diverse da quelle tradizionali dei
socialismi tanto dell’Est quanto dell’Ovest,
entrambi ancora inseriti all’interno di un paradigma
produttivista e industrialista, oltre che incentrati su una
preponderante funzione redistributiva dello Stato.
L’apertura si collegava a un’attenzione nuova nei
confronti dell’emergente movimento ambientalista e assumeva
le battaglie del movimento di liberazione delle donne, implicitamente
portatore di una concezione dell’individuo che coinvolgeva
dimensioni della cittadinanza più ampie rispetto a quelle
economiche.
Non è qui il caso di dilungarsi a spiegare in che modo la
strategia del compromesso storico si esaurì, e come si
spense la forza politica dell’idea
dell’austerità. Basti dire che
l’incalzare del terrorismo - culminato nel 1978 con il
rapimento e l’uccisione del presidente della Dc Aldo Moro -
combinandosi con le forti resistenze conservatrici di un largo settore
della Dc collegato al “doppio stato” illegale
(servizi segreti, mafia, sistema della corruzione) in cui risiedeva da
sempre una parte della sovranità reale, spinse il Pci di
Berlinguer a spendere le sue energie in un lealismo istituzionale
politicamente costosissimo. Le battaglie perdevano il loro respiro
riformatore e si piegavano a esigenze difensive difficili, mentre una
parte dei giovani contestava o abbandonava il Pci.
L’esperienza dei governi di solidarietà nazionale
(monocolore Dc, Andreotti presidente del Consiglio, maggioranza
comprendente il Pci) si concluse nel 1979. Le elezioni anticipate
costarono al Pci una flessione.
L’UOMO CHE NON ASPETTÒ DI PIETRO. Berlinguer aveva
aperto il suo partito a nuovi scenari e nuove intuizioni che poi furono
spese nella strategia dell’alternativa democratica. Fu
lucidissima la sua critica della degenerazione del sistema dei partiti.
La sua analisi, riletta a tanti anni di distanza, risulta
impressionante per l’esattezza con cui descriveva e
denunciava le cause della illegalità e della corruzione.
Berlinguer non si era affidato a una “supplenza”
delle tempeste giudiziarie, così come invece si è
poi affidata – senza ottenere molto - la nostra democrazia.
Non riduceva la questione morale a una questione di
‘pulizia’ di corpi - i partiti - altrimenti
ritenuti sani. Poneva invece un problema che riguardava
l’essenza stessa dei partiti. In una famosa intervista a
Eugenio Scalfari nel 1981 Berlinguer si espresse con estrema nitidezza:
«I partiti di oggi sono soprattutto macchina di potere e di
clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi
della società, della gente: idee, ideali, programmi pochi o
vaghi: sentimenti e passione civile, zero. Gestiscono interessi, i
più disparati, i più contradditori, talvolta
anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni
umani emergenti [...] sono piuttosto federazioni di correnti, di
camarille, ciascuna con un “boss” e dei
“sotto-boss”. La carta geopolitica dei partiti
è fatta di nomi e di luoghi. Per la Dc Bisaglia in Veneto,
Gava in Campania, Lattanzio in Puglia, Andreotti nel Lazio, De Mita ad
Avellino, Gaspari in Abruzzo, Forlani nelle Marche e così
via. Ma per i socialisti, più o meno, è lo stesso
e per i socialdemocratici peggio ancora...» Questa mappa dei
boss è il ritratto di Tangentopoli disegnato dieci anni
prima.
Oggi sappiamo che il sistema berlusconiano ha consolidato quel sistema
e lo ha portato al centro della costituzione materiale del paese,
intanto che si sono ricostruite e rafforzate le reti delle
omertà e delle collusioni.
In realtà l’unico modo per non travisare il
messaggio di Enrico Berlinguer è quello di non ridurne la
portata: quella di Berlinguer era la scelta di porre il tema non
semplificabile della riforma dei partiti dentro tutte le
novità emergenti tra la fine degli anni settanta e
l’inizio degli anni ottanta. La sensibilità nei
confronti dei temi verdi e del movimento per la pace in Berlinguer
implicava anche la sperimentazione di forme organizzative originali e
la partecipazione diretta degli innovatori alla vita del partito.
Berlinguer non visse abbastanza da poter riorganizzare compiutamente il
suo partito secondo questa ispirazione. In ogni caso
continuò a discuterla in diverse occasioni. Rimase celebre
la sua intervista a Ferdinando Adornato per
«l’Unità» del 18 dicembre
1983, giusto alle soglie del 1984. L’intervista
affrontò il problema di come far convivere le innovazioni
scandite dalla tecnologia e la promozione della democrazia. Lo spunto
era dato dal romanzo 1984 di Orwell, che del nesso fra tecnologia e
democrazia aveva prefigurato lo scenario più pessimista.
Adornato poi diventò deputato del partito più
orwelliano mai visto, ma questa è un’altra storia.
Berlinguer proponeva invece uno scenario molto aperto: gli esiti delle
innovazioni dipendono da come si affrontano politicamente: avvertiva
con forza il bisogno di reinvestire la politica di “pensieri
lunghi”, di progetti. “Pensieri lunghi”
per «la direzione consapevole e democratica, quindi non
autoritaria, non repressiva, dei processi economici e sociali con il
fine di uno sviluppo equilibrato, della giustizia sociale e di una
crescita del livello culturale di tutta
l’umanità».
Non era rassegnato all’assoggettamento degli individui,
tramite i media, a un complesso militare industriale sempre
più sofisticato. Raccoglieva la sfida della
società della comunicazione e riteneva pacifico che i
partiti dovessero essere anche “partiti di
opinione”. Anche, ma non solo: «Ci vogliono limiti
precisi - affermò Berlinguer - all’uso dei
computer come alternative alle assemblee elettive. Tra
l’altro non credo che si potrà mai capire cosa
pensa davvero la gente se l’unica forma di espressione
democratica diventa quella di spingere un bottone.»
Chi oggi combatte l’impoverimento della democrazia e della
comunicazione può trovare un sostegno profetico nella frase
che Berlinguer aggiunse a quel punto: «io credo che nessuno
mai riuscirà a reprimere la naturale tendenza
dell’uomo a discutere, a riunirsi, ad associarsi. Ogni epoca,
certo, ha e avrà i suoi movimenti e le sue
associazioni.» Di qui la sua apertura ai movimenti pacifisti
ed ecologici e a «quelli che, in un modo o
nell’altro, contrastano la omologazione dei gusti e il
conformismo». Era un terreno in cui negli anni successivi si
sarebbero incontrate istanze culturali, politiche e religiose diverse.
Quell’incontro può fruttificare oggi in un innesto
fecondo di diverse tradizioni. I pensieri di Berlinguer sono, appunto,
lunghi.
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