di Eva Milan*
“Cantautori, le belle parole oggi non suonano più”, scrive nostalgicamente Andrea Scanzi sul Fatto Quotidiano, perché “la vecchia ricetta non funziona più e quelle nuove non mordono”.
Verissimo, se si limita lo sguardo alla vecchia concezione di cantautorato degli anni settanta senza contestualizzare il processo di emarginazione del libero pensiero in tutte le sue forme e l’impoverimento della produzione culturale da parte di un’industria musicale sempre più egemonica ed esclusivista, il cui ruolo influente nel motore del pensiero unico globalizzato ha agito forse in anticipo rispetto al resto.
Comincerei col dire che in Italia il cantautorato cosiddetto impegnato è sempre stato condannato all’élitarismo dagli interessi stessi della discografia e con il supporto dei baronetti della Siae per cui alcuni andavano comprati e arricchiti e altri meno, affinché il virus culturale di cui questi ultimi si facevano portatori non doveva contagiare le masse; non si poteva consentire a un De André, un De Gregori o a un Gaber di assumere una funzione aggregante di partecipazione ma che questi untori culturali andavano bene esclusivamente per quelle anime belle, snob e noiose degli intellettuali comunisti, e che il popolo meritava qualcosa di più allegro e romantico ma intellettualmente scadente, la cui vetrina catalizzatrice doveva concentrarsi sul quel grande supermercato-palco che è Sanremo. Vetrina che negli anni ha subito anche qualche tentativo di elevazione culturale del tutto insufficiente. Il primo di questi fu ad opera di Luigi Tenco. Secondo alcune tesi, Tenco potrebbe aver pagato un alto prezzo proprio per aver osato denunciare quel meccanismo inquinato e tentato di offrire in pasto agli spettatori televisivi quella qualità culturale proprio da quel prestigioso palco.
Da allora il meccanismo di esclusione è stato potenziato a tutti i livelli, concentrando il dominio culturale sempre più nelle mani di grandi poteri e emarginando tutto ciò che non si adeguasse a le loro regole.
C’è da dire che tutte le forme d’arte “impegnata” sono sempre state in certa misura elitarie, ma oggi queste sono passate dall’élitarismo alla condizione di invisibilità anche rispetto a quelle nicchie di pubblico che potrebbero goderne, perché l’immaginario creato dal mainstream è divenuto tanto potente da aver ridotto anche i canali di distribuzione alternativi a surrogati del mercato, incapaci di reinventarsi senza attingere al mainstream o al passato, e di produrre una visione “altra” forse rintracciabile soltanto nell’autoesclusione o in micro-realtà radicali.
Non a caso l’autore del suddetto articolo nel citare i nomi “nuovi” fa quasi esclusivamente riferimento a personaggi ben inseriti in un circuito promozionale che sebbene si definisca “indipendente” (indie) resta spesso intrappolato, tranne alcune eccezioni, in quella logica autoreferenziale tipica del mainstream esclusivista e accentratore, senza mai volgere lo sguardo altrove, verso quelle realtà “altre” che nonostante l’alto livello di produzione e intensa attività continuano a restare nell’ombra, facendo sempre più fatica a trovare spazi di espressione.
Il primo esempio che vorrei portare è quello di Gian Maria Testa, un cantautore piemontese di altissimo livello che possiamo ben inserire nella lista dei cervelli in fuga, poiché soltanto in Francia e in altri paesi europei è riuscito ad affermarsi e a conquistare la meritata attenzione, restando nel frattempo ignoto al pubblico italiano per oltre un decennio. Dal suo primo esordio nel ’93 al Festival di Recanati ci sono voluti ben 14 anni per arrivare al primo importante riconoscimento italiano, con la Targa Tenco 2007 come miglior album dell’anno; nel frattempo i suoi otto dischi e i suoi circa 2000 concerti avevano fatto il giro del mondo.
Nonostante queste difficoltà, l’esperienza di Gian Maria Testa resta comunque un’eccezione positiva rispetto all’invisibilità a cui sono condannati altri suoi colleghi altrettanto meritevoli. Uno di questi è senza dubbio Marco Rovelli, cantautore, poeta, scrittore e filosofo, noto a un determinato pubblico della cultura antagonista più per i suoi eccellenti saggi che per la sua attività di musicista. Forse il cantautore contemporaneo più impegnato presente (o dovremmo dire “assente”?) sulla scena italiana, dal suo esordio con i Les Anarchistes, vincitori del premio Ciampi nel 2002, alla sua attività solista iniziata con l’album “LibertAria”, è l’esempio vivente di come oggi le belle parole suonino ancora e siano vivissime e potenti, ma che forse proprio per questo non meritino abbastanza riconoscimento, se non quello di essere “Fuori dal controllo”, premio conferitogli al MEI dell’anno scorso. Si sa, oggi le rivoluzioni vanno di moda, ma quelli che la rivoluzione sanno farla con la penna e la chitarra possono essere più pericolosi!
Da qui scendiamo direttamente negli inferi e ci imbattiamo nella penna di un altro personaggio il cui spessore poetico, come nel caso di Rovelli, è pari alla pena che culturalmente dobbiamo scontare. Sto parlando di Pieralberto Valli, fautore del progetto alquanto blasfemo denominato “Santo Barbaro”. Lo avete sentito nominare? Se sì, siete dei privilegiati. A tutti gli altri consiglierei di andarsi ad ascoltare entrambi i due album prodotti sino ad oggi, “Mare Morto” e “Lorna”. I peccati mortali commessi da Pieralberto Valli sono troppi. A partire dal nome del suo progetto, chiaro riferimento ai più diseredati, i migranti. Se poi guardiamo alla sostanza, la poetica usata per esprimere il disagio esistenziale e sociale è a livelli insostenibili per i comuni mortali, e la musica che l’accompagna un misto tra folk e avanguardia rock a osare il superamento di entrambi i generi con troppa disinvoltura, rischiando quindi la genialità. Pierlalberto può trovare consolazione nel fatto che alcuni di quei peccati originali li commise anche Fabrizio De André, primo fra tutti l’aver scassato troppo le balle con gli ultimi e gli emarginati.
Penso sia un errore credere che il cantautorato contemporaneo per essere valido, riconosciuto e visibile debba restare estraneo alla militanza mista alle contaminazioni fin qui assorbite che variano dal rock al folk anche nelle forme più estreme, poiché allora saremmo di fronte a una resa stagnante alla tradizione del cantautorato puro, a una nostalgica e inutile ripetizione di genere incapace di rappresentare il presente e senza offrire alcuno sbocco futuro al nuovo, sempre che ci sia la volontà di vederlo nascere.
In questo senso trovo che gli esempi di autori fin qui citati siano importanti e meritevoli di attenzione, così come i REIN con i loro canti ribelli e le loro battaglie per la musica libera, o come il giovane cantautore Carmelo Amenta nella sua ricerca di un cantautorato raffinato ma sperimentale, e come la sinergia della potenza sonora e la forza lirica dei più affermati Teatro Degli Orrori. Allo stesso modo mi pare tremendamente ingiusto in questo contesto tralasciare di citare Militant A, che con l’abilità schietta della sua scrittura per la produzione degli Assalti Frontali ha contribuito negli anni alla costruzione di una cultura dal basso e che continua ad avere un ruolo puntuale di denuncia e di rappresentanza di una parte consistente di giovani e delle loro rivendicazioni.
Per concludere, vorrei rispondere all’articolo di Andrea Scanzi con le parole di un altro invisibile ma irriducibile della vecchia generazione di cantautori, il caro amico Antonio Pio Persia, che sulla sua pelle ha vissuto negli anni quella forma di “esclusione” ad opera dei mercificatori culturali nostrani e globalizzati, canzone che già nel 1992 esprimeva il bisogno di liberare la parola dal dominio mercantile della sottocultura:
“ La parola s'è già invecchiata
sulla musica di libertà,
la sostanza resta immutata,
la parola s'è invecchiata,
chi lo vuole la cambierà. ”
*Eva Milan, cantautrice rock, mediattivista.
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