Giovedì, Maggio 17, 2012
   
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Da Bild Zeitung al Giornale. In Italia una libertà di stampa dimezzata

Democrazia nella comunicazione

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bild-headlinesdi Cosimo Pierre - dazebao.org

La totale assenza di un “editore puro” impedisce qualsiasi ipotesi di libera stampa nel nostro Paese. Il caso paradigmatico è proprio il quotidiano del Presidente del Consiglio, che nel resto del mondo sviluppato sarebbe un'anomalia.

 

ROMA – Quanto è libera la stampa italiana? Poco, a giudicare dalle parole di un importante italiano, tedesco di adozione, Giuseppe Vita, siciliano di Favara, presidente del Consiglio di sorveglianza del più grande editore tedesco, Alex Springer. L’editore tedesco produce la testata più letta in Germania, “Bild Zeitung”, capace di tirare 3,3 milioni di copie giornaliere, una cifra impensabile per qualsiasi quotidiano del nostro Paese.

Vita descrive efficacemente il modello tedesco di informazione, che si fonda su una categoria che in Italia non esiste più: quella dell’editore puro. «Diversamente da quello che succede in Italia, qui tutti gli editori sono puri. Non è pensabile un grande politico, un importante industriale o un potente banchiere a capo di un’impresa editoriale”. Facile dimostrare questo assunto per Vita. L’esempio cardine delle sue considerazioni è il principale quotidiano economico tedesco, “Handelsblatt”, l’equivalente del nostro “Il Sole24 ore”. Ebbene, sarebbe inconcepibile per quel Paese che il principale quotidiano di informazione economica appartenesse alla Confindustria, come il nostro. Infatti, il giornale è di proprietà del gruppo “Holtzbrinck”. «Da noi gli editori hanno il compito di guadagnare con i giornali e non con altro. E i giornalisti devono fare il loro mestiere senza timori reverenziali».

I dati economici dimostrano le verità del siciliano trapiantato in Germania. Massimo Mucchetti sul “Corriere della sera” riporta i dati economici del gruppo tedesco: una capitalizzazione di borsa pari a 2,2 miliardi di euro, più di 10 mila dipendenti, ricavi per 2,7 miliardi di euro e utili per 527 milioni. Cifre che nessun editore di quotidiani in Italia può mai pensare di macinare.

Il nostro modello è del tutto opposto. Non c’è un “editore” che pensi di guadagnare con un giornale, almeno senza il significativo finanziamento statale. Si fondano o si acquisiscono organi di informazione per altri motivi, per prestigio o semplicemente per ingraziarsi un partito politico. Addirittura, alcune scalate tentate in Italia (come quella al “Corriere della sera” agli inizi degli anni Ottanta da parte di uomini della loggia massonica P2) furono motivate dal desiderio di modificarne la linea politica. La conseguenza principale di questo stato di fatto è che un giornale difficilmente produce un’informazione libera. O meglio: riuscirà a produrre un’informazione libera nella misura in cui essa viene incontro a ciò che si propone l’”editore” di quel giornale.

E così, sarà impossibile che “Il Sole24 ore” produca mai un’inchiesta sulle collusioni della Confindustria siciliana con la mafia negli anni Ottanta e Novanta, o che “Libero” approfondisca le inchieste penali a carico dei suoi proprietari, gli imprenditori sanitari romani “Angelucci”  o che “Il Messaggero” riesca a commentare se non criticamente la condanna in primo grado di Totò “vasa vasa” Cuffaro, alto esponente del Cdu di Casini, felice consorte di Azzurra Caltagirone, proprietaria del grande giornale della Capitale.

Nel nostro Paese esiste il caso limite: un quotidiano (per non parlare ovviamente delle televisioni) di proprietà del Presidente del Consiglio (“Il Giornale”). Un organo di stampa così, in Germania e nel resto del mondo sviluppato, non lo comprerebbe nessuno, perché considerato un'anomalia, essendo sufficiente, per conoscere le opinioni del Governo, scaricare da Internet i suoi comunicati stampa.

L’inesistenza di un editore “puro” – che deve rendere conto soltanto ai suoi azionisti dei profitti dell’impresa e non al potere politico – non consente alla stampa italiana di essere libera. Infatti, noi non possiamo affermare che in Italia esista una stampa libera ma un giornalismo in continuo conflitto di interessi con se stesso.

Proprio il caso del “Corriere della sera” (dove comunque vi sono fior di giornalisti, ma non sempre valorizzati come si dovrebbe, come dimostra il caso di Carlo Vulpio, un troppo solerte segugio delle indagini di De Magistris e del verminaio pugliese, dimissionato dal precedente direttore di Via Solferino Paolo Mieli) pare eclatante: i suoi principali proprietari sono Mediobanca e le Assicurazioni Generali, vale a dire la banca d’affari storicamente strategica in Italia (dove, nel Cda, caso davvero paradossale per qualsiasi “libero” giornale, siede la primogenita del Presidente del Consiglio, Marina Berlusconi).

Forse non sarà un caso se la diffusione della stampa quotidiana nel nostro Paese è così marginale. A parte la modesta frequentazione con la lettura dei nostri connazionali (gli italiani hanno la più bassa percentuale di laureati dei Paesi europei più sviluppati), un ruolo determinante lo svolge anche il modello editoriale: il lettore non sa mai se il giornalista racconta la verità dei fatti o quella che vuole che racconti il suo datore di lavoro. Ed allora si astien.

Fonte: www.dazebao.org

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