«Il Fatto». Fin dove arriverà l’agenda alternativa della comunicazione? - 06/07/09
(2702 _READS) 
di Pino
Cabras - Megachip
Sta per nascere un nuovo quotidiano, «Il Fatto», e
ha già un volume di abbonati potenziali che appare subito
significativo perché sembra voler chiamare a raccolta quanto
resta dei “ceti medi riflessivi” italiani.
La cosa merita un po’ di domande e alcune valutazioni.
L’iniziativa sembra avere il pregio di poter durare. Come si
risponde all’emergenza informativa del nostro paese dominato
dall’impresario dello spettacolo che vive la sua fase
più sguaiata e pericolosa? C’è un
modello imprenditoriale in grado di reggere una nuova impresa nel mondo
della comunicazione? Quali sono le sponde politiche?
Sono domande molto attuali, che ci poniamo in piena fase di pericolo
per la libertà di parola.
Nel momento in cui sarebbe più necessario che mai poter
raccontare una grande crisi, maggiore è invece la
difficoltà di fare una buona narrazione e trovare gli
strumenti. I media più importanti, nonostante quegli
strumenti li abbiano, non li usano, essendo essi stessi troppo dentro
le cause della crisi. In Italia, per giunta, questi media sono sotto
schiaffo di Papi l’Insaziabile, che insiste ormai ogni giorno
per indirizzare ‘pro domo sua’ le risorse
pubblicitarie, che con la crisi si sono fatte sempre più
scarse. Papi in sostanza che fa? Avverte gli imprenditori con tutta la
sua “immoral suasion” affinché non osino
finanziare i giornali scomodi. L’avvertimento è
pronunciato ormai ogni volta che apre bocca in pubblico. Delimita
l’area entro cui il mercato mediatico può
funzionare. Per gli altri, fuori dal suo perimetro, pretende che la
crisi dell’informazione, un fenomeno mondiale, li strazi
più che altrove, perché a loro «bisogna
chiudere la bocca».
Negli ultimi due anni, proprio
durante l’esordio della grande crisi, sono nate tante
iniziative fuori da quel perimetro. C’è chi ha
imitato maldestramente la già dimessa Current TV di Al Gore,
ma in chiave di bollettino di partito. YouDem è uno specchio
perfetto della crisi verticale del Partito Democratico. Non conta quasi
nulla nemmeno la cugina dalemiana, Red TV. Sono nati nuovi quotidiani a
sinistra, «Terra» e
«L’Altro», mentre sono stati investiti da
forti trasformazioni editoriali altri quotidiani esistenti,
«l’Unità» e
«Liberazione». Il loro peso nella
società italiana, come la capacità di
raccontarla, tendono all’irrilevanza, in ciò
riflettendo la dissipazione della sinistra novecentesca in Italia:
anche questa è una tendenza di cui le ultime elezioni
europee hanno rivelato la portata internazionale.
Ci sono poi le esperienze della Rete. In questi ultimi anni Beppe
Grillo ha rafforzato il suo efficiente modello imprenditoriale in cui
c’è sinergia fra il suo blog, gli spettacoli, un
certo networking su temi politici, sociali e ambientali. Qualche volta
l’«azienda Grillo» ha inciso
sull’agenda della comunicazione, ma è difficile
scalfire un modello di consumo comunicativo nel quale il 70% dei
cittadini apprende tutto soltanto dalla TV. Daniele Luttazzi aveva
liquidato i V-Day grillini come dei flash mob
un po’ più articolati. Allo stesso modo dei flash
mob, i raduni di Grillo rompevano la quotidianità, ma poi la
quotidianità ritornava, e le urne del vasto blocco sociale
berlusconiano si riempivano ugualmente di voti nei giorni delle
elezioni. Grillo ha segnato tuttavia una tendenza, così che
anche altri comunicatori hanno ricreato “modelli di
business” sostenibili in cui al centro
c’è internet, la grande ostetrica delle nicchie
intellettuali. Anche questa è una tendenza che si manifesta
su scala mondiale.
D’altronde i media non sono compartimenti stagni.
Beppe Grillo ha guadagnato il suo primo sostrato di
popolarità dalla sua originaria caratura di personaggio
televisivo, ha integrato questo patrimonio con lo specifico del teatro,
lo ha riportato sul terreno di internet, dove ora fa ritornare anche un
certo uso della grammatica delle immagini, che descriverei comunque
come “televisive” in mancanza di migliori
definizioni.
Si può richiamare un altro esempio di interazione fra media
diversi. Marco Travaglio assieme a Elio Veltri aveva scritto un libro
nel 2001, “L’odore dei soldi”, che
rompeva tutti i tabù mediatici sulla biografia di
Berlusconi. Un buon libro può influenzare i lettori,
crescere e sedimentarsi anche quando questi lettori siano poche
migliaia. Può perfino arrivare in TV. Successe anche a quel
libro. Travaglio presentò il suo volume in televisione, e la
rottura del tabù pervenne a milioni di persone. Il segmento
di mercato librario raggiungibile dal più documentato
cronista giudiziario italiano si moltiplicò fino ai suoi
confini naturali potenziali, tanto che Travaglio in questo decennio
è diventato una macchina mediatica in grado di sfornare
decine di best-seller, al punto di dare forma a un
“genere”, adoperato in varia misura anche da altri
scrittori. Nascono nuove collane e perfino nuove case editrici fondate
apposta da quelle più grosse per consentire più
agilità ai direttori editoriali nello sfruttamento del
filone. Sebbene i punti più delicati delle inchieste di
Travaglio non passino se non occasionalmente in televisione, la TV
è comunque una piattaforma di lancio non secondaria per
l’indotto, assieme ai DVD, ai blog e, recentemente, al
teatro. Adesso dunque entra in gioco anche un quotidiano.
L’idea che la televisione sia ancora il formato dominante
nella comunicazione è stata invece alla base di Pandora TV,
il progetto promosso a partire da un appello di noti intellettuali,
giornalisti, personalità dello spettacolo, che ha visto
anche Megachip spendersi in prima fila nella promozione. Come oggi
spiegano i promotori nel documento
in cui rilanciano il progetto, le sottoscrizioni materiali sono state
finora nettamente inferiori alle attese e al numero dei firmatari.
Sebbene sia «stata costruita un’agenda televisiva
insolita, che ti dà l’idea di come potrebbe essere
potente una TV con più mezzi, che intenda diffondere quel
che qualcuno non vuole che tu sappia», si è
scontato un problema più esteso, che riguarda Pandora come
altre esperienze: «la profonda crisi culturale e democratica
del paese, la spaccatura a sinistra tra intellettuali ormai incapaci di
trovare un linguaggio comune e comuni obiettivi, un pubblico sempre
più annichilito dall’agonia
dell’informazione», senza tralasciare il peso della
crisi economica, non certo un buon viatico per investire a fondo
perduto in un bene pur essenziale come la comunicazione. Oggi stiamo
tentando di riproporre il progetto, perché
l’emergenza è ancora più forte di
prima. Scontiamo tutta la grande difficoltà del compito, ma
il terreno televisivo andrà presidiato in qualche modo.
Intanto, non trasmette ancora Europa 7, la TV generalista di Francesco
Di Stefano bloccata per anni dal sistema politico italiano in barba
alle leggi con accanimento bipartisan. L’ultima beffa del
2009 è stato concederle un sistema di frequenze che copre
solo una minima parte del territorio nazionale. A queste condizioni, se
Europa 7 partisse ora fallirebbe in sei mesi. Per la TV –
medium ancora dominante – non ci sono di fatto spazi per
grandi operazioni se non con disponibilità economiche
immense su nuove piattaforme (Murdoch) o con operazioni
“corsare” che osino informare e intrattenere
rompendo gli schemi (Pandora se avesse risorse).
In questo quadro politico e mediatico nasce dunque
l’iniziativa imprenditoriale denominata «Il Fatto
Quotidiano», imperniata sulla diretta partecipazione nella
compagine sociale di due giornalisti, Antonio Padellaro e Marco
Travaglio, rispettivamente con il 22% e l’11% delle azioni,
nonché di un soggetto editoriale forte, la casa editrice
Chiarelettere (con il 22%), che appartiene interamente al terzo gruppo
dell’editoria libraria italiana, le Messaggerie Italiane, un
gruppo relativamente poco noto con questa denominazione, mentre sono
molto conosciute le tante case editrici che controlla. Oltre a
Chiarelettere, sono controllate infatti dalle Messaggerie anche
Bompiani, Garzanti, Salani-Ponte alle Grazie, Longanesi, Vallardi, TEA,
Guanda, e altre ancora, tra cui l'ultima acquisita, nel luglio 2009, la Bollati Boringhieri. Il fatturato consolidato del gruppo supera il
mezzo miliardo di euro. Le copie stampate sono circa dieci milioni
all’anno. L’utile registrato negli ultimi bilanci
è sempre stato di poco inferiore ai sette milioni di euro.
Del gruppo fa parte anche Internet Bookshop Italia (IBS), la
più nota piattaforma italiana di vendita di libri on line.
Si tratta dunque di un soggetto che, in base a questi e altri
parametri, potrebbe ipoteticamente offrire ampie garanzie, fideiussioni
e “collaterals” in grado di ridurre drasticamente
il rischio d’impresa per una sua nuova iniziativa in fase di
“start up”.
Nel quadro dell’operazione è stata lanciata anche
una campagna di disponibilità ad abbonarsi al nuovo
quotidiano, con 40mila aderenti finora persuasi dalla promessa che
«non avrà padroni». È un
segno di un possibile successo fra i lettori, anche se questo non dice
nulla in merito alla sostenibilità del business una volta
che si dovranno fare i conti con la pubblicità e i costi di
distribuzione, le note dolentissime dell’attuale crisi dei
quotidiani cartacei.
Un quotidiano costa e costerebbe ancora di più senza editori
a reggerlo. Senza editori si hanno le mani libere e si rende conto solo
ai propri sostenitori e lettori, ma si è troppo esposti ai
rovesci. L’elenco dei quotidiani italiani falliti su queste
premesse è lunghissimo. «Il Manifesto»
è un’eccezione che sopravvive camminando sempre su
un filo sottilissimo, pronto a spezzarsi.
L’operazione «Il Fatto», come abbiamo
visto, è meno avventata di altre. L’editore
industriale c’è.
E c’è anche l’identificazione di una
missione politica ed editoriale che ha alcuni margini di espansione,
una missione che vede convergere diversi soggetti.
La crisi del Partito Democratico ha concesso estese praterie elettorali
all’Italia dei Valori, il partito fondato e dominato da
Antonio Di Pietro. Un elettorato numeroso e smarrito osserva con
avvilimento la triste parabola dei partiti che normalmente votava, e
oscilla tra l’astensione e lo sguardo rivolto a progetti
politici diversi (dal partito in cui detta legge Di Pietro fino a Beppe
Grillo e alla spinta laica post-girotondina). Sul numero 4/2009 di
«Micromega», Paolo Flores d’Arcais fa
notare che tra le elezioni politiche del 2008 e quelle europee del 2009
il PD ha perso diecimila voti al giorno, mentre Italia dei Valori ne
guadagnava quattromila al giorno. E la sinistra ha confermato
l’incapacità di superare i quorum. Su vari
candidati dipietristi è arrivato un robusto
‘endorsement’ da parte di testimonial un tempo
restii a dare indicazioni di voto: ancora Grillo, ancora Travaglio. E
poi il netto schierarsi di «Micromega» e altre riviste e movimenti.
Pura constatazione: si sta formando una galassia di
“intellettuali organici” a un progetto, che trova
sempre più stabili occasioni di convergenza e luoghi di
interazione. La definizione gramsciana di “intellettuale organico”, dal punto di vista metodologico, parte dal fatto
che ogni intellettuale è militante; legato in modo
“organico” a un gruppo sociale, a una formazione
sociale, e riproduce costantemente, perfino inconsciamente, un certo
quadro di interessi; senza che questo si traduca necessariamente in una
posizione partitica blindata. Un quotidiano che s’inserisse
in questo contesto magari non sarebbe un “organo”
di partito, ma sarebbe naturalmente “organico” a
una proposta politica in divenire.
Per via delle dinamiche elettorali in corso, le liste
dell’Italia dei Valori-Di Pietro sono diventate un campo
gravitazionale in grado di ricomporre e attrarre con una certa forza
quella parte di opposizione che intende consistere in sé e
per sé e vuole difendere la Costituzione sotto scacco.
Quella parte sa bene che Di Pietro sui contenuti – adottati
con disinvoltura a tratti cinica - interviene con la prontezza di un
vero “imprenditore del consenso”: realizza
“affari politici” in tempi che un tipico esponente
del PD non realizzerebbe mai, e lo fa in modi sostanziali e
spregiudicati. Questa opposizione in fieri è talmente
consapevole di alcuni difetti costitutivi
dell’«azienda Di Pietro» che fa di tutto
per enfatizzare le possibili correzioni promesse dal capo del partito.
Travaglio ha scritto ad esempio qualche riga di coinvolto e partecipe
incoraggiamento nei confronti dei modesti segnali di cambiamento nello
statuto del partito, finora corazzato in modo proprietario nelle mani
del furbo Tonino.
Flores D’Arcais intervista Di Pietro con lo stesso tono
partecipe, chiedendogli - già nello speranzoso titolo del
dialogo su «MicroMega» - «cosa vuol fare
l’IDV da grande?»
Di Pietro ha un disegno. Nell’aprire parzialmente la sua
macchina politica alla galassia degli intellettuali, allarga la classe
dirigente e punta a un raddoppio dei consensi. Cioè un
partito del 16%. Il che forse corrisponde al numero di elettori che
vedono al primo posto la questione della legalità sopra
tutti gli altri temi. Di fronte all’afasia del PD
è una prospettiva plausibile, tanto più
verosimile quanto più il progetto si dimostri in grado di
captare in modo più strutturato i famosi “ceti
medi riflessivi”, per svariati motivi non più
rappresentabili dal PD. Per una tale strutturazione la presenza
nell’area di un giornale quotidiano –
ancorché non finanziato dal partito - potrebbe essere un
pezzo importante del mosaico.
I vari media hanno raggi d’azione diversi, imprimono effetti
sulla realtà che non derivano solo dal numero di persone
raggiunte direttamente, ma pure dall’influenza che possono
esercitare su gruppi particolari, sulle élite, su strati di
cittadini particolarmente attivi che a loro volta interagiscono con
altri.
Al mosaico mancano alcuni pezzi.
Innanzitutto quale sarà il peso delle questioni
internazionali, così centrali per capire le emergenze
ambientali ed economiche di oggi? I quotidiani italiani su questo
fronte non hanno informato bene, per usare un eufemismo. Quale
sarà l’analisi degli scenari di guerra? Il foglio
di Travaglio & C. saprà liberarsi dagli schemi dei
dinosauri della Guerra Fredda su molte decisive questioni? Questo non
lo sappiamo ancora, ed è un tema altrettanto fondamentale
quanto quello della legalità interna.
Un altro pezzo del mosaico è la questione del pubblico di
riferimento per l’informazione. Un quotidiano, quando le cose
riescono bene, fa riflettere il caro vecchio “homo
legens”. E magari gli dà strumenti per agire e
contare, specie se si trova in posizioni in cui decide. Un articolo che
lascia un buco informativo ai giornali che ignorano i fatti fa sempre
rumore e li mette in una posizione scomoda. Tuttavia quel quotidiano da
solo non raggiungerà il nuovo “homo
videns”, che rappresenta la maggioranza dei cittadini. Posto
che – per le ragioni prima accennate – aumentano le
convergenze fra segmenti comunicativi diversi (quotidiani, rete, TV)
rimane un incombenza per chi vuole rafforzare l’informazione
libera: è quella di non smarrire l’importanza di
un percorso per immagini e contenuti di tipo televisivo.
Un’ultima considerazione. Ho usato più volte in
modo intercambiabile i termini informazione e comunicazione. In
realtà la comunicazione è un fatto molto
più ampio dell’informazione.
Si fa bene a essere sensibili al tema dell’informazione. Ma
questa è una componente sottile di tutta la corrente dei
messaggi, in cui prevalgono le concezioni del mondo date da
intrattenimento e pubblicità. La grande manipolazione dei
media ha certo come ingrediente di base l’inganno informativo
nonché la scomparsa dei fatti e delle domande scomode, ma il
grosso di essa si compie nel resto della comunicazione, ampiamente
fruita dalla maggioranza dei cittadini.
Il nuovo quotidiano aprirà qualche finestra in
più davanti alla coscienza democratica dell’Italia
e perciò mi auguro che possa avere successo, intanto che
però mi pongo il problema di fondo, ancora irrisolto: come
aprire le porte e finestre più importanti, come varcare la
soglia delle stanze in cui si decide la vera colonizzazione delle
menti, per immagini ed emozioni.
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