G8: sparato (a salve) il primo colpo sul clima - 10/07/09
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di Diego
Barsotti - da greenreport.it
Il fatto positivo è che questo impegno è stato
sottoscritto dagli Stati Uniti. Di negativo c’è
però che proprio a causa degli Usa, e della difficilissima
trattativa in seno al Congresso statunitense per far passare la legge
sul cap & trade, è stata inserita la funesta frase
“o ad anni più recenti"...
LIVORNO. Che cosa dobbiamo pretendere dal G8 lo abbiamo detto
nell’editoriale di ieri. Che cosa avremo ottenuto lo diremo
domani. Ma intanto già oggi è possibile fare una
stima a spanne di quel che è accaduto nella prima giornata
di negoziati e alla luce di questo capire che cosa è lecito
attendersi, già dagli incontri di oggi, dove il G8
attraverserà la sua camaleontica trasformazione prima in
G14, poi nell’incontro ancora più ampio con il
Mef, Major economic forum.
Se è indiscutibile che solo in
quest’ultima sede (il Mef appunto) potranno nascere accordi
veramente cogenti, è pur vero che il primo passo compiuto
ieri sul clima è un bicchiere quasi tutto vuoto, ma
è sempre qualcosa in più al bicchiere tutto vuoto
a cui ci aveva abituato il mai rimpianto Bush.
Analizziamo nel dettaglio quello che da molti giornali, televisioni e
siti internet è stato annunciato come il primo grande
risultato del G8, ovvero questo “accordo sul
clima”. In realtà i leader dell’economia
mondiale – ad esclusione di un paio di
‘trascurabili’ defezioni come Cina e India!
– hanno convenuto di inserire la seguente frase nella
dichiarazione sul clima: l’impegno a «dimezzare
entro il 2050 le emissioni di gas a effetto serra rispetto al 1990 o ad
anni più recenti».
Il fatto positivo è che questo impegno è stato
sottoscritto dagli Stati Uniti, per la prima volta disposti a trovare
una strada comune per rispondere ai rischi derivati dalle conseguenze
dei cambiati economici. Di negativo c’è proprio
che a causa degli Usa, e della difficilissima trattativa in seno al
Congresso statunitense per far passare la legge sul cap &
trade, è stata inserita la funesta frase “o ad
anni più recenti”. Ovvero che invece di prendere a
riferimento per i calcoli di riduzione il 1990, come previsto dal primo
(e pur considerato lasso) Protocollo di Kyoto, e dal pacchetto clima
Europeo, gli Usa potranno partire dal 2005 che è anche
l’anno fissato da Obama per raggiungere il compromesso con il
congresso. Il che tradotto in numeri molto più semplici
significherebbe una riduzione di poco più del 4% delle
emissioni rispetto al 1990. Ma questi calcoli ovviamente,
benché reali e anche molto tristi, saranno poco diffusi tra
i cittadini ai quali sarà data in pasto la ben
più ridondante storia del “dimezzamento“.
Ma come se questo non bastasse a frustrare il percorso verso uno
sviluppo sostenibile ed un’economia ecologica,
c’è appunto il niet di Cina e India, che non
“frenano” come forse troppo ottimisticamente titola
Repubblica, ma proprio inchiodano e anzi mettono la retromarcia, anche
se l’ennesimo compromesso studiato in questi mesi ipotizzava
come soluzione che la riduzione di almeno il 50% delle emissioni
mondiali fosse raggiunta grazie a una riduzione dell’80% nei
paesi già industrializzati e di solo il 20% nei Paesi in via
di sviluppo.
Il no di Cina e India pare, però, spiegabile con una certa
diffidenza e mancanza di fiducia, motivate da una considerazione e da
due attese molto concrete. La considerazione è che finora
gli impegni e le promesse nei più svariati campi sono state
abbastanza disattese dai ”grandi” tradizionali. E
le attese? Da una parte Cina e India aspettano che sia rispettata la
promessa fatta alla Conferenza di Bali del 2007 di aiuti finanziari e
tecnologici che invece non sono mai arrivati,e che, almeno in parte,
potrebbero essere accordati oggi dal Mef, dall’altra
c’è una sorta di sfida: vediamo cosa davvero
riuscirete a fare sul fronte della riduzione delle emissioni da qui al
2020. A quel punto (forse) saranno disponibili a trattare su cifre e
impegni.
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